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Critica
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Methel & Lord

di ©2005 Stefano Solventi
Un impasto sonoro tanto curioso e divertente quanto schizofrenico, tatticismi jazz e radiazioni dance, folk ballad e tremori funk, brume sintetiche e coordinate da balera. Il dramma e lo sberleffo, l'allarme e il grottesco dei Methel & Lord.
Foto: Methel & Lord (di Kiribiri)

Uno strano genio

di ©2005 Stefano Solventi

Insieme dal 2000, Methel e Lord (moniker rispettivamente di Sergio E. Ferrari – cantante e chitarrista - e Gianmarco G. Carlucci – elettroniche varie) piazzano subito un colpo importante aggiudicandosi l’edizione 2001 della sezione emergenti del festival Enzimi, quindi si dedicano alla composizione di musica per alcune rappresentazioni teatrali.
E si arriva al 2003, all’album di debutto, quel Pai Nai che traccia un solco tutto suo, obliquo e sparso, nel panorama “indie” italiano, aggiudicandosi una sfilza di recensioni positive fino all’apoteosi del premio Fuori Dal Mucchio edizione 2004.
Quello che segue è il risultato di un’intervista via mail un po’ scorbutica e pasticciata (mea culpa), infarcita di spigoli che fanno capire un bel po’ di cose.

- Se dovessi presentarvi sinteticamente a qualcuno che non ha mai sentito la vostra musica, come dovrei descrivervi?
Non essendo dei venditori di tappeti, scarpe e aspirapolvere ed essendo ormai la musica diventato un “prodotto” come la mozzarella che, per essere venduta, ha bisogno dello slogan giusto, io non saprei come definirla……. In generale gli altri la identificano come “indie rock”.
- Sorprende delle undici tracce lo smarcamento stilistico continuo, come se vi foste posti l'obiettivo di non farvi "fotografare" in un'etichetta. E' così?
Di certo non ci siamo messi a tavolino a tentare di progettare un qualcosa di. E’ naturale che se nella vita, ad uno, capita di ascoltare da Belinda Carlisle a Frank Zappa, nella testa girino le più improbabili miscele.
- Siete insieme da qualche anno ormai. Le undici tracce di Pai Nai sono una fotografia degli attuali Methel & Lord o - come spesso capita per gli album di debutto - un compendio di presente e passato?
Molto più di passato che di presente. Alcuni brani, come Venedig 96, sono nati più di 10 anni fa.
- Tanto l'artwork (curato dall'artista "digitale" Rafael Pareja) che la componente poetica incarnata da O' Professore sembrano allargare la prospettiva del progetto... O le vostre energie vanno a finire tutte sulle canzoni?
Beh, sul disco principalmente miriamo a quello. Naturalmente nel concerto le cose si ampliano notevolmente, raggiungendo la sfera teatrale e di danza. Sempre intese a nostro modo, naturalmente.
- Giudicate complessa la vostra proposta?
Dipende. Se avessimo dovuto presentare questo progetto ai “Piccoli Fans” forse sì….
Ma credo non sia una musica così complessa; certo richiede un minimo di tempo per organizzarci che questa società frenetica impedisce. Ma se dobbiamo fare della musica per essere subito riconoscibili o che sia canticchiabile al primo ascolto, non ci siamo, noi non siamo così.
- E' stata accolta come vi attendevate dal pubblico? Avevate fiducia (nel pubblico) o avete iniziato l'avventura come un sfida?
L’avventura è iniziata come un gioco ma non lo sta più diventando. Sta subentrando la noia, ecco cosa… Il pubblico, la grande maggioranza naturalmente, esce la sera per bere un cocktail e rimorchiare; perciò potremmo anche suonare cover di Mino Reitano (con tutto il rispetto per Mino Reitano), beato lui, tanto alla gente “nu jene pò fregà de meno”.
- E dell'accoglienza della stampa cosa pensate?
La stampa mi ricorda, nella maggior parte dei casi, i critici delle mostre di quadri in cui anche nelle peggiori “croste” trovano qualcosa che ricordi loro il Caravaggio o il Pinturicchio. Ormai alle recensioni quasi nessuno ci crede più perché, anche se un terzo di queste non sono manipolate da alti poteri, come fa un povero cristo a distinguere quella onesta da quella disonesta? Perché non leggo mai di un disco veramente orribile quanto poi ne sento così tanti? Non escludo a priori il mio.
- Non vi ho mai visti su palco. Cosa succede durante un vostro concerto?
A saperlo anche noi… Varie incognite calano sul nostro capo prima di ogni concerto. Riuscirà il sassofonista, maestro di sci, ad arrivare in tempo per il soundcheck dalla montagna? Riuscirà Lord a distribuire tutti i volantini in tempo per arrivare alle prove? Per il resto, ci accompagnano le “Painettes”, due graziose ragazze che contribuiscono a rendere lo spettacolo ancora più teatrale e particolare. Organizziamo sempre qualcosa di differente ogni volta, sia musicalmente che per i monologhi del Professore, prendendo spunto anche dall’attualità.
- Pensate di essere ben sintonizzati col pubblico? Siete soddisfatti delle reazioni?
Del pubblico ne ho parlato precedentemente. Forse potrà sembrare tutto un po’ spocchioso ma, purtroppo, non saprei cos’altro rispondere. Mi piacerebbe un pubblico come nel film The Doors che fa nudo il trenino dell’amore. Ma se ormai nei locali è vietato fumare, figurarsi i trenini…
- Alla luce del siparietto che introduce e chiude Hiroshima Mon Amour, non dovete avere una buona opinione del sistema radiofonico italiano, giusto?
Innanzitutto il titolo è Heroina mon amour (ooops! E’ vero, sorry… - ndi). Poi le radio non è che le abbia mai ascoltate molto ma, anzi, devo dire che da quando ho iniziato a fare varie interviste nelle varie emittenti italiane, ho visto alcune belle realtà e belle persone di cui molti, gratuitamente, si impegnano giorno e notte per tenere viva una cosa che crei un progetto…

