Raccontare la genesi di un disco e raccontarsi in un mood di appagato equilibrio artistico e personale. Una piacevole chiacchierata sull’ultimo album e su molto altro con l’americana Shara Worden aka My Brightest Diamond, passata dalle nostre parti per un breve tour promozionale.

L’ultima fatica di Shara Worden viene da lontano. Era il 2005 e, dopo aver fatto parte degli Illinoismakers di Sufjan Stevens (accompagnandolo anche nel tour del celebrato Illinois), riprende la carriera solista già intrapresa a fine anni ’90, ponendo le basi del progetto ora conosciuto come My Brightest Diamond. In quell’anno infatti vengono messi in cantiere due album, uno per soli archi (che sarebbe diventato A Thousand Shark's Teeth), e un altro con una band al completo (Bring Me The Workhorse, pubblicato nel 2006). A Thousand Shark's Teeth ha quindi avuto una lunga gestazione e la sua ideazione viene da più lontano, andando indietro addirittura di sei anni, come ci ha riferito la stessa artista incontrata a fine aprile per una chiacchierata. “Volevo investigare il rapporto tra batteria ed archi, interazione non facile, e in Shark ho dato priorità a quest’ ultimi. L’idea base è partita quindi da un demo di pochi pezzi incisi con un quartetto d’archi”.
Cresciuta in Michigan in un ambiente familiare che l’ha naturalmente indirizzata verso la musica (è nipote di un chitarrista evangelista, figlia di un fisarmonicista e di un'organista di chiesa), Shara si forma tra gli stimoli più disparati, jazz e soul compresi, iniziando con lo studio del pianoforte e con il canto nel coro della sua chiesa pentecostale. Proseguirà laureandosi in opera all'University of North Texas, continuandone gli studi nell'Upper West Side di New York dove si trasferisce, mentre mette su anche un proprio gruppo, gli AwRY, un apprendistato utile per quello che verrà. La band è un progetto orchestrale tra avant-garde e rock, tenuti insieme dalla sua voce di soprano, per qualcosa che possiamo accostare ai Portishead. Studia intanto composizione con l’australiano Padma Newsome (Clogs / The National) destreggiandosi tra piano e chitarra, e occupandosi degli arrangiamenti della musica che compone.
Comincia così a delinearsi il suo carattere artistico, una mescolanza di opera, cabaret, chamber music, pop e songwriting, tenuta insieme da uno spiccato senso estetico e teatrale. Non lontano da personaggi quali Antony and The Johnsons e Nina Nastasia, di cui comincia a seguire con interesse le carriere. Gravitando nell’orbita della New York più arty inizia così a porre le basi per il progetto My Brightest Diamond, per poi prendersi una pausa sabbatica per la collaborazione con gli Illinoismakers di cui sopra. Come detto, il debutto Bring Me The Workhorse arriva nel 2006, nel quale comincia ad intravedersi, pur ancora in fieri, quella tendenza a mescolare input tra i più disparati, qui in un contesto più propriamente rock. All’uscita si sono sprecati i paragoni più vari, PJ Harvey per citarne uno, laddove il piglio acid-rock di alcuni pezzi è sostenuto da un’attitudine che la conduce piuttosto verso altri lidi, paralleli a una Bjork, per fare un accostamento più appropriato.
