La pubblicazione della raccolta At Dawn / Tennessee Fire Demos Package per i tipi di Darla, l'indipendente con la quale i My Morning Jacket debuttarono nell'ormai lontano '99, è l'occasione per gettare uno sprazzo di luce su una band finora colpevolmente trascurata da SA.

My Morning Jacket germoglia a Louisville, stato del Kentucky, più o meno nel '98, quando quattro amici - James Olligen, suo cugino Johnny Quaid, Thomas "Two Tone" Blankenship e Joe Glenn - decidono di "formare la band". Fin da subito Jim James (così volle ribattezzarsi Olligen) e compagni dimostrano di possedere quella tipica vena versatile e obliqua capace di allestire una sintesi sovraccarica di vecchie cose, pervasa però di conseguenze inaudite, qualcosa come una jam band colta da insanabile disincanto.
Nell’esordio The Tennessee Fire (Darla, maggio 1999) le canzoni si aggirano come fantasmi indolenziti, sembrano la faccia scura della luna Flaming Lips (I Think I’m Going To Hell), la sinopia di gesso del sogno cinematico Mercury Rev (They Ran), allibite trepidazioni Grandaddy stemperate in un fosco languore Big Star (War Begun). Capisci che il DNA spiraleggia attorno ad una ridda di spiriti fifties tipo quelli che già ossessionavano il Lou Reed velvettiano, mischiato a fragori country-psych Crazy Horse e trame vulnerabili Nick Drake. Un eclettismo stilistico e poetico, temporale e geografico che trova conferma nei bootleg, infarciti di cover quali Northern Sky, Dream A Little Dream On Me, Head Held High, Hot Burrito #1, quindi il Dylan di Girl From The North Country, l'Elvis di Suspicious Mind, i The Who di A Quick One, persino l'Elton John di Rocket Man... L’estro è paragonabile a certi Phish tolta la grandeur “gratefuldeaddiana”: simile il tentativo di appropriarsi liberamente del Repertorio Universale, rendendogli ad un tempo palpitante tributo. Missione possibile grazie anche alla straordinaria voce di Jim, capace di armonizzare spersa, profonda, carezzevole. In essa puoi rinvenire l'angoscia pastello del Neil Young di Philadelphia, il Will Oldham meno cinico (ma con più estensione), il Jason Molina più indifeso ed il Jason Lytle colto da inquietudini sull'orlo del futuro.
Tutto ciò viene ribadito nello stupendo At Dawn (Darla, aprile 2001), il suono arricchito dalla new entry Danny Cash, tastierista sensibile i cui landscapes sposano il canto con effetto struggente (vi basti sentire la meravigliosa The Way That He Sings). Ma è appunto in coincidenza di questa consacrazione che le cose iniziano a scricchiolare. Troppo impegnativo forse il baraccone per una band dall'impianto ancora tutto sommato amatoriale (nel senso migliore del termine). Hanno inizio così le defezioni. Il primo ad andarsene è Glenn, rimpiazzato da Patrick Hallahan. Il quintetto viene quindi scritturato dalla ATO per i cui tipi esce It Still Moves (ATO / Sony, 9 settembre 2003), tipico album di transizione verso un sound più stratificato, elettrico e finanche patinato. Un passo abbastanza deciso verso la dimensione "da stadio", l'elettricità che sfrigola corposa e volatile (l'iniziale Mahgeetah), ipotesi Grateful Dead periodo Arista per MTV generation (Dancefloors, Easy Morning Rebel), il che non preclude ballate splendide dall'imprendibile malinconia younghiana (I Will Sing You Songs). Frattanto, Quaid e Cash mollano, sostituiti rispettivamente da Carl Broemel (chitarre, sax e cori) e Bo Koster (tastiere).
La svolta è imminente: il quarto lavoro Z (ATO / Sony, ottobre 2005) si avvale della produzione di John Leckie, autentico pezzo di storia del rock british (lo ricordiamo al lavoro per Pink Floyd e Stone Roses tra gli altri). Il risultato è una sorta di clone assorto degli ultimi Flaming Lips, la stessa voce galleggiante sulle trame volatili elettriche/elettroniche, privo però del tipico retrogusto meta-musicale di Coyne e combriccola. Queste pulsazioni funk acriliche (It Beats For You), la roboante inconsistenza (Anytime), le inutili vigorie reggae (Off The Record) e i rimodernamenti The Who (Gideon), altro non sembrano che il biglietto da visita di una band risolta ad affrontare il futuro fingendosi moderna. Seppellendo quei crucci, i tremori, le magnifiche insicurezze sotto un velo di disinvolto avant-(prog)-rock. La cui resa live è indubbia – verificatelo nel doppio live Okonokos (ATO / Sony, 26 settembre 2006) – ma come raggelata nel suo status di sfavillante cartolina autocelebrativa. Non li biasimiamo certo per questo, no. Ci rammarichiamo soltanto che una band così storta e atipica fin dal nome – dedicato ad una giacca rinvenuta da Jim tra le ceneri del rogo del suo bar preferito – non abbia avuto la possibilità di continuare ad essere se stessa con piena soddisfazione di tutti. Impietosi, i demo che la Darla ha da poco immesso sul mercato gettano altro sale sulla ferita.

