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Mission Of Burma

di Giancarlo Turra

 

 

 

  • 2wice
  • Spider’s Web
  • Donna Sumeria
  • Let Yourself Go
  • 1001 Pleasant Dreams
  • Good, Not Great
  • 13
  • Man In Decline
  • Careening With Convinction
  • Birthday
  • The Mute Speaks Out
  • Is This Where ?
  • Period
  • Nancy Reagan’s Head

The Obliterati (Matador / Goodfellas, maggio 2006)

di Giancarlo Turra

Sembra un paradosso, ma è realtà: The Obliterati è solo il terzo disco dei Mission Of Burma, nonostante un corollario di live, raccolte di rarità ed ep al pari ricco (perciò consigliato). Si aggiunga che, a dispetto di un’interruzione piuttosto lunga che li ha diversamente impegnati, è di tre persone in giro da venticinque anni che stiamo parlando, che con poco hanno esercitato un ascendente enorme su moltissimi (attestati di stima le numerose cover – del classico That’s When I Reach For My Revolver soprattutto), tra questi - lo dimostra Spider’s Web - un Bob Weston confermato alla regia.

Sorpresero, del loro benvenuto riaffacciarsi al mondo nel 2004, tanto il livello qualitativo quanto l’assoluta assenza di ruggine: con gioia ritrovammo il talento immutato dal tempo, ingigantito anzi dai numerosi indizi della loro importanza. Medesima la calligrafia e gli argomenti presentati in composizioni come organismi che si sviluppano e auto sostentano; costante il vigoroso gusto melodico associato al tortuoso senso delle forme, il particolare che affiora nel magma sonoro. Cosa sola di muscoli e intelletto, il trio di Boston, un patrimonio di pochi da loro stessi interpretato come l’atto più semplice e naturale, nonostante la certezza che neppure questo lavoro smuoverà di un millimetro la loro condizione di assoluta cult band.

Va bene così, in fondo, poiché nemmeno Miller, Prescott e Conley hanno l'aria di curarsene, dediti come sono a estrarre dal cilindro gioielli – per non elencarne che alcuni in una scaletta immacolata – come la disco feroce di Donna Sumeria, che cita la moroderiana I Feel Love, o 13, finitezza melodica tagliata da un violoncello accorato, più avanti sottolineata da Is This Where?

Amareggiati dal mondo che ci assedia, preferiscono teorizzare su Buzzcocks e Undertones adattati al presente in Man In Decline e 2wice. Con scioltezza, dapprima scompongono l’hardcore per Let Yourself Go e Good, Not Great, poi lasciano montare la tempesta per imbrigliarla nella matematica aggressiva di The Mute Speaks Out. Neppure l’incubo degli eighties è risparmiato, demolito a colpi di rumorismo nei meandri di Nancy Reagan’s Head. Sopra ogni cosa, però, è l’eloquenza di uno stile a imporsi in questi cinquanta minuti, parimenti compendio e conferma di un’esaltante cifra stilistica. Formazione da portare in palma di mano i Mission Of Burma, e non certo per la misera temperie che attraversiamo: oggi, come nel 1982 o nel 2020, questa musica risplende di rara e vitale intensità. (7.8/10)

    Cd1
  • Academy Fight Song
  • Max Ernst
  • Devotion
  • Execution
  • That’s When I Reach For My Revolver
  • Outlaw
  • Fame And Fortune
  • This Is Not A Photograph
  • Red
  • All World Cowboy Romance

    DVD Live at The Space 06-10-1979 and Underground 20-04-80
    Cd2
  • A
  • Secrets
  • Train
  • Trem Two
  • New Nails
  • Dead Pool
  • Learn How
  • Mica
  • Weatherbox
  • The Ballad Of Johnny Burma
  • Einstein’s Day
  • Fun World
  • That’s How I Escaped My Certain Fate
  • Laugh The World Away
  • Forget
  • Progress
  • OK/ No Way

    DVD Live at The Bradford Ballroom 12-03-1983 (afternoon set)
    Cd3
  • Tremelo
  • Peking Spring
  • Dumbells
  • New Disco
  • Dirt
  • Go Fun Burn Man
  • 1970
  • Blackboard
  • He Is, She Is
  • Heart Of Darkness
  • That’s When I Reach For My Revolver
  • Weatherbox
  • Trem Two
  • Learn How

    DVD Live at The Bradford Ballroom 12-03-1983 (evening set)

