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Mirah

di AA. VV.
Dal folk al tribalismo alla “word music” dell’ultimo Share This Place, la talentuosa Mirah prosegue il suo percorso, fatto di canzoni lievi che esplorano la gamma dell’umano sentire. La nostra chiacchierata sul nuovo riuscito disco e su molto altro ancora.

I percorsi dell’anima

di Alessandro Grassi

Mirah Yom Tov Zeitlyn è una scrittrice di canzoni lievi, dedicate alle stelle. Mirah è gay. Mirah ha avuto molte case e nessuna residenza fissa fino a poco tempo fa. Mirah era una ragazza come tante alla ricerca di sé, leggermente introversa che da Philadelphia si è trasferita a Olympia negli anni della sua adolescenza. Dopo essersi diplomata, Olympia continua ad essere la sua città. Comincia un po’ per gioco a suonare, autoinsegnandosi a maneggiare una chitarra e a comporre i suoi primi brani. Poco dopo giungeranno due eventi che cambieranno per sempre il corso della sua vita sia umanamente che musicalmente: la nascita dell’amicizia con il batterista/cantante tuttofare dei Microphones Phil Elvrum e l’entrata nel roster della celeberrima K Records, forse il faro più brillante nella creatività indipendente di Olympia.

Nel 1999 comincia a lavorare insieme a Phil Elvrum al suo debutto ossia You Think It’s Like This, But Really It’s Like This. Edito nel 2000 non è niente di più di un’altra raccolta di pezzi registrati su un 4 tracce, composizioni profondamente folk. Voce e chitarra e ogni tanto qualche inserto di batteria grattuggiante per un insieme di pezzi che punta alla comunicatività immediata.

Nel 2001 prende vita il secondo episodio, quell’ Advisory Committee che è un completo abbaglio, un nuovo mondo, più conciso, più omogeneo, più inquadrato. La voce e la chitarra di Mirah sono sempre suadenti e dondolanti ma questa volta il calderone sonoro è decisamente più vitale e complicato: arrivano delle sezioni di archi e percussioni roboanti, come nell’iniziale Cold Cold Water, c’è spazio per sempiterni folk ballad come Make It Hot e Monument, ma si ergono i primi giacigli per incursioni elettroniche, beat che s’insinuano nella trama e generano classici pressoché perfetti come Recommendation.
Nonostante la materia trattata si sia ispessita e che le chiavi di lettura siano diventate molteplici insieme agli stili toccati, si avverte una certa coerenza di fondo che è l’anima narrante della cantante e che sembra riconciliare ogni episodio seppur nella sua differenza come fosse una strada singola, come un viaggio unico che ha come appiglio tappe differenti: “Credo che i miei album tendano a correre in più direzioni, con molte e differenti tipologie di beat e suoni fra una canzone e l’altra. L’unica cosa che posso identificare come fattore unificante non è musicale: è una questione di grandi sentimenti, che si prendono veramente cura delle persone intorno a me, che condividono il mio mondo. Cerco di comunicare un sentimento di speranza attraverso il mio lavoro, e qualche volta si necessita l’ascolto dell’intero disco per avere il quadro completo, poiché se la soluzione non arriva con la terza canzone è probabile che arrivi alla 12. Mi piace l’idea di essere capace di trasmettere una buona emozione alle persone che ascoltano, dare loro qualcosa a cui pensare, qualcosa con cui misurarsi, ispirarli, farli piangere o ridere.

