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Okkervil River

di 2003-2007 Stefano Solventi
PAGINA IN AGGIORNAMENTO

 

 

 

 

  • Down the River of Golden Dreams
  • It Ends With a Fall
  • For the Enemy
  • Blanket and Crib
  • The War Criminal Rises and Speaks
  • The Velocity of Saul at the Time of His...
  • Dead Faces
  • Maine Island Lovers
  • Song About a Star
  • Yellow
  • Seas Too Far to Reach

Downs The River Of Golden Dreams (Jagjaguwar)

di Stefano Solventi

Zitti zitti gli Okkervil River sono arrivati al terzo album, e tanto per tenere fede alle usanze sembra proprio quello della maturità. Più precisamente, dimostrano una straordinaria propensione e competenza nel confezionare ballate folk rock, con piglio romantico e un po’ disilluso come si conviene ai tempi che corrono. Ballate su ballate, alcune belle, un paio stupende (It Ends With A Fall col suo profluvio disinvolto di hammond e mellotron, Maine Island Lovers con la mestizia macinata in un intimo conciliabolo di archi, piano e organo).
Quest’ultime, come si suol dire, sono in grado più o meno da sole di giustificare l’acquisto del disco, tuttavia non riscattano la monotonia del programma, sostanzialmente un’applicazione abbastanza pedissequa per quanto struggente delle lezioni impartite da Mojave 3, Coldplay e Counting Crows (passatevi in rassegna rispettivamente For The Enemy, Dead Faces e Blanket And Crib, per non dire quella Yellow prodigiosamente in bilico tra i tre “modelli”). Volendo potremmo scomodare tra le ascendemze anche Buffalo Tom e Red House Painters, o addirittura The Incredibile String Band, ma sarebbero troppi gli invitati ad un desco non proprio pantagruelico.
Voglio dire, i pezzi sono ben costruiti, arrangiati e prodotti con proprietà (le pennellate di steel guitar, gli arzigogoli di banjo, la cucitura discreta del piano, la tiepida luminosità delle tastiere, quando occorre – con parsimonia – archi e ottoni, il tutto raccolto attorno ad un drumming in asciutto e verace primo piano), persino la voce di Will Sheff (anche chitarrista, nonché principale autore dei pezzi) supera senza difficoltà la desolante mediocrità delle ugole contemporanee (fatevi un ibrido mentale tra Jonathan Richman, Will Oldham e – appunto - Chris Martin).
Tuttavia, alla resa dei conti manca un forte quid autoriale, manca il senso preciso di vita messa in gioco che renderebbe il giochino una cosa urgente e vera, e il lieve trasporto della gradevole The War Criminal Rises And Speaks o la saltellante nevrastenia di Song About A Star un palpitante supplizio per l’anima nostra peregrina.
Invece salutiamo la fine del programma con una Seas Too Far To Reach gradevolmente disimpegnata, graziosamente condita, perfetto riassunto di un disco asprigno quel tanto che basta da lasciarsi una scia d’innocuo rimpianto alle spalle. Presto dispersa. (5.9/10)

  • Black Sheep Boy
  • For Real
  • In a Radio Song
  • Black
  • Get Big
  • A King and a Queen
  • A Stone
  • The Latest Toughs
  • Song of our so-called friend
  • So come back, I am waiting
  • A Glow

Black Sheep Boy (Jagjaguwar / Wide, 2005)

di Stefano Solventi

Non voglio passare per quello che s’innamora delle proprie opinioni e poi le difende malgrado tutto e tutti, ma gli Okkervil River continuano a non convincermi. E dire che non mancherebbero loro i requisiti minimi per farmi innamorare, tanto più in coincidenza di questo quarto lavoro in cui lo stile opportunamente s’intossica e scompone, si fa isterico e oscuro e trepidante. Insomma, non più solo folk ballad su folk ballad come in Down The River Of Golden Dreams, ma anche scenografie acidule, febbrili vibrazioni emo, pulsioni indie e diffuse irrequietezze art. Il tutto per un concept la cui criptica trama s’innesca a partire dalla title track, cover di Tim Hardin (dal suo secondo, splendido album) rifatto in salsa Eels (una soluzione baluginante di chitarrina, archi, piano e pigolii sintetici).

Alla band di Mr. E viene da pensare spesso lungo queste undici tracce, che si tratti della sveltezza country-pop tra il sognante e il friabile di Song of our so-called friend o del folk senza limitatore di melodramma (harmonium, banjo, wurlitzer, tromba, xilophono…) di A king and a queen, o ancora della sguaiataggine un po’ forzosa di For real (riff a sciabolate sulla quiete tesa delle strofe, ugola scomposta, nevrastenia diffusa), così vicina al subbuglio stilistico dell’irrisolto Souljacker. A proposito, ecco il punto: la ricerca di squilibrio emotivo/formale spande su tutto il suo retrogusto d’artificio, quasi fosse la strategia decisa a tavolino da Will Sheffe e compagni per dribblare una statura artistica dignitosa ma tutt’altro che eccezionale.