Una fascinazione teatrale in senso lato è infatti la chiave per comprendere appieno la cifra stilistica della Nostra, che rielabora le sue influenze musicali in chiave art rock, non dissimilmente da un’altra performer polivalente prestata alla musica come Kate Bush, anche se Shara si dimostra più sottilmente metafisica di quest’ultima. Dal punto di vista lirico, il ricorso all’inconscio e il giocare quasi sempre di sottrazione, raccontando solo quello che è veramente importante, danno forma a testi compressi anche nel tempo, rallentati e come congelati in istanti e in poche note. Nell’ultimo album ci troviamo di fronte ad un senso di quiete che rende l’atmosfera pacificata, in una sorta di raggiunto equilibrio fra micro e macrocosmo, come ci conferma la stessa artista: “A Thousand Shark's Teeth non è un concept nel vero senso della parola, anche se il continuo ricorso ad elementi naturali, quali acqua, tempeste e pianeti farebbero invece pensare il contrario; avevo composto per primi tre brani - , Inside A Boy, From The Top Of The World, Ice And Storm – attorno ai quali si è poi venuto a costruire tutto il disco, volevo creare come una corrispondenza tra le piccole cose quotidiane e un ordine universale ”. Corrispondenza che si trova anche nel titolo dell’album: l’espressione viene dalle liriche del pezzo Goodbye Forever : “Nel brano stavo esaminando le distanze nelle nostre relazioni personali, usando l’analogia della distanza della Terra dal Sole. Non siamo né troppo lontani né troppo vicini. I raggi del sole si possono sentire come mille punture di spilli o mille denti di squali, è quindi un potere che si trattiene dal ferirci e invece ci fornisce la vita”.
Dall’iniziale concezione si è quindi passati a un album variegato e più suonato, arrangiato dalla stessa Shara, nel quale c’è un continuo dialogo tra archi (comunque preponderanti nell’economia del disco) e il resto della strumentazione, in un chamber pop stratificato che ingloba al suo interno elementi dei più disparati. Troviamo quindi classica e lirica: nel pezzo Black and Costaud si cita L’enfant et les sortilèges , opera sull’infanzia di Maurice Ravel su testi di Colette, un antico retaggio dei suoi studi; “ questoè statoun modo per ripensare a me stessa passando attraverso un certo lato infantile”, e qui il distacco aristocratico di Ravel ben si addice al mood generale. E ancora cantautorato tout court: si avvertono non tanto alla lontana echi di Tom Waits (“Di lui ho amato soprattutto Alice e lui e Lewis Carroll mi sono stati di grande ispirazione in questo album”), passando poi attraverso Jeff Buckley (“uno di quelli che è andato oltre gli steccati fra i generi combinandoli creativamente”), le stratificazioni di Peter Gabriel, persino Tricky, campionato in Like A Sieve. Non sorprende infine (ma ce l’aspettavamo!) l’eclettismo - dalle parti di Post/Debut - di una grande contaminatrice dei nostri tempi come Bjork, e in generale una voglia di andare oltre gli stereotipi del songwriting classico, per avvicinarsi a un ideale “modello Radiohead” come finisce per confessarci Shara: “Tutte queste influenze convergono nella mia musica in un ibrido il cui modello sono troppo spaventata per chiamarlo Radiohead, ma vi tenderei con umiltà”. Ricordiamo che la Worden aveva partecipato non a caso l’anno scorso al tributo a OK Computer, OKX, realizzato da Stereogum, coverizzando Lucky.
Il risultato lambisce le singole parti per amalgamarsi così in uno stile personale ormai codificato. A Thousand… è un disco finalmente adulto, che si affranca dai modelli per rivolgersi solo verso se stesso. L’artista ci rivela a un certo punto che “c’è un tempo per essere fan, e un altro per proseguire sulle proprie gambe, un modo per crescere sempre e comunque”, in riferimento ai numerosi rifacimenti che si è trovata ad eseguire nel corso degli anni, da Nina Simone a Prince, da Jeff Buckley a Purcell e Roy Orbison, e all’album di cover che crede, per questo motivo, che non realizzerà mai.
