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The National

di Antonio Puglia. Foto: Abbey Drucker
Certe cose richiedono tempo. I National, moderni e pazienti artigiani di emozioni, lo sanno bene. Si tratti di folk, pop, indie o wave, i loro sono dischi che sedimentano con lentezza, per poi ripagare ampiamente dell’attenzione ricevuta.

Stranieri per caso

di Antonio Puglia

In tempi sempre più strani come i nostri, a volte accadono piccoli, inspiegabili miracoli. E così capita che il dischetto di un’oscura band di Brooklyn, uscito a inizio 2005 nell’indifferenza generale, finisca nelle playlist di fine anno dei principali magazine inglesi, nonché di migliaia di entusiasti indie fans. A ben vedere, i numeri per fare strage di cuori Alligator li aveva tutti: chitarre alla Smiths, un crooner ombroso, tenere trame acustiche alternate a vivide zampate wave, passaggi melodici indelebili conditi da testi salaci e memorabili, il tutto radunando le migliori istanze dell’indie pop americano (e non) con una spiccata vena autoriale. Uno strike pieno quanto inatteso per questi cinque amici di vecchia data provenienti da Cincinnati - il vocalist Matt Berninger e la doppia coppia di fratelli Aaron e Bryce Dessner + Bryan e Scott Devendorf –, che con giusto un paio di album all’attivo rilasciati dalla loro etichetta, la Brassland (The National, 2001 e Sad Songs For Dirty Lovers, 2003) si sono ritrovati improvvisamente a recitare da protagonisti sul prestigioso palcoscenico della Beggars Banquet. Di questo ed altro ci ha parlato via e-mail Aaron, impegnato in questi giorni insieme ai compagni nel tour promozionale di Boxer (Beggars / Self, 25 maggio 2007 - recensione su SA#32), il nuovo intenso capitolo della saga dei National.

Due anni fa, Alligator ha rappresentato una sorpresa inaspettata (e gradita) per tutti gli amanti dell’indie rock. Come avete vissuto questa cosa, e come vi spiegate quel successo, oggi?

Naturalmente, siamo rimasti lusingati da quello che è successo con Alligator. E’ cominciato tutto in sordina, ma nel tempo il disco ha continuato a crescere grazie al passaparola sotterraneo. Non riesco a spiegarmi né perché ha avuto questo successo, né perché ci sono voluti due anni per raggiungerlo. Posso solo dire che noi per primi tendiamo ad innamorarci di quelle canzoni che ci crescono addosso col tempo, quindi è perfettamente sensato che i nostri dischi abbiano lo stesso effetto sugli altri. E’ stato un viaggio estenuante ma esilarante e alla fine, anche oggi, stiamo facendo le cose esattamente alla nostra maniera: scrivere delle canzoni in cui crediamo, che ci rendono felici quando le suoniamo.

In effetti qualcuno ha detto – penso fosse Pitchfork - che la vostra musica cresce lentamente con gli ascolti piuttosto che colpire immediatamente. Siete d’accordo? E se sì, ritenete sia una qualità?

Credo che sia il nostro caso, sì. Amiamo gli album che resistono al trascorrere del tempo, che si rivelano gradualmente. Abbiamo sempre provato a fare questo tipo di dischi, quindi per noi è senz’altro un complimento.

Dopo Alligator, le aspettative da parte del pubblico e della stampa per la vostra prossima mossa si sono alzate, come non era successo in passato. Era nei vostri pensieri durante la realizzazione di Boxer? Vi siete sentiti sotto pressione?

No, penso che sia sufficiente la pressione interna che proviamo noi cinque nel cercare di comporre canzoni che ci ispirano. Non c’è spazio per pressione proveniente dall’esterno. A volte scherziamo sul “vivere nell’ombra del nostro successo underground”!

In effetti Boxer suona molto più ambizioso – e probabilmente più sicuro - del predecessore. Mi sbaglio?

No, hai ragione. Il disco è molto ambizioso e vario musicalmente, specialmente in termini di stratificazioni ed arrangiamenti. Questo senso di avventura, di ricerca è venuto comunque in modo naturale - se vuoi, accidentale - , come risultato di alchimie che si sono create sia all’interno della band, sia insieme a Padma Newsome (membro fondatore dei Clogs, band “gemella” dei National), che ci ha dato una grossa mano con la produzione. Non abbiamo parlato di scelte precise, come allontanarci di proposito da certe convenzioni rock e provare cose nuove: semplicemente, tutti sentivamo di non doverci ripetere e fare un Alligator II.

Quindi, prima di entrare in studio, non avevate in mente niente di preciso?

Come ti dicevo, non ne abbiamo parlato. E’ tutto nato da nuove abitudini, e dalla volontà di scoprire il giusto tono e umore per ogni canzone. Allo stesso tempo, io e mio fratello Bryce abbiamo cominciato a sperimentare alcune idee sonore durante il tour di Alligator. Per esempio, mi sono messo a colpire la chitarra dietro il ponte, e da lì è nato il suono alla base di Mistaken For Strangers, una tecnica che abbiamo usato anche in altre canzoni. Ci siamo anche resi conto che fiati ed ottoni sarebbero stati appropriati per ciò che stavamo scrivendo. Dal momento che Padma è stato coinvolto sin dall’inizio, è possibile che abbia influenzato la ricchezza degli arrangiamenti. I dettagli orchestrali sono parte integrante delle canzoni, non soltanto giustapposizioni.

