C'è dietro un incendio, a questo incendio. Probabilmente l'ecatombe 11/9 è stata la naturale conseguenza - esteticamente parlando - di tutta una centrifuga culturale che covava da un pezzo, da quelle parti lì. Da cui sono sbocciati fiori incandescenti come soli. Stupendamente intrattabili.
Gli Oneida, un trio che è ormai un quartetto, affronta la questione col piglio giusto, forse l'unico possibile. Giovani ma neanche troppo, carini per nulla e ormai neanche disoccupati, sono le teste parlanti d'una generazione che non ha tempo per esistere (figuriamoci resistere). Una generazione divorata da un enorme botto e un enorme buco, dove prima non c'era nulla.
La wave s'incendia psych s'incapriccia prog s'illanguidisce pop. La furia e l'ingegno, certe sgarbate angolature, certi sfrigolanti crogioli. Un'attitudine che estenua la melodia verso ipnotiche derive, martellanti, ossessive. Perché sia chiaro che quel qualcosa esiste, sopravvive. Ed è perciò prezioso e pericoloso. Dotato di arti e sensibilità. Di cultura, dio mio, di cultura. E' un pensiero che vibra, prima d'arrivare al cuore. Per una volta, il cuore non basta. Il pensiero è il sentimento necessario. Per questa volta.


C'era da aspettarselo che nell'anno domini 2002 su New York si sarebbero accesi riflettori potentissimi, e non sto parlando di quelli che hanno celebrato, simulandone e sublimandone la fisionomia, le torri del World Trade Center.
Abbastanza prevedibile che sotto al fascio di luce sia finito un brulichio di promesse interessanti (Secret Machine, Liars, Yeah Yeah Yeahs), anche se talora le aspettative mi sembrano francamente sproporzionate (Radio 4, Interpol). Ma a sorprendermi davvero sono stati gli Oneida, che con Each One Teach One hanno probabilmente firmato il loro capolavoro, destinato a lasciare un segno nei mesi - se non negli anni - che verranno: un'impetuosa, potente, devastante rielaborazione di istanze psichedeliche al livello di Telephatic Surgery dei Flaming Lips o Yerself Is Steam dei Mercury Rev.
Immaginatevi un bateau ivre termonucleare guidato dagli spettri di Troggs, Beefheart, Blue Cheer e 13th Floor Elevator! Difficile?
Aspettate, perché lungo la rotta si imbarcano Stooges, Neu!,
Devo, Gang Of Four, Killing Joke, Slint, Kyuss e Aphex Twin (potremmo
continuare), tutti bramosi di azzannare il midollo della modernità senza
rinunciare ad un grammo di intransigenza, ad un barlume di visione.
Che è cruda, nera, terribile, ma anche vivida ed eccitante,
un tritacarne per cervelli assopiti, bava gelata lungo la schiena,
il bagliore di scenari mistici e indecifrabili
Due dischi per circa un'ora di musica complessiva (come fossero mini album
figli di conati limitrofi): al primo il compito di contenere due tracce - poco
meno di un quarto d'ora per Sheets Of Easter (un martello, un'ossessione
ai limiti della sostenibilità, un raga parossistico sparato ad alzo
zero senza intenzione di fare prigionieri) e quasi diciassette minuti per Antibiotics
(funk convulso e digrignante, l'organo un succhiello, le chitarre cataratte
e bestiole d'inferno, nel finale una salmodia pastorale su bordone allucinato)
- mentre il secondo ne ospita sette, dagli artigli-su-vetro di Each One
Teach One (la minaccia dei droni, la macina delle corde, la stolidità belluina
del canto, il ricamo ossuto della batteria: un pezzo esplosivo) all'esotismo
sfibrato di No Label(ciondolio di piano e tamburelli, filigrana stridula
di chitarra, danza claudicante delle marionette assassine), passando dalla
pulsazione magnetica di People Of The North (come dei Suicide riprocessati
dai Primal Scream, strizzando l'occhio agli U2 di
Achtung Baby) e dal raga cibernetico di Number Nine, quindi dalle
escrescenze funky disinnescate di Sneak Into The Woods al sordido
stomp di Black Chamber (come dei Canned Heat resuscitati
a suon di mescalina), senza dimenticare la scricchiolante tessitura ritmica
(piano-tamburo-campanello-tastiere) di Rugaru, lacerata a furia di
vocoder invasato, come una psichedelia rinculata, rispedita al mittente senza
appello.
