

I Maxïmo Park sono uno tra i nomi più recenti di quella grande ondata revivalistica (che noi di SA amiamo chiamare emul) avviata in tempi non sospetti dagli Interpol e cavalcata dai vari Franz Ferdinand, Libertines, Killers, e in ultimo luogo Arcade Fire, Bloc Party, Art Brut. La band di Newcastle esordisce con un album, A Certain Trigger, già ben pompato da buona parte della stampa specializzata: la strada sembra spianata, l’iter è il solito a cui siamo bene abituati (risparmiando i dettagli che già potrete facilmente immaginare). Accantonando i soliti, retoricissimi discorsi che vengono naturali quando una di queste band si affaccia sulla scena (emulazione, arte, plagi etc etc etc), concentriamoci sulla musica che, quando è buona, spazza via tutte le chiacchiere, in barba anche agli ascoltatori (o critici) più intransigenti.
In questo disco troviamo un approccio decisamente punk (simile ai Bloc Party), con l’acceleratore spinto sulle chitarre, i cori e certe cadenze new wave di stampo britannico dettate dai synth: nel solito gioco dei riferimenti, il primo nome che viene in mente è quello degli Ultravox! (quelli di John Foxx, col punto esclamativo), ma anche Smiths (in Postcard of a Painting, e in generale in certe impostazioni vocali) o primi Cure e Jam. A parte qualche episodio indubbiamente accattivante (vedi l’insolito recitato-dream pop di Acrobat), alla lunga però sfugge l’identità complessiva del tutto. O meglio, se una certa cifra stilistica si può comunque individuare, fatica ancora ad attecchire nelle composizioni, forse troppo eterogenee e ancora immature; non è comunque escluso che, come per i Killers, l’obiettivo (quanto a consensi) venga comunque raggiunto.
Il problema di una proposta come quella dei Maxïmo Park in verità è sostanzialmente uno: quello di far risultare noioso e nauseante anche quanto c’è di positivo in tutta la “scena” emul. Se il rischio inflazione, viene da sé, di questi tempi è altissimo, adesso bisogna tenere ancora di più gli occhi (pardon, le orecchie) aperti. Oppure, enjoy anche questa volta, e avanti il prossimo. (6.0/10)

Come si comportano i cinque di Newcastle al secondo album, ovvero la ghigliottina che in questo inizio 2007 ha già falciato Bloc Party e Kaiser Chiefs, Rakes e Arctic Monkeys? A fronte di A Certain Trigger, esordio carino ma non particolarmente esaltante di due anni fa, i Maximo Park sembrano aver mantenuto quel piglio originario che allora ce li faceva apparire freschi quanto basta, anziché subire – come i nomi citati sopra - un pesante restyling da parte della produzione (che, in ogni caso, ha il suo peso: Gil Norton, già negli annali per il suo lavoro coi Pixies).
E a questo punto si potrebbe anche rivalutare la fatica precedente, se il suo lascito sono fragranti power pop alla Jam / Ultravox! come Girls Who Play Guitars o The Unshockable; al contempo, Paul Smith e i suoi cercano di superare la formula imboccando la strada della ballata indie-wave, segnando una buona manciata di punti con le vibrazioni Smiths / R.E.M. di Nosebleed e Books From Boxes e le dolcemente eighties Your Urge e Sandblasted And Set Free, mentre certe liriche acute e ficcanti fanno degnamente il loro lavoro. Il singolo Our Velocity, con le sue parodistiche movenze Devo, alla luce dell’intero set pare più un depistaggio (o l’estremo sberleffo emul, fate voi), così come A Fortnight's Time, che pure conta su un ritornello di sicura presa; perplessità sorgono piuttosto quando spuntano inattesi vocalizzi alla Eddie Vedder (Russian Literature, Parisian Skies) o flash emo (Karaoke Plays); roba da sgranare gli occhi allibiti, ma sono solo attimi, in fondo. Fatti due conti, Our Earthly Pleasures smuove le acque quanto basta, aggiungendo prospettiva, il che non guasta mai. Non si poteva chiedere di meglio ai Maximo Park, a ben pensarci… (6.7/10)
“Questo è il Rolling Stone, no? E’ qui che abbiamo suonato l’ultima volta in Italia. Chi c’era di voi?”. Dal folto pubblico si alzano soltanto poche mani, per lo più tra le prime file. Sorride Paul Smith, si rivolge al chitarrista e fa: “Beh, se non altro vuol dire che stavolta abbiamo portato un sacco di nuova gente!”, per poi buttarsi a capofitto in Apply Some Pressure. Giusto sotto il palco, la security non ha vita facile: il crowd surfing è selvaggio, ed è tutto un saliscendi di ragazzi e ragazze tirati via dalla calca. Neanche fossimo nei primi ’90, mannaggia. Pare proprio che con Our Earthly Pleasures i Maximo Park abbiano fatto l’atteso botto pure da noi, proprio come i Klaxons e gli Arctic Monkeys, che nelle scorse settimane hanno calcato lo stesso palco milanese, con lo stesso effetto. Il disco non è uscito da molto, eppure sono tanti a conoscere già i testi a memoria e a cantarli insieme allo stiloso frontman, bombetta ben calcata sulla fronte, camicia attillata (da metà set in poi incollata dal sudore) e lucidissime scarpe nere.
Che sia hype o vera gloria, sta succedendo qui e adesso, e se la gente accorsa è tanta non può essere soltanto perché stasera si entra gratis (è la seconda delle Brand New Nights di MTV); di sicuro, una simile esposizione ha giovato ai “nostri” Settlefish, autori di un set d’apertura grintoso ed efficace all’insegna del loro indie pop-rock anglofono. Anche se molte delle canzoni non sono note neanche agli aficionados – faranno parte del secondo album, in uscita presumibilmente in ottobre -, il feeling è quello giusto, e la sensazione che Jonathan Clancy e compagni ci lasciano è che quel sano spirito che fu dei Pavement è tutt’altro che scomparso, e che dei Novanta non avremo mai abbastanza.
Tornando agli headliners, va detto che se l’impatto (emotivo e sonoro) sul pubblico è indubbio, spiace un po’ constatare che i diversi umori di cui si nutrono le nuove canzoni sul palco vengano omologati in un costante assalto wave punk a base di chitarra, con meno tastiera e meno propensione al romanticismo (problemi dovuti all’impostazione dello show, ma anche a un’acustica non ottimale). Due elementi ben in evidenza in Our Earthly Pleasures (qui solo accennati con By The Monument e Nose Bleeding, purtroppo prive d’atmosfera), che viene tuttavia saccheggiato in lungo e in largo, da Girls Who Play Guitars a Parisian Skies passando per Karaoke Plays, Russian Literature e l’ovvia Our Velocity; il debutto non è da meno, con All Over The Shop, Graffiti e soprattutto Going Missing, che dà a Paul Smith l’opportunità di chiudere il concerto col verso: “I sleep with my arms around my chest and I dream of you with someone else”. Eccolo qui, l’emo-Morrissey dei nostri tempi.