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Oren Ambarchi

di Vincenzo Santarcangelo
Un excursus, volutamente episodico, tra alcuni titoli della sterminata discografia da solista del chitarrista e sound-artist australiano Oren Ambarchi. Esperimenti tonali e riflessioni (meta)fisiche alla ricerca del puro suono. La guida? L’incessante vagare della sfera di un pendolo.

Nella morsa del pendolo

di Vincenzo Santarcangelo

Fu allora che vidi il Pendolo. La sfera, mobile all'estremità di un lungo filo fissato alla volta del coro, descriveva le sue ampie oscillazioni con isocrona maestà.

Non conoscevo l’australiano Oren Ambarchi (Sydney, 1969) e la sua arte della seicorde. Quando dedicavo anima e corpo – più corpo che anima, i pensieri non perdevano tempo a vagare lontano – allo studio della chitarra classica, non potevo immaginare che lo strumento che tenevo abbracciato come fosse una donna da sedurre (così mi aveva insegnato il maestro) potesse trasformarsi in un pendolo. Me ne stavo seduto, con una gamba a mezz’aria sostenuta da un ben disposto sgabellino poggiapiede, a decifrare ghirigori su righe orizzontali. Tra un Giuliani ed un Sor, mi chiedevo se fosse davvero quello lo strumento che avevo scelto di imparare a suonare. Ma era lungi da me l’idea che si potesse trasformare in un pendolo. Dopo qualche ora puntualmente rivestivo quella donna con cui - siamo sinceri - non avevo avuto poi grande fortuna, riponevo i libri in uno scaffale che presto sarebbe diventato il loro luogo naturale e fermavo il metronomo - o forse  si trattava di un pendolo.

Lo sapevo - ma chiunque avrebbe dovuto avvertire nell'incanto di quel placido respiro - che il periodo era regolato dal rapporto tra la radice quadrata della lunghezza del filo e quel numero π che, irrazionale alle menti sublunari, per divina ragione lega necessariamente la circonferenza al diametro di tutti i cerchi possibili - così che il tempo di quel vagare di una sfera dall'uno all'altro polo era effetto di una arcana cospirazione tra le più intemporali delle misure, l'unità del punto di sospensione, la dualità di una astratta dimensione, la natura ternaria di π il tetragono segreto della radice, la perfezione del cerchio.

Forse davvero per  poter riscoprire un qualunque artefatto nella sua natura di semplice oggetto tra gli altri, bisogna condurlo allo stremo delle possibilità funzionali, forzarne le potenzialità al massimo grado. Forse solo allora, tra le mani del virtuoso, l’artefatto torna, recalcitrante, ribelle, a reclamare il suo status originario di oggetto, si svela nel suo essere mera materia. Ma queste sono solo sofisticherie. Quando si parla di Oren Ambarchi si finisce sempre per tirare in ballo il minimalismo storico, in special modo la propaggine estrema di quel movimento d’avanguardia che ha finito per confondere giustificazione teorica e aspirazione al sacro in un ricercare che ha presto condotto musicisti borghesi di razza bianca e di buona famiglia ad un peregrinare inquieto e spesso incostante, geografico – sulle tracce della spiritualità incontaminata dell’estremo Oriente, alla ricerca delle origini dell’uomo e del ritmo, nel continente africano – prima ancora che spirituale. La musica di Oren Ambarchi ha sicuramente a che fare con la sfera del sacro e della meditazione: quei suoni primigenei iterati all’infinito simboleggiano senz’altro il prostrarsi del fedele, sono indubbiamente feticci della sillaba sacra; ma prima e forse più, quei suoni simulano il movimento infinito del pendolo. La musica di Oren Ambarchi, a ben pensarci, è pura fisica del suono.

Se qualcuno avesse provato a farmi ascoltare Insulation (Touch, 1999) all’epoca dei miei infruttuosi tentativi accademici, difficilmente mi avrebbe anche convinto del fatto che quel disco era, in sostanza, un disco per sola chitarra. Se ancora non risulti chiaro cosa si debba intendere quando si parla di un processo in grado di “condurre allo stremo delle possibilità funzionali” un semplice artefatto, si ascoltino Insulation o i quattro volumi della serie Stacte (Jerker Productions, 1998, 1999 i primi due, Jerker Productions/Plate Lunch, 2000 il terzo, En/Of, 2002 il quarto). Qui la chitarra è neutrale sorgente di suono, oggetto spogliato di qualsiasi specificità artistica, dispositivo generatore di rumore volutamente pre-culturale colato in architetture improvvisate e cangianti. Qualcuno, è pur vero,  potrebbe riconoscere in simile ardire il già ascoltato di un Morton Feldman o di un La Monte Young, ma Insulation è uno di quei dischi che cancella in un sol colpo (di spugna) interi manuali di storia delle correnti e degli strumenti musicali.