Anche nei momenti più scellerati tastiere, chitarre e batteria si impastano
in un terremoto vorticoso però mai caotico, anzi lucido come gli spietati
congegni ritmici dei Polvo, frenetico e scomposto come la
profusione This Heat inscenata dagli El Guapo, veemente
come la flagranza wave dei ritrovati Wire, il tutto avvolto
in una membrana di sussulti sintetici che lo fanno sembrare il prodotto naturale
dei tempi, la fibrillazione di un suono che esplode di sovraesposizione, colluso
con l'intossicazione di segni e informazioni dei nostri giorni.
Per ciò che mi riguarda, non riservo a questo disco l'eccellenza solo
per il sospetto che molto arrivi dal mestiere, da quel progetto di "scena" che
il recente split (peraltro non straordinario) con i già citati Liars non
fa altro che confermare. Il tempo, naturalmente, emetterà il giudizio
più opportuno: va da sé che sarò ben felice di ritoccare
il mio voto. Verso l'alto. (7.5/10)

Split single dall'evidente valore intrinseco questo tra Oneida
e Liars, come una sorta di manifesto, un incontro/scontro inaspettato
quanto prevedibile tra due delle band che stanno ridando lustro
all'undergruond newyorchese.
Il gioco è diretto ed affascinante: Liars che
coverizzano gli Oneida e viceversa, più una manciata
di inediti a testa, per un totale di 26 minuti che in ogni modo seguono la
scia delle loro più recenti uscite.
Ad aprire sono i Liars che trasformano Rose & Licorine in un'incredibile
e luccicante wave song dalle forti reminiscenze pop Eno-iane (molto
alla Needles In The Camel's Eye), di seguito gli Oneida, serratissimi
con la punkoide Privilege, per poi confermare tutte le radici garagiste
in Fantasy Morgue e nello stupro di Every Day Is A Child With
Teeth (dei Liars).
La palma dei più bizzarri va ai Liars di All In All A Careful Party e Dorothy
Taps The Toe Of The Family, scanzonati esempi di pura improvvisazione.
Tappa obbligatoria per chi vuole assaggiare gli umori delle due band. (7.0/10)

In origine avrebbe dovuto essere un doppio EP, adesso esce invece come il nuovo album. Otto le canzoni in scaletta, collaudate ampiamente nei live set durante i mesi successivi all'uscita del discusso Each One Teach One (2002), apocalittica deflagrazione che li aveva sbalzati tanto in alto da permettere loro un po' di caduta libera senza accusare cali di tensione né d'ispirazione. Era il caso dello split con i Liars, è il caso dell'ultima fatica Secret Wars.
Se il doppio precedente portava alle estreme conseguenze musicali la svolta sonora già evidenziatasi con Anthem of the Moon - le pulsazioni omicide dei Suicide, la ieraticità marziale della Sister Ray di velvettiana memoria, il minimalismo storico e amenità del genere - queste otto battaglie per chissà quali "guerre segrete" non nascondono, invece, rompicapi stilistici alcuni. Tutto torna ad essere piano e, compositivamente, ciò ha il vantaggio, meramente filologico, di evidenziare le radici d'un suono (la new wave targata Ralph-Subterranean, la psichedelia rumorista dei sixties, dai 13th Floor Elevators ai Red Crayola) sinora in ombra.
