Il grigiore novembrino e il giallo delle foglie che cadono, il rumore di una notte insonne e profondi paesaggi onirici, sfumature d'umore inaspettate e il moto perpetuo del cuore. Se unite i puntini e osservate il risultato potreste trovarvi di fronte ad un'immagine sfocata dei Morose.
Immaginare i binari che avrebbe imboccato il suono dei Morose nel 2002, anno in cui vide la luce La mia ragazza mi ha lasciato, poteva essere impresa non da poco, visto e considerato quello che si ascolta oggi tra le pieghe di On The Back Of Each Day. Uno stile scarno e rugoso, solitario e dimesso, buono per la più classica delle depressioni post-coito, fatto di eterni paesaggi malinconici per quattro pareti e intonaco, ricolmo di lacrimose dissertazioni, perennemente in bilico tra disperazione e isolamento, che si trasforma inaspettatamente in altro. Un altro che “aggiorna” le vesti, evolve le tinte monocromatiche degli esordi, nelle centrifughe emozionali di People Have Ceased To Ask Me About You prima– uscito nel 2005 - e nelle vastità onirico-allucinogene dell'ultimo episodio discografico poi.
Storia musicale densa e invernale quella del gruppo, fissata dal 1998 al 2001 su qualche bobina incisa per la Ouzel Records della durata di meno di trenta minuti a sessione e dispersa in giro per l'Europa, tra tour e pellegrinaggi vari prima di trovarle una giusta collocazione nel già citato La mia ragazza mi ha lasciato . Un girovagare proficuo che al contempo porta i Morose a incidere un 7" per l'etichetta statunitense Try Not To Look e a partecipare ad alcuni show organizzati dalla Rough Trade in Inghilterra.
Tre attualmente le menti coinvolte nel progetto: Davide Speranza – protagonista dell'intervista che leggerete di seguito -, Valerio Sartori e Pier Giorgio Storti, più Fabrizio Palumbo alla produzione (Larsen, (R), XXL), per un disco – appunto On The Back Of Each Days – che lascia esterrefatti, tanto è il pathos e l'intensità emozionale che riesce a sprigionare.

Perfettamente.
In effetti le atmosfere di questo disco sono riconducibili a un progetto messo in piedi due estati fa con Marco Monica (In My Room), che prevedeva l'utilizzo di proiezioni (curate da un amico, Francesco Ferro). L'incontro tra immagini e musica è spesso molto suggestivo.
Alla dimensione onirica fa riferimento anche il titolo del disco, tutti noi viviamo una seconda vita sulla schiena di ogni giorno.
Sono sempre stato del parere che un'opera d'arte debba evocare piuttosto che descrivere, la bellezza è negli occhi di chi guarda, nelle orecchie di chi ascolta, a volte basta una scintilla.
Detesto le produzioni eccessive, come le descrizioni troppo minuziose nelle pagine di un romanzo, mi annoiano e rischiano di soffocare l'ispirazione.
Come un brano nasca, in senso stretto, è un mistero insondabile. Ci dobbiamo accontentare di indagare le circostanze esterne, abbandonando l'abitudine a cercare rapporti causa-effetto, rassicuranti ma privi di significato in questo contesto. Qualcosa ci sfuggirà sempre.
Più che in passato i pezzi di questo disco sono venuti alla luce (ma è forse meglio dire al buio) suonando insieme, prevalentemente di notte. Lo scorso inverno dopo una nevicata straordinaria siamo rimasti isolati per alcuni giorni nella casa dove proviamo: Foie de dinde, Rain Dance e Jurodivyi sono state composte sotto mezzo metro di neve.
La vita del gruppo è stata travagliata sin dall'inizio, con continui cambi di formazione. E' ormai un anno che suoniamo in tre, con Pier prevalentemente al piano e Valerio prevalentemente ai fiati. E' un approccio diverso dal più canonico indie-rock degli inizi e mi pare offra più spazio per tirare fuori qualcosa di interessante.
Dando uno sguardo fugace al giardino del vicino si corre sempre il rischio di vedere le cose più belle e ordinate di quello che sono in realtà. Ci siamo trovati molto bene in Francia, dove abbiamo conosciuto gruppi veramente interessanti, come YeePee, Klimperei, ed etichette come la Travelling Music, che il prossimo anno farà uscire lo stupendo disco di Alina Simone, con la quale abbiamo girato nelle scorse settimane. A dispetto delle buone proposte però mi pare che la situazione generale non goda esattamente di ottima salute. Devo dire che la mia visione è comunque molto parziale, e che non sono famoso per il mio ottimismo..
In realtà conosco solo la nostra di situazione, che non è proprio trionfale. Credo che si riesca a tirare avanti prevalentemente in virtù di una innata spinta all' autolesionismo.
Su questo argomento mi cogli veramente impreparato: non ho mai seguito il MEI , e siamo sempre rimasti fuori da rassegne di questo tipo, per cui non saprei proprio cosa dirti...

