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Introduzione
Critica
Webografia

Misophone

di Marco Canepari
La riscoperta del gusto musicale, del lasciar parlare solo le note e allontanare gli obblighi di cortesia verso media e fan. Un gruppo sorprendente, colmo d’originalità e stravaganza… Perché forse l’audacia è nel saper ripescare e fidarsi del passato.

Dove son finiti i bei tempi di una volta?

Sinceramente non capisco, non immagino se sia timidezza, incapacità d’esporsi o assoluta avversione al mostrarsi. Ad ogni modo, dopo 5 anni di vita e 13 (fantomatici) album (non) registrati viene da chiedersi per quale motivo, di un gruppo, non si conosca neanche lontanamente la faccia.

Il domandarsi diventa del tutto lecito quando la prima opera ufficialmente prodotta è decantata da più e più parti ed il mistero attorno al nome in questione s’infittisce.

Difficile giungere a conoscenza di qualcosa riguardante i Misophone: si sa che sono un duo inglese (Carlisle più Bristol per la precisione), dai nomi S. Herbert e M.A. Welsh (anche i nomi di battesimo non ci sono dati a sapere) e che, i due in questione, sono polistrumentisti. Fior fior di polistrumentisti direi: in pratica sembra non esserci strumento che non sappiano far funzionare. Scrivo funzionare, perché suonare è forse fuori luogo quando s’allarga il discorso ad elementare oggettistica.

Da una parte la formazione e l’educazione musicale classica di S. Herbert che suona più di 20 strumenti e ne impara a suonare uno ogni settimana (a quanto si legge nella biografia) e dall’altra l’imprevedibilità artistica di M.A. Ward, rabdomante di suoni o cercatore di note, che dir si voglia, sempre intento ad individuare potenziali strumenti e a farli “cantare”.

Dei tredici album, come detto, solo uno è arrivato a noi: Where Has It Gone, All The Beautiful Music Of Our Grandparents? It Died With Them, That’s Where It Went... (7.5/10), il decimo della “serie”, che in Svezia, alla Knign Disk, hanno voluto pubblicare e distribuire.

La sorpresa ascoltandolo è stata grande, qualcosa di vivo, fresco… come se si movesse ancora. Un disco che rivela e palesa l’eterogeneità dei suoi creatori, l’assoluta abilità e naturalezza nel comporre. Album che è anche unica cartina di tornasole di tutte le parole lette a riguardo del duo.

Le influenze sulle quali i Misophone si basano, si mostrano via via: Daniel Johnson in particolar modo (con tanto di cover tributatagli: You Can’t Break A Broken Heart), musica klezmer ed est europea ascoltata e assimilata alla perfezione e l’incedere scapestrato di Tom Waits come sfondo. Per parlare di qualcosa di più recente si potrebbero interpellare M. Ward, Micah P. Hinson e i Beirut .

Insomma l’imprevedibilità, la varietà dei ritmi balcanici e slavi a connubio con un “ordine delle cose” tipicamente inglese. Un pop sensatamente melodico a braccetto con ritmiche irrefrenabili ed emotive. Il tutto acquietato da basi folk e sentori tradizionali.

La poliedricità strumentali e compositiva, in un’opera simile, è inevitabile, quasi obbligatoria. O si hanno le capacità o non ci si prova nemmeno, pena figuracce.