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Nada

di Stefano Solventi e Giulio Pasquali
Il rock d’autore in Italia, la femminilità repressa, la liasion impresentabile tra carnalità e poesia. Nada si è fatta carico, per come può, di tutto questo. Ne ha fatto – ne sta facendo - una carriera invidiabile, almeno dal punto di vista della dignità. Un caso emblematico.
Foto: Nada

La pasionaria che sorride

di Stefano Solventi

C'è chi inizia una carriera come rockettaro outsider, scriteriato e molesto, per poi finire dopo lungo imbolsimento a scrivere soundtrack per gli spot dei telefonini. E giù dischi a palate, e peana dei fans, e celebrazioni nazionalpopolari. Chi è? Bravi, proprio lui. Ma lasciamo stare.

Poi c'è chi, come Nada Malanima, trascina per decenni la macchia di un prematuro/immaturo inizio sanremese, tenta di sciacquare i panni nel rio pescoso della musica d'autore (Piero Ciampi, Paolo Conte...), si concede un prolifico excursus teatral-cinematografico, ricasca in un provocatorio e deprecabile poppettino festivaliero, tenta la carta della sperimentazione elettronica, quindi ripercorre se stessa imbastendo il fortunato Nada Trio per ritrovarsi infine ad incarnare l'inedito ruolo di maliarda rock italiana. Tanto più credibile quanto più ignorata dai grandi media. Senza che questo ci stupisca, eh. Neanche un po’.

Ignorata. A meno che non si tratti di ironizzare su quel “deun deun deun” sciorinato sul palco del festivalone, a chiudere un cerchio che – anno del signore 2007 - poteva anche restare aperto, per quel che vale. Ma appunto perché vale poco, se non un camioncino di dischi venduti in più, allora che si divertano pure lorsignori ad ironizzare. Ché la signora ne ha viste molte, conosce il peso specifico, può ben sghignazzarci sopra mentre in sostanza fa quel che sente.

E’ un percorso strano quello che ha portato Nada fin qui, ad essere ciò che oggi è o tenta - più o meno disperatamente - di essere. Con fatica, certo. Accettando un po’ di inevitabile approssimazione. Per il rock d’autore in Italia sono cazzi. Manca l’humus, il milieu, quella rete di empatia, attenzione, passione gli garantisca il nutrimento minimo per sbocciare ed accrescersi. Non va sottovalutata l’importanza di un pubblico disposto a pagare, letteralmente e in senso lato, con denari e partecipazione. Prendete il caso d’un Cesare Basile, uno che è ventre, cuore e cervello, uno che per forza – per elezione - Jon Parish gli è amico. Ma, sapete com’è: Cesare Basile chi? Così come, del resto: John Parish chi? Cacati zero. Relegati nel ghetto spaurito dei (benedetti) sotterranei. Sigillate le porte dei network radiotelevisivi. In sovrappiù, un epiteto che sa di marchio e di beffa: alternativi. Alternativi a cosa?

Eppoi c’è Nada. Nada, degli sfigati matrona. Nada che se lavora con un Baglioni o con un Cocciante è quando – primissimi settanta – ancora non se li fila nessuno. Una che nel 1973 dilapida ogni residuo canzonettismo da cantagiri-sanremi-canzonissime sfornando un Ho scoperto che esisto anch’io interamente composto per lei da Piero Ciampi. Nada, quindi, che si rivolge proprio a Basile e Parish per realizzare un disco (Tutto l'amore che mi manca) che la fa sedere automaticamente – anni duemila - sul trono delle signore rock italiane. Ruolo cui del resto già si era autorevolmente candidata con la teatralità sardonica e bizzarra del precedente L'Amore E' Fortissimo, Il Corpo Invece No e la partecipazione all'esordio solista di Massimo Zamboni. Non che la concorrenza fosse particolarmente agguerrita. La rivale più accreditata forse è Cristina Donà (del resto sua complice nel “deun deun deun” sanremese). Al limite aggiungiamo Lalli, che però col rock – in termini stilistici ed espositivi - ha ormai poco a che vedere. Quanto alla Consoli, semplicemente non c’è gara. Ne dimentico qualcuna?

Nada è un caso emblematico. E’ una pasionaria sorridente, che stempera combattività e understatement come se non ci credesse più troppo, ma non potesse farne a meno. Nella sua bocca, attraverso il suo corpo di bambola passita, di rispettabile cortigiana che scopre stracci di verità tra bacco ed eros, o se volete una liasion salda ma poco raccomandabile tra carnalità e poesia, vibra un signor rock. Un rock - ebbene sì - d'autore. Di quelli che non c'è sbocco, non c’è storia. Ma le storie si raccontano anche senza Storia. Sono vene che tagliano le vite di nascosto, fuori dal cono di luce dei riflettori. Sono rigurgiti acidi e tenerezze, sono conflitti struggenti che diventano rappresentazioni (teatrali, letterarie). Improcrastinabili. Necessari.