Fra i tanti ospiti di Boxer spicca il nome di Sufjan Stevens. Cosa c’è dietro questa collaborazione?

Beh, ci conosciamo da anni, è un nostro vicino di casa e caro amico, mio fratello suona la chitarra nella sua band. Così quando abbiamo avuto bisogno di qualcuno che suonasse delle parti di piano più espressive (almeno, più di quanto io e Bryce siamo capaci!) per due pezzi, Ada and Racing Like A Pro, è stato naturale e facile coinvolgere Sufjan, Ha ascoltato le canzoni una volta sola e le ha suonate immediatamente. E’ stato così semplice!

Il songwriting di Matt è sempre incisivo, mi fa pensare a Leonard Cohen, Nick Cave e Morrissey. C’è un metodo particolare dietro? Influenze musicali (e non)?

Credo che Matt tragga idee virtualmente da ogni cosa. Film, televisione, libri, conversazioni sentite per caso. Ascolta la musica che gli forniamo per mesi e mesi, e scrive quaderni pieni di idee. Poi, gradualmente, mette insieme i testi come un collage; in questo modo le canzoni possono avere più argomenti allo stesso tempo. Riesce a mescolare l’onestà delle emozioni, parlando con humor di situazioni difficili e imbarazzanti e sì, penso che in questo ha imparato da Cohen, Cave e Morrissey.

Amore e lotta, difficili situazioni interpersonali sembrano essere i temi ricorrenti di Boxer

Sì, molti dei protagonisti delle canzoni lottano, in un modo o in un altro. Lottano per trattenere qualcuno che si ama, per debellare ansietà personali, per rimettersi in contatto con amici o cose che sono importanti, e così via.  

Dopo anni di relativa oscurità, avete trovato ospitalità presso la Beggars Banquet, un’etichetta che vanta un passato “importante”, insieme a un profilo immediatamente riconoscibile e una precisa direzione artistica. Come siete venuti in contatto con questa realtà?

Roger Trust, il boss della Beggars, era un fan dei nostri primi album. Quando ha saputo che cercavamo un’etichetta è stato lui a contattarci. E’ stato naturale per noi accettare, dal momento che abbiamo un enorme rispetto per la storia della label; inoltre, non c’è alcuna interferenza con il nostro processo creativo. Il successo di Alligator è senz’altro anche un loro merito, grazie a una distribuzione e una promozione migliore. I risultati si sono visti, specie da voi in Europa.

Andando ancora più indietro, ci faresti un breve riassunto della vostra storia? So che le vicende dei National sono strettamente legate a quelle della vostra etichetta, la Brassland. Quali sono i progetti futuri della label?

Noi cinque siamo stati sempre amici. Io, mio fratello e Bryan abbiamo suonato in diversi gruppi da quando avevamo 15 anni. Scott e Matt hanno frequentato il college insieme a Cincinnati, e per poco hanno fatto parte di una band, i Nancy. Suonavano come i Pavement. Verso il 1999 ci siamo tutti trasferiti a New York per lavoro. Nei weekend ci incontravamo nel loft di Matt sul Gowanus canal (una zona che allora era malfamata), giusto per divertirci. Un giorno abbiamo cominciato a fare canzoni, giusto per divertimento, e un nostro amico ne ha registrato alcune. Riascoltandole, l’alchimia tra di noi era evidente sin dall’inizio. Così abbiamo cominciato a prendere la cosa più seriamente e infine, nel 2001, abbiamo registrato il nostro primo disco (The National). Il nostro amico Alec Hanley Bemis ci ha offerto di mettere su un’etichetta per pubblicare l’album, insieme a un altro disco che mio fratello aveva fatto con Padma Newsome (Thom’s Night Out dei Clogs). E così è nata la Brassland. Quest’anno la label pubblicherà un nuovo disco dei Clogs insieme ad album dei Doveman e Irena &Vojtech Havel, una band da Praga.

Pensate di pubblicare i vostri vecchi dischi su Brassland in Europa?

Sì, è possibile. Intanto, verremo a suonare in Europa in autunno. Faremo una data a Milano in novembre.