Ciò detto, Treasure Plane, che del cd è la porta d'accesso, si adagia - dileguando le accelerazioni ipercinetiche del passato - su toni addirittura "ballad", un po' come dei Pearl Jam impantanati in un incubo floydiano. L'eccesso nell'uso delle voci filtrate, prima costante, viene completamente obliato, dimenticato nel baule "rumorista" dell'armamentario degli Oneida. Quanto la depurazione in atto nulla aggiunga o sottragga al discorso sonoro dei newyorkesi, ce lo conferma Caesar's Column, col suo impastare industrial, funky e una specie di hip hop sordido e stranito, nascondendo una coda che quasi è un tributo ai Pink Floyd di Pow R Toc H (tintinnii metallici, sberleffi vocali sussurrati appena).
Proseguendo lungo la scaletta, incontriamo Capt Bo Dignifies The Allegations (una visione ripulita di quelle ben meno compiacenti di Each One Teach One) e Wild Horses (sconcertante, chiama in causa addirittura, simulando il timbro vocale di David Gilmoure, i Pink Floyd dei tardi '80). Sorge qualche interrogativo sulla capacità degli Oneida di perpetuarsi tanto nella stabilità quanto nella mutazione. Ma poi, deo gratias, arriva la vera chicca del platter.
The Last Act, Every Time coniuga, infatti, un vago mood orientalista con deturpanti, acidissime frasi d'organo, repentini tafferugli percussivi e un assolo arricciato di chitarra per un folk androide conteso tra epica e distacco, una psichedelia ipnotica e cerebrale: il tutto riporta alla mente le combinazioni alle sei corde, inventive e crudeli, dei rimpianti Polvo (altezza Today's Active Lifestyle direi), così come s'intravedono punti di contatto estetici (il primo piano esasperato di corde e voci, la persistenza dell'analogico, la tortuosa indolenza melodica, la flagranza imprevedibile delle perturbazioni sintetiche) col lavoro dei The Books. E' un capolavoro. L'unico in programma.
Concludono due canzoni meno inebetite dallo sperimentalismo degli Oneida migliori ma cariche ugualmente di interesse: la martellante filastrocca lisergica di The Winter Shaker e la lunga jam di Changes In The City, dove il crescendo energetico si distende inesorabile ma sotto stretto controllo, distorto e graffiante tuttavia austero, come un delirio cloroformizzato, come la potenza di fuoco di Blue Cheer e Can messi assieme, però incanalata ad alimentare un qualche meccanismo lento e devastante. Né l'una né l'altra salvano quest'opera dal rivelarsi come "di transizione", e magari insinuano un dubbio, quello cioè che il puzzle di stili e frammenti di stili, così ben centrifugati nel passato recente degli Oneida, necessiti di uno studio, d'una volontà di farne combaciare le tessere, perfido e maniacale, ingegneresco e architetturale, caricaturale ed ironizzante.
Venendo a mancare questo lavoro propedeutico in fase d'arrangiamento, i pezzi sarebbero davvero molto scontati e il songwriting degli Oneida pian piano si affloscierebbe nel "già udito". Ed è quanto talora accade in Secret Wars. Otto brani per una scaletta non perfettamente coesa, in ossequio alla sua natura di ep sfuggito al controllo. Otto simulacri, se vogliamo, dell'avant-Oneida-sound primario, che per quanto gradevoli all'ascolto non riescono ad alzare ulteriormente il livello d'interesse per queste guerre segrete, sempre meno guerre e tanto meno segrete. (6.6/10)

È la seconda volta in Italia per gli Oneida in poco meno
di un anno, segno che le recensioni e gli articoli a loro dedicati
qualche effetto hanno sortito; l’Init è affollato
e il terzetto non manca di dimostrare il proprio affetto verso
il pubblico italico sfoggiando dei polsini tricolori (!).
Il palco per gli Oneida è il banco di prova per i brani inediti, non
del tutto rifiniti e suscettibili di cambiamenti a seconda della serata; inutile
aspettarsi una riproposizione sterile dei pezzi degli album, che pure non deluderebbe
i presenti. Numerosi gli estratti da Secret wars,
mentre i nuovi brani sembrano virare verso una forma di minimalismo meno roboante
rispetto al celebre doppio album precedente. Poche le concessioni al passato: Each
One Teach One e Privilege; come detto, il trio preferisce non
ripetersi. Ben due invece le cover, entrambe stravolte: Halloween di Siouxsie
and the Banshees e un pezzo dei Grateful Dead.