Per il momento, il rock d’autore in Italia non può conoscere altro che sconfitta. Ma la capacità femminile di cedere al più sensuale degli abbandoni, di accettare la sconfitta come parte del flusso delle cose, di accoglierla come solo un grembo sa accogliere, per restituirla in definitiva alla vita, questo languido sacrificio è insomma la scialuppa che non affonda, che ti porta in salvo, anima e tutto. In attesa di tempi migliori. Forse.

Nada è qui per questo. Anche per questo. (Mal)anima rock.

  • Chiedimi quello che vuoi
  • Asciuga le mie lacrime
  • Proprio tu
  • E ti aspettavo
  • Senza un perché
  • Piangere o no
  • Ti troverò
  • Tutto l’amore che mi manca
  • Quello che ho
  • Classico

Tutto l'amore che mi manca (On the Road Music Factory / Venus, 2004)

di Stefano Solventi

A partire dal titolo, l’amore è al centro della questione. Come sempre. Un amore fisico e irresolubile, ingenuo e viscerale, scandaloso e scomodo, vero e proprio paradigma esistenziale per la signora Malanima, che affida ad un manipolo di sodali il compito di sezionare i propri rovelli, di cauterizzarli a suon di musica e voce.

Nomi che ci piacciono parecchio, quelli di Cesare Basile (che scrive e suona), John Parish (che produce, imponendo una azzeccata presa diretta) e addirittura Howe Gelb, che elargisce un po' della tipica, squinternata alterità nella sorniona Classico (tra l’altro pezzo d’apertura del coevo Giant Sand).
La voce di Nada: che cosa strana. Fa bene Parish a metterla tanto in evidenza, in violento primo piano. Così che c’investa di fragilità indolenzita, un po' come se avesse appena finito di ridere o preda di quella febbre che annuncia il prossimo delirio. Come se giocasse tra l’esserci e il farci, violentandosi un po' e per questo meritando una credibilità su cui non avremmo scommesso. Non noi perlomeno che abbiamo ancora nelle orecchie l'Amore Disperato di quando eravamo ragazzini.

Ad oggi, immersa com'è in questo ginepraio di chitarre ora urticanti ora carezzevoli, tra i pistoni elastici e cupi dei bassi e le acide pennellate d'organo, sembra una Thalia Zedek appena più umorale e svagata (l'acre filastrocca di E ti aspettavo, i liquori folk-blues di Quello che ho, la malinconia jazzata di Proprio tu - scritta da Basile), oppure una delle tante zie possibili di PJ Harvey (vedi la title-track, in cui sembrano riverberare i cupi barbagli e le esplosioni di To Bring You My Love, oppure quella Asciuga le mie lacrime i cui versi rimandano curiosamente - curiosamente? - ai declama atonali di Ferretti), ma anche una insospettabile cognata della signora Patti Smith (in ordinaria versione rock come nella torrida Chiedimi quello che vuoi, ma anche nell'invasato autodafè emozionale della ghost track Le mie madri - lo stesso titolo del suo libro quasi-autobiografico, che non ho letto ma che forse è il caso di recuperare).

La maturità dell'artista e dell'operazione viene fuori allorquando sa lasciarsi alle spalle l'urgenza formale del rock per testimoniare anche il lato più "leggero", che c'è, inutile quindi nasconderlo sotto al tappeto. Tanto più se come in questo caso riesce gradevole e ben costruito, raccolto - sarà un caso? - nella parte centrale del programma: una languida Ti troverò che svolge un folk-blues dolciastro solcato da riverberi e frustate, double-bass e wah-wah; la zampettante Piangere o no tra gocce di piano e chitarre incandescenti; infine Senza un perché, vale a dire quel gioiellino pop che potrebbe aver scritto un Cobain sopravvissuto e (quindi) disincantato, molto carina anche nella versione acustica della (ulteriore) ghost track.

Disco che non dice nulla d'inedito se non l'anima di Nada, che è appunto Malanima e ci tiene ad informarcene. Il rock l'abbraccia come farebbe l'amico o l'amante di vecchia data, combinando quel che si dice un bell'ascoltare. (7.1/10)
Stefano Solventi

  • Tutto l'amore che mi manca
  • Grazie
  • Da solo
  • Piangere o no
  • Trafitto
  • Senza un perché
  • Miccia prende fuoco
  • Chiedimi quello che vuoi
  • Ultimo volo America
  • Ti troverò
  • Le mie madri

Nada e Massimo Zamboni - L'apertura (EDEL, novembre 2005)

di Stefano Solventi

Tanto sorprendente e bello il tour imbastito da Nada e Massimo Zamboni, che certo meritava una testimonianza discografica. Naturalmente manca a questo L’apertura la “presenza” scenica della cantante toscana, corpo da bambola tenera e sciroccata, logora e sensuale, folle e bambina, bella di vita ormai sbrigliata, irrecuperabile. Se volete, una Marianne Faithful nostrana, e senza paura di esagerare. Zamboni invece, penso lo sappiate, sul palco è uno inversamente proporzionale alla densità di quello che suona: se solo potesse, se ne starebbe volentieri dietro le quinte a ordire i suoi incubi e i suoi stupori sonici.