  • Fake Empire
  • Mistaken For Strangers
  • Brainy
  • Squalor Victoria
  • Green Gloves
  • Slow Show
  • Apartment Story
  • Start A War
  • Guest Room
  • Racing Like A Pro
  • Ada
  • Gospel

The National – Boxer (Beggars / Self, 25 maggio 2007)

di Antonio Puglia

Si rifanno vivi i nuovi pupilli della Beggars, ed è un ritorno atteso da molti perché arriva dopo un album che, giusto un paio d’anni fa, ha fatto parlare di sé. A ragione: quello di Alligator era un incantesimo che si reggeva su pochi, indispensabili elementi e su un songwriting immediato, incisivo e profondo, che mischiava miracolosamente trame acustiche e spleen di matrice wave, in una scrittura indie pop deliziosamente smithsiana. Roba da perderci la testa, fra gli addetti ai lavori e fra le nuove leve di seguaci del genere, al punto che i National oggi sono una delle indie band americane più richieste in UK. Sarà merito anche del baritono di Matt Berninger, che nelle sue inflessioni crepuscolari non può che ricordare l’ennesimo Ian Curtis, e tutte le palpitazioni romantiche del caso.

E’ un’illusione che si fa quasi reale in Mistaken For Strangers, un brano potente che potrebbe essere uscito dal canzoniere degli Interpol – se solo Banks e i suoi fossero capaci di costruire così bene delle trame sonore elettro-acustiche -; ma, ad essere onesti, quello della band di Cincinnati è un disegno ben diverso dal diventare l’ennesima sensazione emul-wave.

Come in Alligator, il focus è fisso sulla scrittura, che vuole essere autoriale strizzando l’occhio ai vari Cohen, Cave e Staples, suggestioni sicuramente aiutate da voce e testi. Nondimeno, c’è un lavoro sugli arrangiamenti che conferisce uno spessore e una potenza inediti per la band, con dense stratificazioni di suoni e enfasi sulle percussioni: a prova di ciò, sentite come si sviluppa l’iniziale Fake Empire, che nel breve volgere di due minuti assume toni epici degni dei migliori U2 (replicati in Guest Room) e orchestrati alla Sufjan Stevens (che, tra l’altro, è ospite del disco); gli allestimenti sonori restano comunque misurati, senza indulgere troppo in enfasi, che pure sarebbe il rischio maggiore.

Se nel miraggio Joy Division / Arcade Fire di Brainy e Squalor Victoria e nella neworderiana Apartment Story si rientra ancora di diritto in certi canoni wave, poi arrivano ad equilibrare i timbri gentili e acustici di Green Gloves, Racing Like A Pro e la romanticissima Slow Show con i suoi teneri crescendo alla Belle & Sebastian, mentre Start A War arriva a lambire i Lambchop e Cash. Diventa così chiaro che i National vogliono assolutamente alzare la posta, e a giudicare anche solo da Gospel (una signora canzone, che vedremmo bene in bocca all’ultimo Jarvis Cocker), ci sentiamo pronti a scommettere insieme a loro. Anche se Boxer vi sembra meno immediato del suo predecessore, dategli una possibilità. E poi un’altra. E poi un’altra ancora… (7.2/10)

    CD
  • You've Done It Again, Virginia - (Previously Unreleased)
  • Santa Clara - ( Uk B-Side)
  • Blank Slate - ( Uk B-Side)
  • Tall Saint - (Demo)
  • Without Permission - (Unreleased Cover)
  • Forever After Days - (Demo)
  • Rest Of Years - (Demo)
  • Slow Show - (Demo)
  • Lucky You - (Daytrotter Session)
  • Mansion On The Hill - (Live)
  • Fake Empire - (Live)
  • About Today - (Live)
  • DVD
  • A Skin, A Night – Vincent Moon

The National – The Virginia EP – A Skin, A Night DVD (Beggars, Self, 23 maggio 2008)

di Antonio Puglia

Zitti zitti, in sordina, i National sono diventati una delle band più importanti in circolazione. Lo ha dimostrato il successo di Boxer (2007), che ha bissato – e infine sorpassato – quello di Alligator (2005); e lo dimostra perfino un’uscita come questa, secondaria solo per chi vuol vederla tale, celebrativa e al contempo rivelatoria. A partire dal film-documentario A Skin, A Night, che porta la personalissima firma di Vincent Moon (già al servizio di R.E.M. e Arcade Fire) e descrive il complicato percorso che ha portato alla realizzazione dell’ultimo album. Presentati uno a uno, i membri del gruppo appaiono dotati tanto di una calma e razionale creatività in studio, tanto di una fervente e bollente passione su palco, in un’efficace ed azzeccato mix stilistico fra riprese, fotografia e musica. Una visione suggestiva e illuminante, il cui appropriato compendio è l’allegato The Virginia EP, la cui durata in realtà lambisce il long playing. Le dodici tracce qui raccolte non sono nient’altro che una conferma della teoria secondo la quale, quando una band è valida, la sua personalità emerge anche fra le pieghe di b sides, cover e alternate takes. Basterebbe la sorprendente rilettura della springsteeniana Mansion On The Hill o quella, eccellente, di Without Permission (l’autrice è la misconosciuta songwriter inglese Caroline Martin), senza contare l’epico epilogo di About Today (tratta dall’EP Cherry Red e presente anche nel film); c’è poi un’outtake, The Station, che non ha niente in meno rispetto alle sue sorelle finite su disco, così come lo stesso soft country della title track. Un altro tassello che si aggiunge al puzzle, rivelandoci (ancora) quale e quanto sia il peso specifico di questa band. (7.0/10)