- In Italia abbiamo un po' il complesso dei testi... Col vostro profilo pungente, torvo e ironico, poetico e minaccioso, e alla luce del "disimpegno" imperante in fuga verso le trame sghembe del Pavement-style, vi giudicate "impegnati"?
Immagino che tu sei un amante di Battiato o dei testi di Panella (oddio, amante… Diciamo che non li disdegno - ndi), ma non capisco gran parte della domanda. Che significa la frase “alla luce del
"disimpegno" imperante in fuga verso le trame sghembe del Pavement-style”? A noi i testi piace lasciarli criptici e possibilmente intraducibili come gli alfabeti faenoriani del Signore degli Anelli.
- Improv-jazz, Hip-Hop, neo-cantautoriale, progressive, electropop... Qualche nome: Zu, Frankie High NRG, Mattia Calvo, Riccardo Sinigallia, Filippo Gatti... E anche voi, naturalmente. Roma sta vivendo un'autentica primavera sonora, o è solo un inganno prospettico?
Non so se questa mia risposta verrà censurata dall’alto e arrivi a te intonsa… Ma andare ai locali a Roma, e penso sia così ovunque, costa… E la tessera, e il biglietto e la consumazione obbligatoria… Ora, io che non faccio nulla, Lord che dà i volantini… Ma come facciamo ad andare ad ascoltare tutte queste persone? Alcuni li ho sentiti per caso perché suonavo prima, dopo o durante un concerto (in un’altra sala) e, naturalmente, questa primavera sonora mi pare un tiepido autunno. Poi, di certo, non ci possiamo paragonare a Riccardo Sinigallia e Frankie High NRG - quest’ultimo neanche sapevo fosse romano (vabbé, certo, è di Torino, solo che è talmente immischiato con la scena romana che… cazzo, lasciamo perdere, non ne azzecco una - ndi) - essendo molto più conosciuti di noi. Io spero che a Roma ci sia un posto dove la musica possa essere realmente in primo piano e non uno specchietto per le allodole vogliose di birra e per i localari affamati di denaro da non dividere con nessuno.
- Allargando il discorso, notate movimenti interessanti in Italia? Se sì, fate pure qualche nome.
Movimenti che smuovono ed evolvano la musica in Italia non ne ho notati, forse ci saranno pure ma saranno mai stati fatti passare per delle radio? Saranno mai stati recensiti “realmente”?
- I file sharing, la masterizzazione: nuove opportunità, piaghe moderne o semplicemente il futuro che avanza?
Il futuro che avanza, ben venga il futuro. Si ha sempre paura, soprattutto chi possiede i capitali, del futuro perché gli crea incertezza e ha paura che qualcuno gli privi il mal tolto. Ma chi ha poco o nulla è una forma di speranza (che risulta quasi sempre poi vana). Quando ho visto un giorno in una rivista i Pooh sopra una schiacciasassi distruggere migliaia di copie pirata, sinceramente un po’ mi hanno fatto pena, un po’ schifo, un po’ rabbia perché invece di essere pagati loro per fare questa buffonata, la S.I.A.E. avrebbe potuto impegnare gli stessi soldi in cose molto più intelligenti.

