Infedele alla linea, secondo album di Marco Mercatanti & Band, si dimostra deciso a percorrere una strada che pochi oggigiorno hanno voglia di seguire con serietà: quella della “musica impegnata”, del j’accuse al potere consolidato. Ne abbiamo parlato con il diretto interessato.

Già attivo verso la metà degli anni ’90 con i Giovedì non posso – “pop, rock e altre sciocchezze” la ricetta alla base del gruppo, secondo i diretti interessati - Mauro Mercatanti si reinventa nel 2000 dando il via all’avventura della Mauro Mercatanti & Band. Una congrega di amici più che una formazione canonica, talmente fuori di sé da non trovar di meglio da fare – bontà sua – che comporre musica intelligente.
Pochi addetti ai lavori si accorgono di questi cinque musicisti – ricordate? Siamo in Italia – tanto che i nostri, dopo aver raccolto numerosi consensi da un teatro all’altro dello stivale, decidono di offrire il primo risultato del loro lavoro in download gratuito. La Fretta di Noè si rivela un piccolo successo, in bilico tra canzone d’autore e divertenti trovate –Dune Buggy diventa I soldi di Indaghi –, profondità liriche e toni scherzosi, e serve alla band per aggiustare il tiro e affilare le armi.
A gennaio 2006 il secondo episodio della saga, quell’ Infedele alla linea che con la sua prosa affilata si dimostra deciso a percorrere una strada che pochi oggigiorno hanno voglia di seguire con serietà e fuori dai soliti schemi: quella della musica “impegnata”, dell’invettiva politica in versi, del j’accuse al potere consolidato, della canzone “sociale”.
Piacevole scoperta per alcuni, inevitabile conferma per altri, Mauro Mercatanti continua a percorrere, con la sua band, una via che non scorda di lastricare, oltre che di buoni propositi, anche di una pungente ironia, come quella che traspare dalla piacevole chiacchierata che segue.
Mi piace, mi convince, mi rappresenta. Strano, perché di solito i miei amici musici ed io tendiamo ad una sistematica autoflagellazione. Come quando, da piccolo, uno sente per la prima volta la sua voce registrata e si vergogna come un ladro. Ecco, stavolta - complice qualche buona recensione e qualche buon riscontro di qua e di là – ci siamo riascoltati con una punta di malcelato orgoglio. Detto questo, si può e si deve far meglio.
Ottimo e abbondante. Tra free downloading su Anomolo e cd distribuiti gratuitamente ai concerti, in poco più di 4 mesi, abbiamo già piazzato il nostro album nelle orecchie di oltre 1000 persone. Credetemi, io non ho così tanti amici… Se avessimo fatto pagare l’album… col piffero che ne avremmo venduti così tanti! E in questo momento per noi – che purtroppo o per fortuna abbiamo tutti un lavoro “altro” alle spalle – sul fronte musicale è più importante fare che fatturare. Vedete: le canzoni sono “creaturine” che non vivono bene segregate in cantina, in sala prova o in cerchie troppo ristrette di amici e parenti. Hanno bisogno di uscire, fare cose, vedere gente… Ecco, per me Anomolo e la libera diffusione della musica rappresentano questo: un paio di vigorose gambette, innestate sotto le nostre canzoni. Che in questo modo possono andare in giro, a vedere il mondo.
Mettiamola così: io non amo il concetto di professionismo applicato alla forma canzone. Trovo abbastanza inconcepibile che uno, di mestiere, possa scrivere canzoni. Inevitabilmente finisce che le scrive anche quando non ha una mazza da dire. Per esempio… uno che scrive solo ed esclusivamente canzoni d’amore… COME FA??? È umanamente impossibile essere innamorati 365 giorni all’anno!!! È evidente che i vari Antonacci e D’Alessio ci raccontano un po’ di minchionate… Diciamo che credo troppo nella forma canzone per potermi vincolare contrattualmente a un’etichetta che mi dica “quante”, “quando” e magari anche “come”. E in ogni caso vorrei tranquillizzare tutti: non abbiamo mai dovuto dire di no né a major né a indipendenti…In altre parole: su quel fronte lì, non ci ha mai cagato nessuno. Ma neanche lontanamente…
Ho apprezzato molto la premiata ditta Gaber e Luporini (di cui si parla poco, ma che è stato fondamentale nel Teatro-Canzone del buon Signor G.). Mi hanno dato molto su cui riflettere. Mi hanno aiutato a crescere. Mi hanno dato un’impronta nella concezione della forma canzone e un metodo nella visione generale delle cose. Non sono stati gli unici, ma sono stati importanti. Se non lo riconoscessi, sarei come minimo un ingrato.