Per chi non avesse mai ascoltato il gruppo, i riferimenti sono alla psichedelia
più acida e all’hard rock dei Seventies, il tutto filtrato da
ascolti a ripetizione di Neu! e Suicide. Il risultato è unico,
anche se talora verrebbe spontaneo collocare gli Oneida in un alveo temporale
tra la fine degli anni Sessanta e la metà dei Settanta: alieni allora
come oggi, e con scarse possibilità di integrazione (per fortuna).

Non si fanno certo desiderare, gli Oneida. Spezzano l'attesa
per il nuovo album - che di sicuro è imminente - con questo
EP di quattro tracce buttato sul tavolo tanto per ribadire come
stanno le cose. Diciamo subito che non si tratta di un tassello
irrinunciabile riguardo all'opera dei tre nerd da New York, e
ci mancherebbe. Tuttavia, l'impressione è che il loro
suono non sia mai stato così apertamente riconducibile
- per affinità e conflitti - a quello psych di fine sessanta,
la qual cosa ne giustifica se non l'acquisto almeno l'esistenza.
Naturalmente non stiamo parlando di praticelli d'Utopia in un cinerama d'infiorescenze
acidule, ma del consueto assalto alla roccaforte in sella ai treni fantasma
del kraut rock più febbrile e disarticolato, come fa l'iniziale Summerland col
suo gradevole sabba di visioni teatrali (la voce s'inalbera sullorlo
della nevrastenia con chitarra e batteria al seguito, ricordando da vicino
gli ultimi 90 Day Men) in claudicante processione
tra incandescenze Blue Cheer sbaragliate da una stridula apparizione
di sax.
Il deragliamento wave e noise è unevenienza sempre in agguato,
come dimostrano gli esiti Sonic Youth/Flaming Lips e Wire (quelli
più pop) di Inside My Head, perpetrato attraverso trasfigurazioni
d'organo, sordidezza serrata di basso, effetti in reverse sul drumming e canto
in punto di delirio. E poi la sterzata astrusa, l'inaspettato (un po') prevedibile,
la scheggia genialoide: ovvero Song Y, disarmante ibrido country-electro,
banjo e dadaismi cyber-valvolari, voce da coyote allunato.
Infine, vera e propria apoteosi dello stile Oneida, la fluviale, ossessiva,
ectoplasmatica reiterazione psycho-ritmica di Hakuna Matata (i riferimenti
al tormentone disneyano sfuggono alle mie capacità dinterpretazione),
quindici minuti di vita catturata dal loop di battiti e corde pizzicate e gorgoglio
acido di sfondo, non-luogo e non-tempo dove la dilatazione assomiglia alla
sostanza, dove all'improvviso suona il campanile delle ultime visioni possibili,
nel cimitero delle utopie frantumate.
Un po sembrano aruspici dun modo nuovo darrabattare rock,
un po ordigno votato alla musica per (post)adolescenti col vizio della
stravisione. Infine, sembrano tre cazzoni cui ancora non par vero daver
azzeccato la formula giusta e battono lispirazione finché è calda.
Insomma, il gustoso enigma Oneida è destinato a protrarsi ancora. (6.8/10)

Potranno sembrarvi impazziti d’un tratto, o estremamente coraggiosi, o inaspettatamente rammolliti. Gli Oneida, già. Proprio quei nerd from NYC capaci di squinternare antiche muffe garage psych a furia di sgassate kraute, quelli che una furia progettata a tavolino è pur sempre furiosa, quelli che una quadratura ritmica è un congegno a baionetta e gli assolo squarciano la coltre acida con aggraziata foga da shrapnel. Loro, insomma, tornano con un disco infarcito di: archi e melodia.
Avete letto bene. Archi e melodia. Non mancano – certo che no - di spianare gli usuali orditi psichedelici: visioni a folate, ispide & chimiche come rigurgiti Ultimate Spinach (si prenda all’uopo il lento incedere tra gorghi di watt, fantasmagorie elettroniche e deliri proto-floydiani di Heavenly Choir), gorghi lugubri e urticanti come marci deliri Jefferson Airplane (vedi la concrezione blues di Spirits, organi in fiamme, cori anfetaminici, chitarre esotiche e campanellini).