Mission Of Burma – The Definitive Editions I, II and III (1980-1985 - rist. Matador, 18 marzo 2008)

di Giancarlo Turra

Formidabili gli anni in cui la versione “originale” dei Mission Of Burma si trovò ad operare: potevi ancora prenderti lussi come suonare musica vigorosa ma guidata dai neuroni, tanti e attivissimi, così che l’eccesso di intellettualismo si tenesse a debita distanza e le sfuriate fossero ancor più devastanti perché ben meditate. Non proprio la prima delle nuove onde americane, la loro, cavalcata infatti tra il 1980 e 1983, tuttavia in grado di esercitare un enorme ascendente su fan dichiarati come Albini, Sonic Youth, Moby e R.E.M. Fondate ed evidenti le motivazioni di costoro e infiniti altri, uniti da un culto ha ispirato a imbracciare chitarre e fondere il cervello coi muscoli. Sorta di Wire a stelle e strisce, Roger Miller, Clint Conley, Peter Prescott e Martin Swope sparsero in quegli anni grigi ma fecondi anticipi di avant-rock, indie-noise e sperimentazione. Se ne sono ricordati alla Matador, dopo aver accolto i riformati bostoniani (con Bob Weston degli Shellac al posto del disperso Swope), ripubblicando in tre CD il magro e glorioso bottino che fu (un singolo, un mini, l’album Vs e il live postumo dell’85). Rimasterizzando il tutto con filologica cura e omaggiando l’acquirente di rarità e un DVD dal vivo per ogni disco. In quella che si può infine segnalare come l’edizione definitiva della discografia della band, manca all’appello solo la raccolta di inediti e versioni alternative Let There Be Burma, edita dalla Taang! del 1990 e di reperibilità ormai piuttosto ardua, dalla quale peraltro si è qui attinto in piccola parte.

Immensi, i quattro bostoniani, capaci di porgersi intelligentemente innodici sin dal biglietto da visita su 7” Academy Fight Song ed esemplificare i loro stile nel classico That’s When I Reach For My Revolver che apriva l’EP Signals, Calls And Marches del 1981: un rutilare tumultuoso di tamburi sostiene la melodia, guidata dal melodico e instancabile basso laddove la chitarra si divide tra fragori e spigolose divagazioni. Non mancavano gli omaggi di rito a Gang Of Four e Buzzcocks, le cui intuizioni erano tuttavia interpretate in un impasto tra rabbia amara e forme complesse però slanciate che apparteneva solo alla Missione A Burma (This Is Not A Photograph un’idea di straniti Husker Du), mentre dal vivo Swope manipolava in diretta il suono dei compagni con una prassi che più avanguardistica non poteva essere. E quella Fame And Fortune, tra chitarre aeree già anni ’90 e un piede nel dissolversi “post rock”, o lo strumentale All World Cowboy Romance, stampo kraut-hardelico dei Six Finger Satellite? Antipasto eccezionale perVs., album di due anni più tardo e stupefacente in ogni episodio, la grandezza del quale misuri dai pezzi che ne furono esclusi, su tutti la struggente Forget e gli Shellac snodabili di Laugh The World Away. Equilibrio mantenuto da Maestri, non solo nell’alternanza tra episodi convulsi (Secrets e Learn How odorano di Zen Arcade), amare squadrature (la marziale, malinconica Trem Two) e ballate dal piglio enigmatico e severo (Dead Pool, Einstein’s Day), ma soprattutto sciogliendo le differenti anime dentro il corpo delle composizioni. Solo per citare un poker d’eccezione: Train incede fratturata come al miglior math riuscirà, New Nails è un neopunk progressista con schizzi di tromba free, Weatherbox e Fun World cingolati mandati a memoria dalla Touch & Go. Sul ribollire ritmico e le melodie a lento rilascio, la chitarra di Miller discute incontenibile, lirica e contorta senza smarrire il filo del discorso, tra un disturbo elettronico e l’altro.

Il povero Roger subirà il peso di tanta veemenza (specialmente dal vivo, come documenta il magmatico LP dal vivo The Horrible Truth About Burma, dove il quartetto ripesca devastanti cover di Stooges e Pere Ubu…), restando con l’udito danneggiato e decidendo di sciogliere la band. Prescott formerà i validi Volcano Suns e Roger si darà a un’avanguardia fin troppo criptica, il rispetto conservato dai nomi sopra citati fino al ritorno, affatto scontato e anzi attuale come pochi altri. Che la reunion tuttora in corso possegga forma smagliante, è ulteriore conferma dell’immenso valore di questa musica, da far vostra senza esitazione alcuna. (7.7/10; 8.5/10; 7.3/10)