Copertina:  Pai Nai (Point Of View Records/CNI)
01.Untitled
02.Romanderground
03.Pai nai
04.Pleasure to kill
05.Anathem
06.War war
07.Heroina mon amour
08.Venedig '96 (the cabernet times)
09.Il censore
10.Black
11.Sontuosa dissoluzione

Pai Nai (Point Of View Records/CNI)

di ©2005 Stefano Solventi

Methel & Lord (al secolo rispettivamente Sergio Ferrari e Giacomo Carlucci, più il non piccolo aiuto di un manipolo d'amici) si presentano al debutto vestiti di trame ingegnose e guizzanti. L'impasto sonoro è tanto curioso e divertente quanto schizofrenico, undici tracce a cavallo di coordinate sparse tra elettronica e balera, folk ballad e club fumoso, spy story e bucoliche malie, e poi ancora ammiccamenti pop, tatticismi jazz, radiazioni dance e tremori funk-rock.
Intriganti quando azzeccano la dose giusta del cocktail (il funk etnico e mordace della title track, un po' Talking Heads e un po' Tom Waits), ottimi nell'imbastire congegni ritmico/atmosferici in bilico tra eccitazione, minaccia e ironia (la danza moderna innescata da Il Censore - estrapolazioni soniche da filmini hard e un ruvido assolo di sassofono - oppure quella Anathem che risolve in funky-soul brume sintetiche à la Portishead - altro assolo stavolta aeriforme di sax, rapido bailamme pseudo-Area nel finale).
Non riescono ad avvincermi e convincermi del tutto invece quando si travestono da cugini sfigati dei dEUS (la bossa stranita di Pleasure To Kill pettinata da un bell'assolo di flauto, il valzer esagitatamente "poliziesco" dell'iniziale Untitled, il malanimo di Black masticato & sussurrato e poi ingoiato da organini e farfisa), un po' perché mi sembrano giocare alla meno, un po' perché non indovinano la giusta miscela di dramma e sberleffo, allarme e grottesco, quella che insomma rende plausibile il dissennato cabaret dei belgi.
Proprio come i due reading letti dal poeta e scrittore Alessandro Antonaroli (in coda al trip-hop jazzato di Romanderground e lungo tutta la conclusiva Sontuosa Dissoluzione) mancano del quid contenutistico/interpretativo che li faccia sembrare organici al contesto, quel concedersi al suono che ne stemperi l'ingombrante natura letteraria. Al più suonano come affreschi cinematici, suggestivi ma intrusi, e poco conta quanto siano arguti (e lo sono).
Con tutto ciò, rimane che Methel & Lord sono ensemble da tenere d'occhio, vista anche la tenacia con cui certi particolari e certe atmosfere si stampigliano in mente (il riffettino di tastiera e le nebbioline psichedeliche in War War, la mazurca ebbra frastagliata di suonini e mormorii di Venedig '96), e la disinvoltura al limite del prodigioso con cui swing, country-rock, sordidezza e giochi di parole trovano domicilio in Heroina Mon Amour (per non parlare del sapido/sarcastico siparietto radiofonico nel quale è incastonata). Certo, urge un po' di messa a fuoco, urge urgenza e un progetto dai contorni più scolpiti.
Intanto però c'è questo Pai Nai, che sta benissimo in piedi e a tratti riesce pure a trascinarti dalla sua. Non è poco.

(6,6/10)