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Introduzione
Critica
Webografia

Okay

di aavv

 

 

 

Copertina: ...
  • Bloody
  • Now
  • Holy War
  • We
  • Devil
  • Replace
  • Oh
  • Game
  • Roman
  • Hoot
  • Bullseye

Low Road (RuminanCe / 5ive Roses, 30 ottobre 2006)

di Stefano Pifferi

Low Road segna l’esordio solista di Marty Anderson (già cantante nei Dilute), nonché la prima parte di un dittico che prevede un album gemello entro fine anno, dal titolo speculare di High Road.

Composto, arrangiato e suonato praticamente in solitario – tranne un occasionale aiuto da parte di Jay Pellicci alla batteria e al mixer – Low Road è una raccolta di adorabili pop songs costruite secondo un principio di stratificazione. Le linee melodiche ben riconoscibili di chitarra e voce vengono poi lievemente screziate da stratagemmi ora lo-fi, ora indie mediante rumori di fondo e tastiere. Il risultato è un pop intimista, lievemente folkish in cui a farla da padrona è, però, la particolare voce di Marty, basata su un registro nasale e profondo. Ma non di emulazione Waits-iana si tratta, bensì di una scelta che ben si sposa con le malinconiche lyrics. Sì, perché l’altra caratteristica di Low Road risiede proprio nei testi scritti da Marty; pezzi esili, minimali ed introspettivi che riflettono uno stato di malessere indotto anche dalla particolare situazione dell’autore, affetto da una rara patologia che lo costringe ad un isolamento forzato. L’insieme è un caleidoscopio triste e amareggiato in cui si sovrappongono i vari colori della tavolozza del Nostro, dal pop da cameretta di Bloody alle reminiscenze Beta Band di Hoot, passando per le tastiere fuori tono di Replace, la bucolica malinconia di Oh e gli intrecci chitarristici di We.

Quando poi si arriva al finale dell’ultimo pezzo con in dissolvenza il cinguettare degli uccelli in lontananza, beh, forse solo lì si capisce il senso ultimo di quest’album: la distanza forzata con la quale Marty guarda il mondo dal suo involontario esilio. L’unico appunto è che la sua peculiarità vocale sembra omogeneizzare la cifra stilistica dei pezzi, facendoli assomigliare troppo gli uni agli altri. (6.2/10)

Copertina: ...
  • My
  • Only
  • Tragedy
  • Nightmare
  • Loveless
  • Peaceful
  • Natural
  • Hot Wired
  • Simple
  • Panda
  • Bellashaktil
  • Beast
  • Poof
  • Truce
  • Pretend
  • Huggable Dust
  • Already
  • Asleep

Huggable Dust  (Absolutely Kosher, dicembre 2007)

di Marco Canepari

Ma è pop? O forse folk? E quell’elettronica? Magari s’avvicina piuttosto a musica per bambini… Qualcosa di davvero bastardo è Huggable Dust, indefinibile, nonostante i titoli dei brani, singole parole messe come pietre ad identificare le tracce, senza possibilità di fraintendimento. Qualche dubbio sul fatto che Marty Anderson possa definirsi genio, o piccolo tale, invece viene. Deus ex machina di Okay, Marty sfoggia un’invidiabile poliedricità artistica. Capace di lanciarsi in composizioni di tanto svariata quanto apprezzabile natura. Bisogna anche dire che l’artista californiano sappia davvero ben giocare con i suoni, e si diverta pure parecchio. Huggable Dust ha forma incerta, sembra un trenino colorato da bambino: ogni carrozza una tinta differente; locomotiva gialla, poi vagone verde, rosso, blu e viavia che si rincorrono arrotolandosi… così come i brani che compongono il disco. Vivaci, imprevedibili guazzabugli di note senza troppe carte d’identità e passaporti. E se da una parte ci si diverte e si “esce” soddisfatti dall’ascolto, alla lunga, cosa rimane? Il punto di forza diventa quasi “scredito”, la mancanza di un profilo, di un contorno rende la voce “stregata” di Marty l’unico ricordo da “consegnare ai posteri”. (6.5/10)