Tutto nasce dalla nenia acustica di Wind Took My Hair Away, brano di apertura del disco, in cui chitarra, pianoforte e armonica a bocca mescolano i propri talenti: un'occasione irripetibile per fissare il tema centrale dell' esordio discografico “adulto” dei liguri Morose e le linee guida del progetto. Che si parli di cantautorato dimesso pare un fatto assodato, almeno a giudicare dal miscuglio di eleganti influenze alla base delle dodici tracce, di quelli che scendono a patti con l'alt-country quando si tratta di confezionare ballate crepuscolari -Der Grüne Punkt:-, con i toni rassegnati “per sega e archetto” dei Black Heart Procession negli episodi più oscuri - I Saw You Crying On The Bus e The Lumber-Room-Man –, con i vocalizzi “stoned” in puro stile Arab Strap - There's No Way To Come To You – in quelli meno drammatici.
C'è poco spazio in La mia ragazza mi ha lasciato per stati d'animo che non siano l'abbandono – splendidamente rimarcato dalla fisarmonica di Going to Damascus -, la desolante incompiutezza, la svagata disillusione, un inno all'intimità più laconica che non fa prigionieri.
“Hold me tight my dear and bring me another beer'cause I'm the loneliest boy in town”: così canta la band in A Lovely Waitress e noi non possiamo che confermare (6.9/10)

Apaticamente, pigramente dilatano l’onirismo impalpabile e l’esperienza artistica ed esistenziale dei Morose, quartetto spezzino al secondo compiuto lavoro. La bellezza delle canzoni e delle interpretazioni procurano beneficio lenitivo e permea totalmente ogni artificio psichico ed emotivo. L’arte dei Morose ha qualcosa d’insondabile che svela le ragioni per tentare di continuare a vivere in solitudine, informa la battaglia campale contro la depressione fagocitante di un mondo indifferente al dolore e all’assurdità.
Il processo d’affinazione del percorso musicale della band illumina il cuore: il loro suono è contenuto nella vibrazione essenziale, una specie di principio pitagorico che affonda radici nella consapevolezza ctonia dell’ “Io sono, dunque suono”. La partecipazione ai movimenti dolorosi del suono riposa nella permanenza di monti lontanissimi, di evocazioni desertiche, icebergs di speranza (Sigur Rós) che bambini italo/berlinesi prestati da Lou Reed applicano a metafisiche ninne nanna (Words Are Playthings). E se un dolente Roy Harper (Some Squeaking Bones) gioca a rimpiattino con un malcelato Daniel Levy, maestro dell’eufonia psicoterapeutica, improbabili ma seducenti ammiccamenti bretoni (Un Plaisir Funeste) precarizzano una saudade malicorniana (chi se li ricorda, i Malicorne?).
Il progetto estetico dei Morose è pedagogico, giacché la Musica, assieme alla Follia, all’Erotica ed alla Filosofia, è l’Educatrice per eccellenza, la più alta, la sola che, senza parole, epifanizza l’assurdo di un mondo che esiste, al posto del nulla. Chiunque giunga all’ingresso è invitato ad entrare e sposare gli arpeggi rintoccanti di campanelle tibetane, magicamente amministrate al fine di esorcizzare il distacco, l’abbandono che già nel primo lavoro - La mia ragazza mi ha lasciato (Cane Andaluso - Ouzel - Kimera - Under My Bed / Audioglobe, 2003) - trasudavano dolore, disperazione, brandelli devastanti di buio prossemico, turbamento e speranza. Leopardi e Cioran ammonirono: “parlare con chi non ha sofferto è pura chiacchiera”. Così, se “Lagente ha smesso di chiedermi di te” l’apocatastasi redentrice di un recupero, l’uscita dal tunnel della separazione ed il riguardarsi intorno pensando positivo genera vertigini temporali, all’indietro perché lei non c’è più, in avanti, perché io sono la sua nostalgia.
Dei Black Forest/Black Sea neutralizzano l’asperità di grattugie strumentali, shakerandoli con i Black Heart Procession in versione slowcore, ipnoticamente inefficace. E mentre fuori tira aria d’ombrellone, noi vermiciattoli diafani e sericei, che non abbiamo avuto l’onere ed il coraggio di abbandonarci ad una spiaggia cocente ed abbronzante, ci scuotiamo coi gelidi sommessi di strazianti ombre novembrine, perennemente notturne, come la nostra utopia. Questo è il migliore dei mondi possibili e resistere, marxianamente, per mutarlo, appare penoso e risibile: la salvazione è fuori dal principio individuationis e nessun lieto fine potrà mai ammendare la tragedia di esservi stati ejettati. Contro la nostra volontà. Punto e basta. (7.2/10)

Sono sufficienti i cinque minuti di We Guarantee Disappointment per sintonizzarsi con la musica dei Morose, ma nemmeno alla fine del disco si è certi di aver colto nella giusta maniera una proposta che fa della sfumatura quasi impercettibile un marchio di fabbrica. A ben vedere è proprio questa tendenza alla fuggevolezza, all’inconsistenza, alla policromia “per piccoli passi” ciò che rende tanto affascinanti le tracce di On The Back Of Each Day, un procedere sciolto ma riflessivo che cita pilastri del genere come Black Heart Procession e Will Oldham seguendo tuttavia rotte piuttosto personali.
Trombe, chitarre, accordi di piano sparsi intrecciano fili che si allungano, si ritirano, si scambiano vicendevolmente di ruolo, in uno scenario sonoro dalle tinte oscure le cui parole d’ordine sembrano essere intensità (del suono), variazione (degli accenti cromatici), stratificazione (degli arrangiamenti).
È così che Drowned Gramophone si trasforma in un paesaggio onirico da fase R.E.M., Beginning Of The End diventa un malinconico commento musicale al grigio autunnale, Rain Dance vive di lentezze e rumori inquietanti, Haven't You Noticed si perde piacevolmente in circolarità e ritorni continui, Blessing Disguise suona come una ninna nanna riappacificatrice.
Terzo episodio sulla lunga distanza per la band, l’album si dimostra opera visionaria e visuale, capace di colpire in profondità con le sue lentezze e di creare dal nulla espressionismo d’alta scuola, suggestioni prepotenti, catarsi lancinanti. (7.5/10)