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Morrissey

di AA.VV.
PAGINA IN AGGIORNAMENTO

 

 

 

 

 

  • America Is Not the World
  • Irish Blood, English Heart
  • I Have Forgiven Jesus
  • Come Back to Camden
  • I'm Not Sorry
  • The World Is Full of Crashing Bores
  • How Can Anybody Possibly Know How I Feel?
  • First of the Gang to Die
  • Let Me Kiss You
  • All the Lazy Dykes
  • I Like You
  • You Know I Couldn't Last

You Are The Quarry (Attack Records/ Sanctuary, 2004)

di Stefano Solventi

Eccone un altro che si arrende all'impossibilità di eguagliarsi, troppo il passato e ancora così vivo, incandescente nel cuore di molti. Morrissey, il grande Moz: una carriera solista tutto sommato dignitosa a seguire l’impareggiabile militanza negli Smiths benemeriti.
La sua voce può non piacere, certo - io per esempio non l'ho mai inserita tra quelle che mi hanno cambiato l’esistenza, seppur di poco - ma solo una prevenzione perniciosa può negarle la capacità d'incantamento melodico, quel saper fluttuare sul pelo della melodia, inabissarsi e riaffiorare, farla propria – sconvolgerla, nobilitarla - con gesto lieve, naturale.
Ebbene, è ancora così. L'ugola del Moz è davvero in forma, ma - ahinoi, ahilui - il materiale su cui deve misurarsi non è propriamente di prima scelta. Scritto e suonato assieme ai fidi chitarristi Boz Boorer e Alain Whyte, con un piccolo aiuto del bassista Gary Day (fido pure lui), è un disco spesso accattivante, romantico, grintoso, occasionalmente ruvido, con larghe concessioni all'ovvietà. Il suono è una specie di conseguenza, prodotto (talora iperprodotto) e missato da Jerry Finn, già al lavoro con Blink 182 e Green Day, tanto per dire...
Quell'effervescenza iridescente di chitarra pseudo-Muse (palese in Irish Blood, English Heart), quelle tastierine smerigliate sulla madreperla come un residuo fisso electroclash, l'incessante mormorio cibernetico sullo sfondo, valzer come ne suonano nella balera del mondo perfetto (l’inglesità imperitura di Come Back To Camden), depistaggi trip-hop ad introdurre ordinarie cavalcate rock (la languida e impetuosa I Like You), questi e altri gli ingredienti che scavano attorno alle intenzioni di Morrissey, circoscrivendone la strategia. Ovvero, spendere il proprio (rilevante) peso specifico in leggerezza e con leggerezza.
In disarmo, il Moz? Un po', sì. Fargliene un torto? Bah. Il suo mi sembra semmai un meritorio non prendersi (più?) troppo sul serio, tanto da imbarcarsi in power-pop ipercinetici alla Elf Power (in First Of The Gang To Die), imbastire ballate memori di suggestioni & fasti Abbey Road (All The Lazy Dykes), mestarsi le ombre dell'anima (il pop-prog su organino à la Lucy In The Sky With Diamond di I Have Forgiven Jesus) e spandere civilissimo sdegno (il sarcasmo luminoso di America Is Not the World), passando da questo a quel versante con splendida, impagabile disinvoltura.
Così, per ogni passo falso melodico c'è un rigurgito di classe (le splendide curvature jazz della voce in Let Me Kiss You), quando l'arrangiamento piscia fuori dal vaso spuntano antiche arguzie in ralenty (nella trepida The World Is Full of Crashing Bores), se quel mid-tempo ti sembra logoro e l’e-bow ruffiano che bello però l’impeto sornione e la sorpresa di quel flauto apolide (I’m Not Sorry).
E così via, in un progetto d'intrattenimento suadente e mordace, fino al ballatone You Know I Couldn't Last che sventaglia watt stridenti e soffuso jazz/psych come le due facce opposte ma uguali della stessa nostalgia seventies.
Innocuo, evitabile, eppure neanche troppo male. Provaci ancora, Moz. Noi siamo qui. (6.1/10)

  • I Will See You In Far-off Places
  • Dear God Please Help Me
  • You Have Killed Me
  • The Youngest Was The Most Loved
  • In The Future When All's Well
  • The Father Who Must Be Killed
  • Life Is A Pigsty
  • I'll Never Be Anybody's Hero Now
  • On The Streets I Ran
  • To Me You Are A Work Of Art
  • I Just Want To See The Boy Happy
  • At Last I Am Born

Ringleader Of The Tormentors (Attack / Sanctuary, 3 aprile 2006)

di Stefano Solventi

La rinnovata giovinezza artistica di Morrissey doveva covare da un bel po' di tempo, visto che sono bastati pochi mesi per dare un seguito a You Are The Quarry. Moz ha deciso di premere sull'acceleratore invitando nientemeno che Tony Visconti a produrre l'ultima fatica. Il risultato è sconcertante per il brio dimostrato ancora una volta dall'ex-Smiths, ma soprattutto per la mancanza di timore reverenziale nei riguardi di... se stesso. Difatti, tutto il Morrissey-armamentario viene impiegato con volitiva generosità, e piegato senza alcuna remora alla visione nostalgico/modernista di Visconti, che di fatto concepisce un viaggio febbrile tra stilemi post-wave, glam e brit-pop, con qualche puntatina in territorio pop-prog e industrial.