E non manca la scienza inesorabile di chi sa triturare il piglio beffardo degli Stranglers e i tatticismi dei più aspri Talking Heads (nell’allucinante Lavender), o virare con disinvoltura una torrida escursione MC5 nella più ipnotica e seriale strategia Neu (la scellerata Did I Die).
Però la scaletta è aperta da una The Eiger che ti fa ipotizzare gli ormai defunti Beta Band in vestigia da camera, incalzante e romantica come dei Left Banke redivivi o un Vivaldi sotto lsd. Per non dire degli archi accorati tra synth madreperlacei di Charlemagne – quasi gli ultimi Rev in suadente parata – o della squillante mestizia folk abbozzata nella conclusiva August Morning Haze - uno degli episodi più "dolci" mai licenziati dagli Oneida. Oppure ancora dell’ibrido medievale/elettrico/sintetico di Run Through My Hair e infine della marcia stolida tra archi volteggianti di Know.
Sboccia una sensazione laterale, che si tratti cioè di un espediente per sfuggire al cul de sac stilistico che – malgrado l’apparente vitalità e l’indiscutibile entusiasmo - si prefigurava all’orizzonte. Sensazione che non si dissolve del tutto né apprendendo l’età del progetto (pare che girasse loro in testa dal 2001) né imbattendosi in stordenti ritorni di fiamma quali il blues pulsante e alieno di The Beginning Is Nigh (tra clangori desertici, sfrigolii acidi e refoli spaziali sembra i Primal Scream alle prese con un denso sogno Pink Floyd) o l’allibente marcetta giocattolo di High Life (organini e drum machine, batteria e archi, fatamorgana di chitarre e cori – ancora - Beta Band).
Si prenda dunque questo disco per quello che più sembra, un lavoro di transizione che spande curiosità, dubbi e buone vibrazioni in ugual misura. I posteri – e i postumi – sono i soli abilitati a dirne di più. (6.7/10)

Il Covo si riempie lentamente mentre la guest (one man) band prende il piccolo palco al limite estremo della sala nera. SJ Esau merita una piccola menzione: è un ragazzo inglese davvero giovane e sottile alle prese con una chitarra ed un synth - formula di per sé certamente non inedita: nei momenti migliori ricorda il lo-fi deviato e iperuranico di Microphones, privato della sapienza ritmica di Elvrum. D’altro canto, nel complesso il paragone più immediato resta quello con i Robot Ate Me, trio di San Diegosul punto di conquistare in Europa la medesima notorietà americana. Quando SJ torna tra la folla si ha la sensazione che in qualche mese potrebbe trasformarsi in una delle next big things, dando tempo al tempo. A quel punto Fat Bobby, Kid Millions e Hanoi Jane, sarebbe a dire il mostro a tre teste Oneida, si accomodano ai loro posti di manovra. Si comincia con due chitarre (una delle quali abbandonata subito dopo il primo pezzo e mai più imbracciata) ed una batteria sul punto di spaccarsi in mille pezzi. Dopo gli sprazzi chiaramente più melodici dei nuovi pezzi comparsi su The Wedding (che comunque prendono almeno la prima mezz’ora di concerto), si prosegue alle prese con oggetti sonori inafferrabili, come la suite Each One Teach One. Dal vivo, tra le tastiere disgregate, sintetiche e torturate emerge la dimensione futurista delle decadi newyorkesi passate, di cui la band raccoglie e manipola la (non)struttura: ascendenze Silver Apples, Contortions e Suicide come se piovesse, con sprazzi di kraut d’oltreoceano. L’impianto sembra recalcitrare sotto l’urto dei bpm decisamente alti.