Anche se non si può parlare di concept, l’idea si attua pienamente a livello estetico;il discoha infatti una serie di referenti artistici che ben riescono a rendere l’unitarietà del progetto, rafforzandone il mood e le intenzioni di base. C’è innanzitutto la foto di copertina in bianco e nero seppiato di Matt Wignall (Shara seduta su una scala mentre suona la fisarmonica, scala che tende verso il cielo), che riflette l’idea di ricongiunzione con l’universo di cui si parlava a proposito delle liriche. La Shara di oggi tende infatti - come ci conferma nella conversazione - verso un ideale equilibrio tra se stessa e gli altri, in relazione con un macrocosmo che viene visto comunicante con la nostra vita. Ecco allora come lo scorrere del tempo in relazione agli eventi contingenti e naturali può riflettersi armonicamente in uno spazio più ampio e più grande di noi. Un senso di spiritualità cosmica viene così a permeare l’intero album. Gli elementi naturali presenti nelle lyrics, quali le stelle, traggono ispirazione da una serie di dipinti di grandi dimensioni del cosmo ad opera del pittore e scultore tedesco Anselm Kiefer (1945), realizzati con un mix di materiali come terra, argilla, vetro, paglia, legno e pittura. Una poetica prettamente simbolica la sua (come lo è del resto l’universo di My Brightest Diamond), tra cabalismo, naturalismo derivante dall’immaginario tedesco e wagneriano e riferimenti alle tragedie di Olocausto e Nazismo. Le ispirazioni iconografiche sono poi anche da ricercare nelle atmosfere fiabesche e sinistre delle foto del viennese Bernt Preimi e soprattutto nei paesaggi immaginari del fotografo Robert ParkeHarrison, foto monocromatiche trattate che ritraggono il nostro mondo inquinato, immagini in bianco e nero disturbanti e surreali di un’umanità disperata. Un altro modo di riflettere sull’oggi.
Non si pensi però a questo punto a un album meramente concettuale e astratto, tutt’altro. E’invece arricchito dal calore della musica, da quell’elemento in più che è la voce modulata da soprano di Shara e da arrangiamenti curati e vari. Altro valore aggiunto infine è il sottile sense of humour dei testi e la capacità di Shara di conoscere i propri limiti e di riflettere sempre e comunque su se stessa, doti che rendono A Thousand Shark's Teeth anche e soprattutto un’occasione per parlare dei tempi complicati che andiamo vivendo.

Pj Harvey è scomparsa, lunga vita a PJ Harvey.
No, non avete letto male l’oggetto della recensione, state davvero per leggere del disco di Shara Warden, aka My Brightest Diamond che, sì, si chiama Bring Back The Workhorse ed è edito dall’etichetta di Sufjan Stevens, la Asthmatic Kitty, la piccola grande casa indipendente dal fervore spirituale (cristiano, diciamolo pure) iniziata da Sufjan stesso. E con quest’ultimo, del resto, Shara ha più che qualcosa da spartire, essendo una dei componenti degli IlliNoise Makers, la piccola squadra che ha affiancato il cantautore geniale nella stesura e nell’esecuzione di Come on Feel the Illinoise e The Avalanche, suo seguito.
Ad ogni modo, tornando a noi - cioè, a Shara - purtroppo è abbastanza inevitabile che il suo pur buon debutto venga immediatamente legato al nome di PJ Harvey, la vergine anoressica del Dorset: la Warden canta come la Harvey e suona sinistra, altera, corposa e ultraterrena come se i tempi di To Bring You My Love ed Is This Desire? fossero tornati; non a caso, nella bella TheRobin’s Jar si parla di terra e di morte, in Something Like of an End e Gone Away ci si concentra sulle gioie della fine, finché le percussioni lasciano dietro terra bruciata come succede in Freak Out.
Eppure, nessuno vuole rischiare di appiattire totalmente My Brighest Diamond su di un solo paragone. La sezione strumentale che sostiene il ballo della sua voce è ben nutrita ed in molti casi dipinge melodie soavi per archi (Dragonfly) o per carillon (We Were Sparkling) che più che alla Harvey la avvicinano a Kate Bush ed a un’altra nutrita schiera di musiciste che va da Bjork a un po’ dove preferite.