Ancora sapevo che sulla verticale del punto di sospensione, alla base, un dispositivo magnetico, comunicando il suo richiamo a un cilindro nascosto nel cuore della sfera, garantiva la costanza del moto, artificio disposto a contrastare le resistenze della materia, ma che non si opponeva alla legge del Pendolo, anzi le permetteva di manifestarsi, perché nel vuoto qualsiasi punto materiale pesante, sospeso all'estremità di un filo inestensibile e senza peso, che non subisse la resistenza dell'aria, e non facesse attrito col suo punto d'appoggio, avrebbe oscillato in modo regolare per l'eternità.

La costanza del moto di un corpo sospeso a mezz’aria. Un artificio disposto a contrastare le resistenze della materia. Questo è Suspension (Touch, 2001), il primo lavoro in cui si inizia a definire compiutamente il suono dell’Oren Ambarchi solista. Sprazzi di melodia vivissima germogliano, quasi per caso, sullo sfondo della logica binaria dominante - le due estremità della traiettoria tracciata dalla sfera (Wednesday, Suspension). Al suono degli armonici della chitarra, vero e proprio fil rouge dell’intero lavoro, si alterna quello dei bassi profondi, come se una mano scavasse e l’altra lanciasse il terriccio lontano, per aria; come se le leggi della statica fossero applicate a quel punto immateriale che è la nota musicale (Vogler, As Far As The Eye Can See).

Il miglior esempio dell’incessante ricerca di purezza di Ambarchi è senza dubbio Grapes From The Estate (Touch, 2004): alle meditazioni per sola chitarra (Corkscrew, la monumentale Stars Aligned, Webs Spun), vengono addizionate con il solito processo graduale di scuola minimalista un organo alla Terry Riley (Remedios The Beauty) e un brush di batteria jazz (Girl With Silver Eyes), prima grande passione dell’artista da giovane – determinante, per la formazione del musicista, un soggiorno-studio come batterista free jazz a New York, nel lontano 1988, alla scuola di quel John Zorn che diverrà uno dei suoi primi mentori.

Il recente In The Pendulum Embrace (Touch, 2007) si colloca coerentemente sulla scia dei due predecessori, pur non raggiungendone i picchi espressivi. Fever, A Warm Poison si tinge di umori depressi ed oscuri – giocherà forse un ruolo la recente collaborazione con i  Sunn O))) di Black One? Ci pensa Inamorata a ristabilire - grazie ai consueti armonici - quello stato di trance a cui siamo assuefatti; l’ingresso degli archi, a metà minutaggio, conferisce un certo dinamismo al monolite, sì che il brano finisce quasi per diventare saggio del migliore post-rock. È un album variegato rispetto agli standard, In The Pendulum Embrace, frastagliato in mille sfumature cromatiche (la chitarra folkish di Trailing Moss In Mystic Glow), curatissimo nei particolari; eppure manca quella solennità severa che aveva fatto grandi, pur nella loro immobilità espressiva, lavori come Suspension e Grapes From The Estate. Se si apprezza l’afflato melodico mai rinnegato da Ambarchi – e perfettamente assecondato grazie alla liaison con Chris Towned a nome Sun, esperimento sfociato nell’omonimo disco (Staubgold, 2004) dal sapore decisamente pop – si accoglieranno di buon grado le concessioni accordate all’intelligibilità di alcuni elementi (addirittura la voce sussurrata del cantautore tormentato, sempre in Trailing Moss In Mystic Glow). Ma l’impressione è che la sfera, stavolta, abbia dovuto faticare più del dovuto a fendere la resistenza dell’aria.

II Pendolo mi stava dicendo che, tutto muovendo, il globo, il sistema solare, le nebulose, i buchi neri e i figli tutti della grande emanazione cosmica, dai primi eoni alla materia più vischiosa, un solo punto rimaneva, perno, chiavarda ,aggancio ideale, lasciando che l'universo muovesse intorno a sé. E io partecipavo ora di quell'esperienza suprema, io che pure mi muovevo con tutto e col tutto, ma potevo vedere Quello, il Non Movente, la Rocca, la Garanzia, la caligine luminosissima che non è corpo, non ha figura forma peso quantità o qualità, e non vede, non sente, né cade sotto la sensibilità, non è in un luogo, in un tempo o in uno spazio, non è anima, intelligenza, immaginazione, opinione, numero, ordine, misura, sostanza, eternità, non è né tenebra né luce, non è errore e non è verità.*

(* I brani in corsivo sono tratti da Umberto Eco – Il Pendolo di Foucault - Bompiani, 1988)

  • Fever, A Warm Poison
  • Inamorata
  • Trailing Moss In Mystic Glow

In The Pendulum’s Embrace (Touch / Wide, settembre 2007)

di Vincenzo Santarcangelo

Le note, come sempre, sono esattamente al posto giusto, proprio là dove devono essere. La musica di Oren Ambarchi è aritmetica allo stato puro. Ma gli addendi, stavolta, sono numerosi. Innanzitutto gli strumenti: oltre alla chitarra, armonica, percussioni, archi, piano, addirittura voce. Oren Ambarchi che canta, sussurrando, in Trailing Moss In Mystic Glow è una bella novità.