Il sound degli Oneida è duro almeno quanto i membri della band non sembrano esserlo: sono palesemente divertiti e carichi, sorridono tra loro ed alla folla, gesticolano e parlano nelle parentesi di silenzio – fatto in certa misura antipatico – con un accento brooklynense talmente stretto da risultare incomprensibile al pubblico (senza fare alcuno sforzo per farsi comprendere). Fat Bobby suona come se si stesse esibendo in un localetto dell’East Village del 1979, Brian Eno fosse là tra il pubblico a guardarlo e lui dovesse fare a tuti i costi bella figura: regge la scena scuotendo i capelli neri, massacrando la tastiera e cimentandosi col cantato da bravo Jerry Lee Lewis ai tempi del post-punk. Kid Millions d’altro canto è un androide. Regge tempi identici di drumming anche per trenta minuti, se necessario, con precisione robotica e resistenza meccanica (anche lui canta diverse canzoni ora da solo, ora in coro). Hanoi Jane è probabilmente il più sobrio dei tre tanto nelle movenze quanto nelle sonorità - anche considerato che la parte più classicamente elettrica dei suoni viene da chitarra/basso ed il “rock” accanto al “math” che sottotitola idealmente il sound degli Oneida esce essenzialmente dalle sue mani.
Alla soglia dell’ora e mezzo, tra orge acustiche di presente e passato musicale personale quanto storico, spunta prepotente una ben riuscita Ceasar’s Column cui seguono almeno venti minuti di qualcosa che a detta della band è assolutamente nuovo: si chiama Up With the People ed assomiglia ad una improvvisazione ripetuta talmente tante volte da essersi lentamente canonizzata e trasformata in pezzo. Il caos regolato riempie la stanza gremita ed esplode fino alla fine del live – perfetta sintesi di un concerto letteralmente memorabile, capace di mettere (felicemente) alla prova persino i timpani più resistenti.

Come già lasciava intuire il precedente The Wedding, l'estetica Oneida va incontro ad una inevitabile (?) maturazione e quindi inevitabilmente (?) cambia pelle. Accolto in pianta stabile il chitarrista Phil Manley (già nei Trans Am), il combo from Brooklyn doma l'irrequietezza cervellotica e l'assalto incendiario in favore di un progetto neo-psych che abbraccia - parafrasandoli - l'antico e il moderno, la black e la wave, strani fantasmi oleografici d'oriente e d'occidente. L'ascolto finisce così per somigliare ad un'allucinazione espansa, sorta di blob che fagocita come nulla fosse tanto l'utopia (m)isterica di fine sessanta (le visioni folk-psych di The Adversary, gli arabeschi serrati come spurghi Led Zep in Busy Little Bee) che l'irregimentazione krauta dei seventies (il funk robotico e sbrigativo di Up With People, quasi otto minuti di sollecitazione ipnotica tipo i Neu! coverizzati dai Devo). Raccogliendo en passant i sassolini lanciati nello stagno dai Mogwai di Rock Action (quei rigurgiti medievaleggianti, a dire il vero un po' stopposi), infilandosi nel vuoto lasciato dai Beta Band (le stralunate fatamorgane hip-hop) per poi - why not? - annusare la mirabolante scia dei Tv On The Radio (quell'onirico impasto prog-gospel).
La tensione sonica ne esce un po' ammansita, per quanto ancora capace d'imbastire con una certa disinvoltura iperfrequenze Flaming Lips (Pointing Fingers) e certi sfasamenti ritmico/timbrici che faranno sospirare di nostalgia i fans (le brume, le sincopi, le perturbazioni, le folate, gli sfrigolii della title-track). Siamo ben lontani insomma dalla botta in pieno cervello di Each One Teach One, ma sull'altro piatto della bilancia occorre pur registrare episodi suggestivi come Reckoning (ballad claudicante tra caligini elettriche ed ectoplasmi vocali), il mambo asprigno di The Misfit e lo sciroccato cosmic-blues di Thank Your Parents. Nel complesso è un buon album di una buona band che si sente libera di fare la propria cosa. Tuttavia, mentre leggevo le note di presentazione di casa Jagjaguwar che descrive questo Happy New Year come la fine di una fase, confesso di aver provato qualcosa di simile al sollievo. Appena un pizzico, ma tant’è. (6.6/10)