foto: Mirah

Si arriva velocemente al 2003 l’anno di un progetto particolare che genera un disco cupo, atmosferico, tribalista, un disco fortemente influenzato da quell’esperimento sonoro che è Mt. Eerie dei Microphones: Songs From The Black Mountain Music Project.
Ma è una parentesi dettata dalla coralità del progetto. La solarità comunicativa della nostra torna a splendere l’anno dopo nel compatto quarto atto C’mon Miracle. Il disco più riuscito del lotto annovera come soluzioni sonore le stesse di sempre tutte però eseguite con una fedeltà maggiore e con piccole sfumature e accorgimenti che rendono il disco una vera perla di cantautorato al femminile.
Il dopo è un periodo difficile o quello che sostanzialmente si può definire “un nuovo inizio”: “Ho passato del tempo a portare in tour C’mon Miracle e dopo ho sentito il bisogno di un break. Volevo riposarmi un po’, conoscere la città in cui mi ero dovuta trasferire (Portland) e avere un rullino di marcia un po’ più regolare rispetto al solito. Ho trascorso un anno prevalentemente a casa, lavorando ad un market agricolo, coltivando un giardino, passando del tempo con la mia ragazza. Sono stata investita da una macchina, ho iniziato a fare molto yoga, ho corso una maratona. E ho anche completato la scrittura e la registrazione di Share This Place.
Arriviamo all’oggi o quasi. Share This Place è un progetto complesso, qualcosa di più di un nuovo album su cui mettere le mani: “È iniziato tutto come una collaborazione intesa per una specifica performance in un festival artistico a Portland chiamato TBA festival (Time Based Art) ma eravamo così stupiti da ciò a cui eravamo arrivati che abbiamo deciso di espandere il progetto. Il soggetto è venuto un po’ a caso. Volevamo qualcosa di specifico, possibilmente universale, qualcosa su cui potessi scrivere delle buone storie, qualcosa con emozione e personalità ma allo stesso tempo qualcosa di molto lontano dai soliti canali, che si sono sempre concentrati su di me e sulle mie esperienze. Imparando a conoscere gli insetti (la vera materia di cui tratta il disco) e scrivendo secondo la loro prospettiva è stato illuminante per me, come cantastorie e come novizia entomologa.

Share This Place non è solo un disco si diceva. E’ anche una performance animata che accompagna la resa live del gruppo, dei video realizzati da un’artista amica di Mirah: “Britta Johnson è entrata a far parte del progetto nell’istante stesso in cui abbiamo presentato l’idea. Avevamo già delle canzoni scritte e registrate così le abbiamo manipolate per lei e ci ha animato i suoi fantastici pupazzi-insetto sulle parti preregistrate. È specializzata nell’usare oggetti trovati, generalmente cose che sono state scartate come rifiuti per creare i suoi scenari. La seconda metà delle canzoni dell’album sono state registrate qualche mese dopo e abbiamo ripetuto lo scambio. La performance consiste nel nostro live musicale accompagnato da 50 minuti più o meno di animazione, che è proiettata in un video circolare posto sopra le nostre teste. È piuttosto semplice ma l’animazione è veramente stellare, pensa che tutti i pupazzi sono fatti di immondizia!

Diventa curioso capire a questo punto come la nostra sia riuscita ad adattare il proprio songwriting o a manipolarlo per parlare della vita e dei percorsi degli insetti o per parlare di cose più universali proprio attraverso le loro gesta: “Queste nuove canzoni trattano molti degli stessi temi di sempre però in una chiave differente. C’è una mosca che brama solamente di essere accettata e amata anche se è costantemente rifiutata e degradata da colui che adora. C’è una seduttiva lucciola che “luccica” il suo languido erotismo e poi freme per l’urgenza dell’attrazione. C’è lo scarabeo stercolario che è a sua volta così ingannevolmente semplice con la sua gioia per il suo pasto (la sua palla di merda) e allo stesso tempo è così rappresentativo della grande ruota che è la vita. Sono così teneri e così intenti nella loro vita, proprio come noi.