E poi c’è il mood oscuro e tormentato – si direbbe quasi alla Earth – di Fever, A Warm Poison. Di certo retaggio della recente collaborazione con O’Malley e compagni, probabilmente una direzione nuova. Innamorata inizia come la più classica delle composizioni dell’australiano, pacificato stato di trance raggiunto per progressiva levitazione. Ma anche qui accade qualcosa di nuovo, è l’ingresso della sezione di archi, a metà brano, a saturare di tensione, quasi a tributare il sound Constellation. C’è sentore di folk, nella lunga coda di Inamorata, molto più che un sentore nell’ipotesi di cantautorato espanso di Trailing Moss In Mystic Glow – la chitarra arpeggiata a disegnare melodie, e quella voce. Si potrà recriminare su quanto è andato irrimediabilmente perduto in purezza e rigore – gli eleganti monosillabi di album come Suspension e Grapes From The Estate -; ignorare i grossi elementi di novità, non si potrà (6.8/10)

  • Mosquito
  • Bruise Things
  • Help Yourself
  • Right Here
  • Soul Pusha
  • Smile

Sun – I’ll Be The Same (Staubgold / Wide, 2007)

di Vincenzo Santarcangelo

Lo sfogo pop di Oren Ambarchi si chiama Sun, è una creatura a due teste (a collaborare con il sound artist australiano il conterraneo Chris Townend, navigato tecnico del suono) ma con un unico chiodo fisso: songwriting classico di scuola americana. Quello di scrivere canzoni, si sa, non è mai stato il mestiere del chitarrista; meglio, allora, se si vuole imbracciare lo strumento per improvvisare bozzetti melodici da rifinire in un secondo momento, farlo sotto l’ideale ala protettiva dei grandi padri della tradizione americana. Riuscirà assai meglio se si è cresciuti in un ambiente (l’intellighenzia rock newyorchese a cavallo tra anni ’80 e ’90 che Ambarchi si è trovato a frequentare quasi per caso) abitato da artisti che di un Burt Bacharach o di un Brian Wilson in tasca, spesso, possedevano il santino.

Ambarchi resta nondimento (solo?) un ottimo improvvisatore: divagare lungamente su un canovaccio melodico già dato la sua specialità. Si dovrà allora fare i conti ben presto con una forma-canzone piuttosto prevedibile e monotona (refrain pop che si ripete, divagazioni chitarristiche gli ricamano attorno in uno sfiancante balletto di seduzione: esemplari Right Here e Soul Pusha). Un senso di stanchezza si impossesserà a metà disco dell’ascoltatore medio, non certo del frequentatore abituale dell’artista, a conti fatti l’unico potenziale destinatario di un simile progetto. Peccato, ché la lunga coda strumentale della conclusiva Smile è un gran bel sentire. (6.0/10)

  • Alef
  • Bet
  • Gimel

Oren Ambarchi & Z’ev – Spirit Transform Me (Tzadik, 18 marzo 2008)

di Vincenzo Santarcangelo

Nemmeno la ricerca sul sacro, nel 2008, sembra poter fare a meno del supporto delle tecnologie. Per la realizzazione di questo album Oren Ambarchi ha registrato un’ingente quantità di materiale sonoro inviato in seguito via file sharing al santone Z’ev, bloccato a Londra dai postumi di un’operazione per ernia. Mr. Stefan Joel Weisser, si sa, si interroga sin dagli esordi sull’origine del suono, sulla nascita e la differenziazione dei diversi linguaggi, sul significato dell’alfabeto ebraico. E’ attento cabalista e mistico sincero: non stupisce allora che Spirit Transfor Me emani in ugual misura la spiritualità dell’iniziato e la serietà dell’approccio filologico al testo sacro.

Alef è il caos primigenio da cui tutto origina: in musica, pura claustrofobia metallica Z’eve nebulosa dark-ambient Ambarchi. Bet lo slancio vitale delle prime creature che prendono forma: le percussioni dell’americano simulano la duplicazione per meiosi di cellule scarsamente differenziate, la folata di drone noisy generato dalla chitarra dell’australiano il soffio divino che anima i corpi. Lo spirito che informa e che trasforma, come già anticipato dal titolo dell’album. Gimel il ciclico ritorno al nulla originario, stasi sonora cercata ed ottenuta con campane tubolari, piatti e profondo continuo mugugnare di frequenze sottotraccia. Un disco più Z’ev, che Ambarchi, ma risulta ormai chiaro come anche il giovane chitarrista australiano sembra operare quasi posseduto da una misteriosa ed inquieta forza divina. D’altronde come riuscirebbe altrimenti a portare a termine, in media, quasi due lavori all’anno? (6.8/10)