Sulla carta è la tipica operazione "only for fans". Una raccolta di demo (soprattutto) e live rari risalenti ai primi due celebrati lavori dei My Morning Jacket, che a dire il vero i succitati fan - quelli più fortunati - già conosceranno poiché allegati ad un’edizione speciale di At Dawn. In un certo senso, le cose stanno proprio così: only for fans. Questo dischetto non aggiunge molto alla vicenda, è il filmino amatoriale dal buco della serratura che scomoderà traballanti nostalgie per i bei tempi che furono (correva l'anno '99, non proprio un secolo fa, o forse sì...) e consentirà alla meritevole Darla, occhiuta indipendente di San Francisco, di monetizzare qualcosina.
Però c'è un però. C'è che quei fantasmi spersi che s'intravedevano nei primi passi della band del Kentucky vengono immortalati da questi scatti - come dire? - in flagranza d'apparizione, proprio come quelle foto dove, chissà se a causa di effetti di luce o difetti della pellicola, insomma quelle sagome traslucide sembrano proprio umanoidi, espressioni di volti come un'invocazione muta. Spiriti. Ectoplasmi. Fantasmi. Sissignori.
Sola, tra le chitarre malferme e i coretti esangui, la voce di Jim James diventa il centro della questione: un miraggio notturno, luce di candela in mezzo alla stanza buia, punto di raccolta e ripartenza di memorie e suggestioni e apprensione e rimpianti e desideri dall'inafferrabile compimento. Tutto un gioco di specchi e spettri dove l'amore per la manifestazione sonora del sogno americano (senza maiuscole, stavolta) rimbalza nell'intimo e si spande come alito. Di fantasmi, appunto. In cui puoi sentire la densità affranta di un Oldham sognato dai Flaming Lips (I Needed It Most), l'allucinato sonnabulismo Beta Band tra malinconie fifties (The Way That He Sings), un claudicante abbandono Grandaddy (Phone Went West), mestiziatra miraggi rurali Neil Young (Hopefully), l'inquietudine Jason Molina smerigliata fino all'impalpabile (Butch Cassidy), certi frugali sdilinquimenti Big Star (Chills).
In qualche caso, l'elettricità porta in dote tremori e afrori Velvet Underground (in Heartbreakin Man), ruvidità indolenzita Cobain in afflato blues-psych Canned Heat (Twilight) e rock'n'roll fracassone da nipotini cazzoni degli MC5 (Lil Billy). Alla luce delle ultime cose sfornate dai My Morning Jacket, queste testimonianze sono altrettanti motivi di rimpianto per ciò che non hanno avuto la forza, il coraggio, la voglia d'essere fino in fondo. Scusate. Dovevo proprio scriverlo. (7.2/10)


Come già abbiamo avuto modo di raccontare su queste pagine (SA#35), quella di Jim James e dei suoi My Morning Jacket è una delle parabole più affascinanti e significative dell’indie rock U.S. degli ultimi anni. Un percorso iniziale in sordina, istintivo, quasi a tentoni, con la sola guida di visioni rock, folk e country, e un’ideale epico e salvifico della musica; poi con Z (2005), l’album del definitivo breakthrough, qualcosa è cambiato. Non che l’incantesimo si sia del tutto spezzato come taluni credono, ma c’è stato un prezzo da pagare (la corsa verso miraggi pop-rock, ordinari e gratificanti), risarcito comunque dallo stellare live Okonokos (2006). Adesso, ringalluzzita e incoraggiata da un successo e una visibilità sempre maggiori, la band di Louisville si diverte a guardar giù dalla vetta, concedendosi i capricci e le indulgenze del caso, pur mantenendo personalità, vigore e cromosomi. Da un lato, quindi, apprezzabili aperture soul cucite su misura dell’ugola di James (la title track, che pasticcia pure con southern rock e nebbie Ok Computer; Thank You Too, fra il Marvin Gaye più mieloso e il consueto afflato The Band; una Sec Walkin che rievoca malinconie fine ’70 alla Supertramp); scherzi di cattivo gusto come Highly Suspicious (un techno-funk parodistico allo stremo); azzeccate - quanto masticate - contaminazioni electro-wave-indie (Touch Me I’m Going To Scream pt 1 & 2, comunque eccellente). Dall’altro, ampi scorrazzamenti in un territorio dove sono padroni assoluti, dal Dylan rabbioso di metà ’70 di I’m Amazed al jangle-power-pop di Two Halves, dallo Springsteen di Aluminium Park all’hard di Remnants, fino alle ballad sopraffine Look At You e Librarians.
Insomma, Evil Urges è l’album imperfetto, strabordante e caotico di un gruppo potenzialmente perfetto, coeso e indicibilmente affascinante (la prova sul palco, è certo, deluderà difficilmente). Si prenda così come è, anche perché ciò che riesce a regalare - o anche solo a fare intravedere - è comunque merce rara di questi tempi. (7.1/10)