Il tempo di mettere sul piatto, con l'iniziale I Will See You In Far-Off Places, un preventivabile tormento anti-bellico (tra pastosi esotismi zeppeliniani, ottoni febbrili, miasmi elettronici e quel canto che arrovella rabbiosa amarezza), che la successiva Dear God Please Help Me chiude già un cerchio importante, spendendosi al modo di preghiera accorata tra organo chiesastico, arpeggi felpati e archi atmosferici. Sarà pure una sobria stucchevolezza di stampo classico, roba che potresti aspettarti indistintamente da un George Michael come dai Roxy Music, tuttavia Morrissey ne fa cosa eminentemente propria per la semplice ragione che quel timbro, quella languida duttilità, quel diafano mélo non puoi confonderli con niente e nessuno.

Ok, leviamoci il pensiero e diciamo l’ovvietà del mese: quando si possiede una voce così - questo plateale unicum artistico - diventa subito l'elemento principale di confronto, la chiave emotiva. Appurato ciò, è il caso di sottolineare il buon esito di episodi come The Youngest Was The Most Loved (cavalcata elettrica quasi springsteeniana) e On The Streets I Ran (ballad tirata, languore radente) che d'altronde ribadiscono lo stato di forma del Moz, bravo a disimpegnarsi tra i tempi fitti, a riesumare quell'irresistibile yodel, a smazzare tensione con la tipica rabbia flemmatica. Certo, non sempre l'ispirazione è brillante, vedi l'inciso fin troppo automatico di You Have Killed Me o quella The Father Who Must Be Killed che sembra il fantasma pasticciato di Human tra brume Depeche Mode e inquietudini Radiohead. Al contrario, e a proposito della band di Oxford, in Life Is A Pigsty si consuma un'ambiziosa struttura che - dopo un depistaggio ritmico quasi errebì - sfocia in ballad angosciosa e dolciastra non distante dalla porzione "struggente" di Paranoid Android, in un efficace crescendo di cascami soul, prog, glam e rumoristica varia.

Assistiamo insomma ad una specie di panoramica a 360° sullo stato di salute del Moz, personaggio ancora capace d'insegnare qualcosina a Suede (o come diavolo si fanno chiamare oggi) e Starsailor ad esempio in I'll Never Be Anybody's Hero Now, ancora abbastanza sbruffone da permettersi una piuttosto esecrabile At Last I Am Born in chiusura, marziale fantasia valzer-glam, flamenca e cinematica, pervasa di strisciante ironia che un po' l'assolve ma non abbastanza. Disco ambiguo, energico ed eccessivo, intenso ed irrisolto, generoso e prevedibile. Quello che ci si poteva augurare da un Morrissey ancora presente e vivo. (6.4/10)

  • First Of The Gang To Die
  • In The Future When All's Well
  • I Just Want To See The Boy Happy
  • Irish Blood, English Heart
  • You Have Killed Me
  • That's How People Grow Up [New]
  • Everyday Is Like Sunday
  • Redondo Beach
  • Suedehead
  • The Youngest Was The Most Loved
  • The Last Of The Famous International Playboys
  • The More You Ignore Me, The Closer I Get
  • All You Need Is Me [New]
  • Let Me Kiss You
  • I Have Forgiven Jesus

Morrissey – Greatest Hits (Universal, febbraio 2008)

di Antonio Puglia

C’è qualcosa di beffardo in questa raccolta, a partire dal titolo. Non tanto - non solo – perché, in vent’anni di carriera solista (più controversa e discussa che realmente gratificante), il signore in questione di hits veri e propri non ne ha avuti chissà quanti - d’altronde le solite Suedehead, Last Of The Famous International Playboys, Everyday Is Like Sunday e The More You Ignore Me, The Closer I Get sono giustamente qui, in prima fila. Piuttosto perché, a guardar bene la scaletta, il 66% del materiale salta fuori dagli ultimi You Are the Quarry e Ringleader Of The Tormentors, altrimenti noti come gli album della resurrezione.

Eh sì, fino al 2003 il caro Moz non se la passava poi così bene. Dopo il discreto successo di Vauxall And I (1994) i consensi erano in caduta libera (non che Maladjusted e Southpaw Grammar fossero indegni, tutt’altro), al punto che perfino un contratto discografico era diventato un lontano miraggio. Alla luce di ciò, l’attaccamento a una recentissima produzione premiata da critica e pubblico appare assolutamente logico (e poi certo, per il resto del materiale c’erano già i due best of del 1997 e del 2001); il naturale sarcasmo del Nostro - mescolato alla sua solita, adorabile faccia di bronzo - ha fatto il resto.

Forse You Have Killed Me, First Of The Gang To Die e The Younger Was The Most Loved non saranno realmente dei greatest hits (nonostante certi hook melodici ineccepibili), ma prese nel loro insieme queste canzoni costituiscono un blocco che certamente ha un suo fascino e una sua forza. Non solo per le vesti muscolose e anthemiche approntate dalla consolidata band dei fedelissimi Alain Whyte e Boz Boorer, o per la produzione - nella maggior parte dei casi - del sempre eccezionale Tony Visconti; è una questione di sostanza: per dirne una, Irish Blood English Heart è e resta una canzone di una potenza lirica devastante.

E allora ci si rende conto ancora una volta di quanto, in realtà, Morrissey sia stato penalizzato per aver fatto parte di una delle band più importanti – la più importante? – degli anni ’80. Anziché il solito luogo comune che lo vede irrimediabilmente “svalutato” senza Marr, dovrebbe valere il contrario, ovvero: senza quei testi e quella voce, cosa sarebbero queste canzoni? E soprattutto, cosa sarebbero state quelle canzoni? Ok, meglio fermarsi qui. Basti la forma smagliante sfoggiata nei due inediti qui presentati, la glammeggiante All You Need Is Me e l’eloquente That’s How People Grow Up (I was driving my car / I crashed and broke my spine / So yes, there are things worse in life than / Never being someone's sweetie), la migliore - l’unica - risposta possible a There Is A Life That Never Goes Out. Parafrasando, the king is - still - alive. (7.3/10)