La materia musicale d’altro canto è sicuramente diversa rispetto al passato. Il folk è ora inteso in senso etnico, in una nuova modalità “world music” che affascina e stupisce: “La musica è stata tutta composta da Lori Goldston e Kyle Hanson. Mi hanno inviato idee musicate, o qualche volta un’intera canzone e io ho scritto su ciò che mi hanno mandato e poi abbiamo assemblato il tutto. Loro hanno una grande confidenza con molti stili musicali, come ad esempio il turco o il balcano. Il nostro percussionista suona anche con una band di musica araba e il nostro suonatore di Oud ha studiato musica africana per anni e suona anche la Kora. Così il suono della musica in Share This Place è influenzato principalmente dal background loro rispetto al mio.

Un album ancora una volta pieno di grazia e di tatto che aumenta in maniera esponenziale la curiosità verso i nuovi territori che la nostra potrà toccare a breve nella speranza che riesca a portare il suo spettacolo nuovo qui nei nostri lidi: “Sto lentamente iniziando a registrare un nuovo disco solista ma ci vorrà del tempo prima che venga ultimato… Fortunatamente avremo la possibilità di inscenare Share This Place in Italia ed in Europa anche se ancora non so quando.

Nella speranza che la promessa venga mantenuta godiamoci questo ultimo bellissimo lavoro… Bentornata!

  • Nobody Has to Stay
  • Jerusalem
  • The Light
  • Don't Die in Me
  • Look Up!
  • We're Both So Sorry
  • The Dogs of B.A.
  • The Struggl
  • You've Gone Away Enough
  • Promise to Me
  • Exactly Where We're From

C’Mon Miracle (K, 2004)

di Stefano Solventi

La notizia è che abbiamo tra noi un’altra brava cantautrice. Non proprio una debuttante, anzi: prima frontman in una jazz band, poi al lavoro con i Microphones di Phil Elvrum, quindi in duetto con la multistrumentista Ginger Brooks Takahashi (Songs From The Black Mountain Music Project, 2003) e di nuovo come frontman nel recente To All We Stretch the Open Arm a firma The Black Cat Orchestra, Mirah (nome completo Mirah Yom Tov Zeitylin) torna a deliziarci col suo terzo album da solista. Quello della maturità? Sì.
Come nei predecessori (You Think It's Like This But Really It's Like This del 2000 e Advisory Committee del 2001), la scrittura è ottimamente ispirata, ma rispetto a quelli la produzione ingrana la quarta (ci lavorano Elvrum e Bryce Panic del "giro" Old Time Relijun e il buon Calvin Johnson, già con Built To Spill e Jon Spencer Blues Explosion tra gli altri). Ne è nato così un lavoro intenso e ricco ancorché frugale, piuttosto vario pur nella generale attitudine a stuzzicare le penombre e domare incendi (che comunque covano pronti ad innescarsi).
Pensate ad un plausibile (plausibile?) punto d’incontro tra una Liz Phair cordialmente dissennata, una Cat Power meno dispersiva e una PJ Harvey senza l’ossessione blues. Inoltre, di Nina Nastasia lo sguardo dal di dentro, di certa Lisa Loeb la dolcezza affilata (e non certo la detestabile accessibilità impiegatizia).
Si attraversano quindi folk-rock elettroacustici (bello il brulichio d’organo sullo sfondo di Jerusalem, la mestizia differita nella voce e nella fisarmonica di The Dogs Of Buenos Aires, il crescendo drammatico fino ad un contrastante carnevale bossa in Don’t Die In Me) ad asprezze indie trattenute (il bailamme latin-punk di Look Up! tra sospiri appiccicosi e cambi di tempo, le reminiscenze wave su drum machine & sfarinamenti noise di The Light – che poi sfociano in una languida sospensione Velvet Underground) senza mai deviare dalla linea che unisce dolcezza e sgomento, amarezza e levità.
Coerenza poetico/emotiva che unifica l’ondivagare stilistico in una sola levigata superficie, al punto che è straordinariamente facile familiarizzare col mood del programma. Probabile che per questo lo si possa prendere un po’ sottogamba, poi però ti soffermi sulla consistenza di certi particolari (quei falsetti singhiozzati tra mantici d’archi e corde pizzicate in Nobody Has To Stay, l’introduzione di autoharp, l’opalescenza greve del corno, il sussurro raddoppiato - vagamente Cocorosie - ed altre magie soniche che ora non sto a dirvi nella madreperlacea We’re Both So Sorry) e sulla disarmante, semplice bellezza di certi quadretti (il valzer di malinconie fantasma nelle tiepide visioni di You’ve Gone Away Enough, l’afflizione flemmatica e rarefatta di Promise To Me – quasi un parto apocrifo della migliore Suzanne Vega) per ripensarci, ripensarlo, e dedicargli magari il tempo e l’orecchio dei momenti preziosi.
Così come prezioso è il finale tanghesco e fintamente sbarazzino di Exactly Where We’re From, tra archi pizzicati e carezzati, spinette puntute, coretti serafici, e quell’insidia rannicchiata come un animaletto selvaggio nel sottoscala.
Un bel disco, una bella conferma. (7.1/10)