Premetto che parlo solo per quel che mi riguarda e non a nome del resto della band…Io ho sofferto come un cane negli ultimi cinque anni. Avrei votato anche Paolino Paperino, pur di uscire da quell’incubo tremendissimo che è stato per me il precedente governo. Non era una questione politica, era proprio un problema allergologico. Resta il fatto che è tutto un ragionar per mali minori e che una classe dirigente con un minimo di inventiva e di coraggio non sembra ancora apparire all’orizzonte. Mi spiego meglio: si ha l’impressione che tutti ballino la musica che c’è su, ma non si capisce più chi mette su la musica.
Poniamo che a me ‘sta musica qua non mi piaccia per niente. A chi chiedo di cambiarla, se non vedo il deejay da nessuna parte? Non so se mi sono spiegato…
Boh. Per me è stato così. E suppongo che se è stato così per me, può essere così anche per altri. Da qui a sostenere che la musica che facciamo noi possa avere questa capacità ce ne corre… E infatti non lo sostengo.
Chi ci viene a vedere va incontro a uno spettacolo dove si parla di questo, di quello e di quell’altro ancora, si suona di buona lena e si canta in bello stile. Se dovessi riassumere in una formula direi così: un mix di ironia & malinconia. Sul cosa ci aspettiamo noi da chi ci viene ad ascoltare, permettetemi di essere tranciante: ci aspettiamo che ci ascolti! Non è esattamente come dirlo. In Italia purtroppo non c’è una grande educazione all’ascolto musicale. Se fai i teatri tutto bene, ma se appena appena ti sposti in un club o in un localino, spesso e volentieri risulti sommerso dal cicaleccio degli avventori. Io non ce la faccio fisicamente a vivere la musica come un sottofondo. È più forte di me: se c’è qualcuno che suona, io lo ascolto. E che diamine!

C’è lo spettro di Giorgio Gaber che si aggira tra le nove tracce di questo Infedele Alla Linea. Una presenza che ha un che di familiare e parla della nostalgia per un passato nemmeno troppo lontano in cui la musica era anche politica, riflessione, critica all’establishment, oltre che semplice divertimento.
Chissà se Mauro Mercatanti & Band sono d’accordo con noi, ma questo è quello che abbiamo pensato dopo esserci calati nel mix raffinato di combat-rock (?!) e teatro canzone del combo milanese: un déja-vu fatto di frequenti richiami, omaggi garbati, ispirazione profonda, racchiuso in un pugno di brani in bilico tra impegno sociale e indomite passioni, partiture energiche e melodia. Nel “Manifesto del partito” che la band scrive di suo pugno ce n’è per tutti i gusti, dall’italian-country polveroso e ironico di Infedele alla linea, al basso alla Sandokan e le chitarre distorte di Le chiacchiere stanno a zero, dal funk “a luci rosse” di Pensieri burrascosi al pamphlet contro la guerra de Il contributo, dalla denuncia degli aborti della religione di Santo subito al tagliente continuum spazio temporale – da Mussolini, a Craxi, a Berlusconi - di Ninna Osanna (forse il brano migliore del pacchetto).
Qualcuno potrebbe pensare, a questo punto, di trovarsi davanti all’ennesimo elogio della ribellione gratuita, o impeto controculturale “per contratto”. Niente di più sbagliato, dal momento che la musica di Mercatanti tocca nel profondo, costringendo chi ascolta a prendere coscienza di sé e di quello che ha attorno. Una musica evidentemente democratica anche nell’approccio con il pubblico oltre che nei testi, dal momento che si concede in download gratuito – ottimo viatico per una diffusione capillare del messaggio, un po’ meno per le finanze di chi suona che a nostro avviso meriterebbe qualche cosa in più – sul sito dell’etichetta che ne cura la pubblicazione.(7.2/10)