Angelica ha dedicato la terza edizione della rassegna “Concerti contemporanei” all’inventore dell’armolodia: un incontro con l’artista, un film documentario e tre concerti per presentare al pubblico bolognese un ritratto dell’inventore del free jazz.

Free Jazz. Mai stile musicale è stato così strettamente legato ad un singolo musicista e ad una sua opera in particolare. Era il 1960 quando Ornette Coleman registrò quello che sarebbe presto diventato il manifesto per eccellenza della “liberazione” totale del jazz. Liberazione che non era soltanto musicale ma anche, e soprattutto, politica.
Nella manifestazione identitaria della cultura afroamericana, il jazz ha sempre avuto (a partire dalle sue mitiche origini legate al quartiere di Storyville, a New Orleans) un ruolo particolarmente importante. Almeno fino a quando generi come il funk, il rhythm’n’blues e l’hip hop ne hanno raccolto il testimone. Mai però, né prima né dopo Free Jazz (Atlantic, 1960), la musica afroamericana aveva assunto una posizione così radicale nei confronti dell’improvvisazione, vale a dire della sua vera e propria essenza.
Nella musica di Ornette Coleman i ruoli complementari di solista e accompagnamento non hanno più ragione di esistere. Armolodia: così ha definito questo approccio improvvisativo il suo creatore, senza mai riuscire (pur provandoci più volte) a definire a parole il suo significato, pur mettendone efficacemente in pratica il senso. La stessa parola, fondendo etimologicamente i due concetti di armonia e melodia, annulla anche grammaticalmente la distanza che separa la dimensione orizzontale della musica da quella verticale, fondendole insieme per eliminare qualsiasi tipo di gerarchia formale e compositiva.
Sono passati ben quarantasei anni da quel famoso 1960 e Ornette oggi ne ha più di settanta. Lo si nota quando si trascina lentamente, sax alla mano, per prendere posto sul palco; oppure nella sua voce, pacata dalla stanchezza degli anni; ma di certo non lo si nota nella sua musica, ancora fresca e piena di idee, né nella sua energia esecutiva.
Coleman non può essere considerato semplicemente un jazzista. Figura sempre in bilico tra la cultura afro-americana e le avanguardie europee, il sassofonista statunitense ben si colloca al fianco di quei compositori che, come regola principale della propria arte hanno scelto la condizione di border-line, sempre in bilico tra confini. Felicissima, dunque, da questo punto di vista, la scelta di Angelica di proseguire proprio con lui la rassegna Concerti contemporanei che, dopo aver ospitato gli a dir poco versatili Karlheinz Stockhausen e Heiner Goebbels, festeggia il suo terzo compleanno, senza problemi né organizzativi né economici (almeno così pare).
Il bello dell’Emilia Romagna rispetto a queste manifestazioni è che, quando vi arriva la grande musica, il pubblico è sempre pronto ad accoglierla in maniera a dir poco sorprendente. Il pienone nelle tre serate di concerti, programmate nell’ordine a Bologna, Reggio Emilia e Modena e dal titolo Ornette Coleman-un’idea armolodica, conferma l’attenzione di una platea tanto varia quanto competente e interessata. Jazzofili, musicologi, musicofili, musicisti e quant’altro hanno riempito i tre teatri emiliani nonostante la poca pubblicità fatta a un evento già di per sé epocale, ma che avrebbe difficilmente attirato l’attenzione dei curiosi.
Una programma vario, come nelle precedenti edizioni, aperto dalla proiezione del film documentario Ornette: Made In America di Shirley Clarke e un incontro dell’artista con critici e pubblico.
E’stato il capoluogo emiliano ad aprire le danze. Al Teatro Manzoni Coleman, accompagnato dal suo quartetto e dall’orchestra del Teatro Comunale, ha eseguito una rivisitazione di Skies Of America, un’opera sinfonica scritta dal compositore nel 1971, in pieno fermento avanguardista. Passaggi/paesaggi atonali che richiamano il Charles Ives di Central Park In The Dark e dialoghi tra il quartetto e l’orchestra, diretta con precisione da Aldo Sisillo, trasferiscono ad un organico più ampio le idee armolodiche di Ornette. La sensazione è però quella di un appesantimento generale del tessuto orchestrale rispetto alla versione originale su disco, che lascia poco spazio al quartetto, con il rischio sempre incombente di evidenziare due piani troppo distinti.

Nient’altro (ma non è poco). Solo il tempo di un bis che il pubblico reclama insistentemente. Dopo aver salutato ad uno ad uno tutti gli orchestrali (cosa per niente consueta in certi ambienti musicali, se non altro per l’elevato numero dei musicisti e i conseguenti problemi di tempo!), Ornette saluta il pubblico bolognese con quella Lonely Woman che è stata lungo tutta la sua carriera il suo sigillo, di gran lunga il suo brano più noto.
A Reggio Emilia e a Modena sia l’atmosfera che il programma sono molto diversi da quelli bolognesi, ma simili fra loro: in entrambi i casi è il solo quartetto ad essere protagonista. Due lunghe improvvisazioni divise in varie parti staccate in cui riaffiorano vecchi e nuovi temi di Coleman. Ad accompagnare il suo sax contralto (in qualche occasione sostituito da un violino o una tromba) ci sono il figlio Denardo alla batteria, Al McDowell al basso elettrico e Tony Falanga al contrabbasso. Purtroppo Denardo non è proprio un asso della batteria, ma è soprattutto l’interessante duo contrabbasso-basso elettrico a trainare il tutto. La versatilità dei due strumenti nel creare una grande varietà timbrica diventa la caratteristica distintiva di questo quartetto un po’ insolito sul piano strumentale.
Dal lato suo Coleman fa la parte di sé stesso, urlando o sussurrando le sue melodie, che scorrono tra tonalità e atonalità come assoli-fiume di John Coltrane elevati a potenza.
Se al Teatro Valli di Reggio Emilia le cose succedono abbastanza in fretta e dopo un’ora di musica tutti a casa, a Modena la serata sembra non finire mai, piena com’è di vibrazioni positive e di una particolare intensità che trasforma per più di due ore il Teatro Comunale in una jazz club trasbordante di entusiasmo. E c’è anche una piacevolissima sorpresa. Durante il bis compare sul palco un’esilissima e alta figura femminile, che timidamente, cercando invano di prendere il tempo comincia a improvvisare con la voce sul nome “Ornette”. Se la mia vista da lontano avrebbe potuto essere causa di fraintendimenti, il mio orecchio non si è sbagliato: Patti Smith, che di passaggio in Emilia aveva fatto una capatina a Modena ad ascoltare il concerto si è ritrovata sul palco, senza alcun preavviso neanche per lei. Il dialogo tra la calda e ruvida voce della Smith e i fraseggi del sassofonista naviga tra dissonanti improvvisazioni free e la confortevole tranquillità di un blues e regala un’altra emozione, ancor più bella perché inattesa, ad una serata che sarebbe potuta non finire mai.