  • Community
  • Gestation Of The Sacred Beetle
  • Following The Sun
  • My Prize
  • Supper
  • Song Of Psyche
  • Luminiscence
  • Emergence Of The Primary Larva
  • My Lord Who Hums
  • Ecdysis
  • Love Song Of The Fly
  • Credo Cigalia

Mirah And Spectratone International – Share This Place: Stories And Observations (K Records / Goodfellas, 7 agosto 2007)

di Alessandro Grassi

Mirah è tornata e questa volta il progetto è molto ambizioso. Share This Place non è un secondo C’mon Miracle, poiché laddove imperavano ballate suadenti di un folk leggero infarcito di percussioni e strascichi di archi e sdolcinatezze raffinate, ora vige un rigore assoluto, un nuovo folk “totale” che sa guardare a culture lontane come quella araba, quella balcanica e quella turca. Stavolta Phil Elvrum dei Microphones si limita a registrare insieme a Steve Fisk, e tutta la materia musicale ad esclusione delle sole melodie è stata curata e creata a quattro mani da Lori Goldston e Kyle Hanson della Black Cat Orchestra, i quali avevano precedentemente collaborato con la nostra per il live To All We Stretch The Open Arm. Il risultato è un disco titanico, scintillante che attraverso le gesta degli insetti, qui osservati speciali e veri protagonisti, racconta la parabola vitale, gli incontri, gli atteggiamenti, i sentimenti che sono umani ma riescono ad essere totalizzanti e completamente universali.

Love Song Of The Fly è un aggraziato solo di Oud che apre la strada ad un mini valzer/sirtaki d’altri tempi, tutto ondeggiamenti di contrabbasso, piccoli soli delicati di Kora e un biascicare vocale dolce, suadente, sfavillante. Gestation Of The Sacred Beetle è sulla falsariga della precedente, emozione per un dipanarsi di note sfiorate e gettate alla luna e alle stelle. Song Of Psyche è una cavalcata di più di 7 minuti per chitarra acustica e violoncello, brillante nel suo spirito ridondante di lucentezza, Luminescence ha toni serali, chiaroscuri di ombre e figure in movimento lieve, una danza per amanti lenta alla mercé di qualche flebile luce e candore metropolitano. Altrove si incrociano fluorescenze cabarettistiche (Credo Cigalia), un tango dondolante riconduce alle danze amorose (Supper), escrescenze arabesche adornano le pareti di fluidità di pensiero, di stasi emotive pregne di gioia e giocosità (la splendida leggiadria di Following The Sun).

Questo è Share This Place, un viaggio “culturale” pieno di magia e curiosità, una musicalità viva e conquistante passo dopo passo, ascolto dopo ascolto. E pace che in fondo si tratti di un disco di “world music” che esula completamente dal percorso seguito da Mirah finora, poiché se questo è il risultato, c’è solo da essere entusiasti. Estaticamente travolti. (7.4/10)