Una bella canzone, di chiunque sia e chiunque “imiti”, tante volte resta semplicemente una bella canzone, affermazione che a conti fatti vale un po’ per tutti i pezzi di questo album. E per quanto Shara resti una polistrumentista affascinante ma non esattamente seminale, quelcosa del suo diamante, effettivamente, splende nel buio di quello che in molti altri casi sarebbe il solito disco della solita epigona di un one-woman-genre. (6.7/10)

Autrice e chitarrista in bilico tra songwriting e teatralità, con più di un debito per declinazioni rock alla PJ Harvey e sensibilità Kate Bush, Shara Worden alias My Brightest Diamond - già collaboratrice di Sufjan Stevens negli Illinoismakers - con Tear It Down rivisita il suo album dello scorso anno (Bring Me The Workhorse) con la collaborazione di remixers eccellenti.
Tra glitch ambient, drum & bass e club music, il lavoro fatto sui pezzi conserva in alcuni casi la forma originale (Golden Star ad opera di Alias, rallentata in minimalismo biorkiano, Workhorse di Lusine che vira in ballad ambient), in altri sono usati alcuni frammenti, come per le due versioni di Freak Out, cavalcata alla Polly Jean, qui in salsa club (Gold Chains Panique mix) e drum & bass (Kenny Mitchell); Dragonfly, in origine ballad atmosferica, acquista in glitch e profondità nella bella rivisitazione di Murcof così come We Were Sparkling (Haruki).
Tear It Down riporta l’originale ad una maggiore pacatezza, pur nella varietà di stili dei personaggi coinvolti, per un risultato che si fa ascoltare anche come album a se stante. (6.6/10)

Con un curriculum già nutrito alle spalle (collaborazioni con Sufjan Stevens tra gli altri), Shara Worden alias My Brightest Diamond arriva al secondo album dopo l’esordio del 2006 (Bring Me The Workhorse). Qualcosa è cambiato, se la polistrumentista americana ha sentito il bisogno di tornare alle sue origini, contaminando in chiave decisamente orchestrale il pop rock con cui l’avevamo conosciuta sino ad ora.
A Thousand Shark's Teeth è in realtà un progetto coevo al primo disco; l’idea originaria era infatti quella di realizzare un intero album con un quartetto d’archi, idea che si è via via trasformata negli anni, mantenendone la base e arricchendosi poi dal punto di vista sonoro, in un chamber pop stratificato con occasionali inflessioni rock, arrangiato dalla stessa artista.
L’opener Inside A Boy è una ballad sostenuta che celebra l’incontro tra archi e chitarre ed è uno dei pochi brani che può riportare al passato; per il resto si assiste ad omaggi agli studi operistici della Nostra (la citazione in chiave chamber di un’opera sull’infanzia di Maurice Ravel in Black And Costaud, pezzo che assume via via un mood sempre più drammatico e oscuro, a metà strada tra Carla Bozulich e Scott Walker); poi dialoghi tra gli archi nella maggior parte dei brani, sostenuti dalla profonda e dinamica voce di soprano di Shara, a suo agio in ballad e pezzi più movimentati, come nel crescendo metallico e atmosferico di The Ice & The Storm, nelle circonvoluzioni vocali e sonore di To Pluto’s Moon, ballata classica tra Nina Simone e Bjork, quest’ultima evocata in più di un’occasione. E ancora contaminazioni sonore alla Peter Gabriel, echi di Tom Waits dalle parti di Alice, inflessioni Jeff Buckley per l’intensità del canto, fascinazioni sonore Cocteau Twins. Ma in fondo in questo sophomore album la Worden si dimostra piuttosto sicura dei propri mezzi, finendo col non assomigliare a nessuna delle sue fonti ispirative, consce e inconsce. C’è un’impronta fortemente personale in questo un disco in cui My Brightest Diamond assomiglia deliziosamente solo a se stessa. Bentornata dunque. (7.5/10)