Prendete In a radio song: trame delicate e malinconiche, sperse come gli ultimi Wilco, indolenzite come un guaito Will Oldham, però questo bendiddio finisce soffocato da uno scriteriato sovraccarico formale, da quel troppo stropicciarsi la voce, ad ostentare il martirio emotivo a mo’ di banderuola. Accade più o meno lo stesso nell’emblematica So come back, I am waiting, che prima spunta spettrale e fiabesca, poi diventa una processione a cuore nero, quindi sbraita lancinante e ipertrofica (piano, organo, archi, trombe) e in definitiva pasticciona come i Counting Crows di Recovering The Satellites. La band di Adam Duritz è un altro punto di riferimento plausibile, assieme a una certa propensione allo scompiglio psichico Cure: l’improbabile impasto tra queste istanze si realizza nell’afflizione scalciante di Black, e – ci credereste? – ne viene fuori pure un oggettino gradevole. Come del resto l’indie pop scombussolato di The latest toughs, che traccia filamenti Robert Smith in direzione Coldplay, risultando un po’ malfermo ma in fondo riuscito.

Non bastevole però a tenere sopra la linea di galleggiamento un lavoro che meritava più fiducia in se stesso, nell’intima e intensa ispirazione che a tratti lo muove, a vantaggio di un più semplice approccio formale. Perciò la chiusura di A glow, col suo barcamenarsi tra parodia e languore di certe ballate fifties, si propone come il migliore dei paradigmi. O degli epitaffi. (5.7/10)

  • Missing Children
  • No Key, No Plan
  • Garden
  • Black Sheep Boy #4
  • Another Radio Song
  • Forest
  • Last Love Song for Now

Black Sheep Boy Appendix (Jagjaguvar, dicembre 2005)

di Stefano Solventi

La mancanza di voci caratterizzanti è uno dei problemi principali di tanto odierno pop rock. Ma anche una bella voce - una voce particolare - può rappresentare un problema. E' il caso degli Okkervil River, le cui canzoni cercano nel pathos fornito dall'ugola di Will Sheff il principale motivo d'essere. Prendete quel che succede in Garden: una ballata che si dipana toccante fino ad un ritornello tra i più melodicamente banali mai uditi, col buon Will però che si sprimaccia le adenoidi con la consueta passione. Consueta, e un po' rigida: ti viene da pensare che il caro Sheff ti racconterebbe con lo stesso tono indolenzito anche la barzelletta più sbracata. Lo schema si ripete pressoché ovunque, per quanto cambino tattica e scenari (le accelerate di No Key, No Plan e Another Radio Song), ragion per cui tutte le mie riserve sulla band trovano puntuale conferma in questo Black Sheep Boy Appendix, dove i bozzetti lasciati in sospeso per l'album precedente vengono portati a compimento. A dire il vero, la dimensione ridotta (che poi sono comunque sette tracce) rende la proposta più immediata e incisiva. Se si aggiunge che Last Love Song For Now propone stuzzicanti dissonanze di corde & trombe (come un polpettone maldigerito tra Calexico, Clash e Counting Crows), questo ep è il loro lavoro che mi convince di più. (6.1/10)

  • Our Life Is Not a Movie or Maybe 
  • Unless It's Kicks 
  • A Hand to Take Hold of the Scene 
  • Savannah Smiles 
  • Plus Ones 
  • A Girl in Port 
  • You Can't Hold the Hand of a Rock and Roll Man 
  • Title Track 
  • John Allyn Smith Sails

The Stage Names (Jagjaguwar / Wide, 7 agosto 2007)

di Stefano Solventi

Col quinto lavoro gli Okkervil River scelgono di mollare un po' di zavorra emotiva, asciugano le forme, limano qualche eccesso, et voilà il disco più diretto della band texana. Che non significa certo un album diretto tout court, perché comunque Will Sheff è uno che spinge sul pedale, inarcando la spina dorsale dell'immaginario finché visioni e suggestioni non schizzano come aculei. Tuttavia, questo The Stage Names è un’altra storia. Si preoccupa più di cogliere i frutti che non di scuotere l'albero, sciorina nove tracce al crocicchio tra folk rock più o meno esagitato (la marcia al guinzaglio di Plus Ones, la tensione frusta di Our Life Is Not a Movie or Maybe), ballate malinconiche (il malanimo Eels nella cartolina Belle And Sebastian di Savannah Smiles) e spasmi ritmici liberatori (una A Hand to Take Hold of the Scene avvampata errebì-wave Housemartins, l'ipotesi glam "rurale" di You Can't Hold the Hand of a Rock and Roll Man).

C’è la consueta misticanza stilistica, okay, ma più sbrigliata, brusca e finanche parca nell'utilizzo dei molti strumenti (xilofoni, hammond, wurlitzer, archi, mandolini, pedal steel, corni, tromba...) che si succedono senza quasi mai causare l'effetto-muraglia, quella struggente cacofonia su cui la voce di Will usava consumare il proprio autodafè. A spuntarla è il carosello dei sogni, rigurgiti di memoria filmica e musicale cui Will dedica una accorata e screanzatella devozione, un gioco che si fa via via più esplicito prima paventando una Whit A Lipple Help From My Friend versione Cocker nella Title Track (che s'intitola proprio così, testualmente), quindi mandando degli Smiths acustici ad impattare agresti rigurgiti Beach Boys nella conclusiva John Allyn Smith Sails, tanto da consumare l'outing mutando nella beachboysiana Sloop John B.

Un disco strano, stranamente fascinoso, screziato d'ombre e tremori come uno Springsteen senza più appigli né riguardo né un briciolo di speranza. La sola A Girl In A Port, col suo dipanarsi mesto e artefatto tipo Brian Ferry riesumato Coldplay, ci ricorda quanto gli Okkervil River possano essere difettosi se decidono di fare perno su un'ideuccia melodica neanche male e giù badilate di nevrastenia.
E' confortante saperli in crescita. (6.7/10)