Ma a noi sta bene così, e a Nada credo pure, visto come le sue canzoni – sette su undici in scaletta – si giovano di quelle rifrazioni sintetiche, di quell’ululato “interiore” di chitarra, dei ruggiti e degli ologrammi. Interferenze estetiche che ben si sposano con la poetica da “malanima”, traslandola su un piano di allarmante attualità. Più che emblematiche in questo senso Chiedimi quello che vuoi e Tutto l’amore che mi manca, dove l’asprezza accorata della cantautrice trova carburante e comburente nei bassi turgidi, nelle trame radenti e scabre di tastiere e chitarre, oppure – soprattutto – quando nella conclusiva Le mie madri la teatralità si consuma visionaria e febbricitante tra robotici tribalismi e pulsazioni motorizzate.

I pezzi firmati Zamboni a loro volta guadagnano in fisicità, s’inclinano blues con fare ombroso e acido (Da solo), masticano punk la desolante afflizione (Ultimo volo America, che nell’originale era allucinata profezia), sottolineano l’ebbrezza sofferta della questione (Miccia prende fuoco, con breve intro - recitato dallo stesso chitarrista - che rafforza i sospetti di “dedica nascosta” al Ferretti). Resta da dire di quella Trafitto che, da buon fantasma CCCP, è uno schiaffo teso e cupo, mitigato però da una certa dose di saggezza, l’invettiva resa più vulnerabile e passionale da una Nada ben calata nella parte (di alter-ego di Zamboni, come un tempo Ferretti). Bel disco in definitiva. Ben registrato, ben suonato, ben interpretato. (7.1/10)

  • Luna in piena
  • Pioggia d'estate
  • Distese
  • Il sole è grosso
  • L'attaccapanni
  • La verità
  • Questo giorno
  • Combinazioni
  • Tutto a posto
  • Niente più

Luna in piena (Radiofandango / Edel, 2 marzo 2007)

di Giulio Pasquali

Quel “deun deun deun” onomatopeico che irrompe su Luna in piena come un folle emissario del caos rimarrà a lungo nella memoria degli spettatori di Sanremo, sia di quelli che hanno apprezzato la coerenza della cantante nel portare in riviera una canzone che nulla concedeva alla platea nazional-popolare sia di quelli per i quali quella dissonanza faceva del brano una schifezza e basta (ahimé esistono, e tengono anche blog). Nada, insomma, ha ribadito sul palco più popolare d’Italia che ormai il suo percorso musicale l’ha portata altrove, verso un rock post-anni ’90 con un pizzico di Italia nelle melodie: non a caso ha chiamato non solo Cristina Donà per la serata dei duetti, ma anche il suo chitarrista Lorenzo Corti ad arrangiare un disco che, meno “educato” nel suono rispetto a Dove sei sei (il suo precedente Festival, 1999), meno vario di L’amore Ë fortissimo…, ammorbidisce di poco le informali chitarre Parish-iane del precedente Tutto l’amore che mi manca e di niente il mood dominante dei suoi dischi da quando ne è diventata autrice, ovvero una rabbia innocente mescolata a disincanto sornione.

Già, perché se certe cose del mondo continuano a farti schifo le irrequietezze non passano con l’età, così come una certa innocenza trova sempre la forza di tornare a sperare e combattere anche dopo le delusioni, che tutt’al più lasciano tracce di consapevolezza amara e insieme sorridente in un vocione già basso ai tempi dell’esordio nel ’69: si sentono infatti i 30 e oltre anni che dividono il timbro con cui nel ’73 cantava la ciampiana La passeggiata da quello odierno della splendida Pioggia d’estate che ne riprende l’atmosfera. E per non sbagliarsi, Tutto a posto ribadisce senza mezzi termini che l’autrice non è pacificata affatto: “a posto un cazzo”, se è una risposta al Bob Marley di No Woman No Cry, è poco elegante ma di indubbia chiarezza).

Così, dopo una title-track che sta convertendo i perplessi, troviamo tra riferimenti ed influenze padroneggiati con mano salda, la pigrizia fricchettona di Distese, gli ammiccamenti blues de Il sole è grosso, il lo-fi de L’attaccapanni e gli echi della floydiana Money in La verità, mentre Combinazioni (tra Reed e CSI) chiude il cerchio riprendendo quel “daun daun” già riarmonizzato sul finale del brano sanremese. L’insolita incursione nello stile-Pravo di Niente più chiude un disco che conferma la piena salute di una musa che ormai fa come le pare, a Sanremo o nell’indie. (7.0/10)