Eclettico eppure esigente, multiforme nelle sue attività di produttore, dj e musicista, è riuscito negli anni a mantenere salda la sua integrità, artistica e personale, costruendo un discorso politico a colpi di sampler e field recording. Dagli esordi rumoristi alla forma canzone, la musica elettronica secondo Matthew Herbert.
La lattina di una bibita, la confezione di un hamburger, i cornflakes della prima colazione, il sangue che scorre nelle vene. Tutto è suono, nella testa di Matthew Herbert. E tutto è memoria, insieme storica e personale. E l’elemento elettronico è il quid che rende possibile una reale e istantanea partecipazione, messaggio stesso, ancor prima che medium, che ha intensificato la consapevolezza della responsabilità umana con la sua forza centripeta, eliminando le barriere spazio-temporali e innescando quel meccanismo di azione-reazione in cui tutti sono implicati.
Herbert ne intuisce le capacità esplicative fin dai tempi del college: studente di teatro alla Exeter University, viene subito attratto dall’idea di una stretta relazione tra interpretazione e musica, tanto da iniziare a raccogliere un nutrito numero di suoni provenienti dalle fonti più disparate (tazzine, cucchiai, teiere e così via). È questo il materiale su cui nasce, tra il 1992 e il 1996, il primo progetto, nonché prima identità, Wishmountain, capace di tenere in piedi un intero live set con un solo pacchetto di patatine, omaggiando John Cage, che si presentò da Mike Bongiorno con dei frullatori. Mettere in diretto contatto il processo compositivo e il pubblico, instaurare una connessione che inneschi una reazione e sui cui contemporaneamente riflettere: il giovane inglese non si trincera dietro le macchine, come gli architetti Autechre nel loro autismo acquatico di cervellotici incastri e scissioni, ma ne svela i meccanismi di casualità e quotidianità, proseguendo e declinando in una impressionante varietà di lavori quella commistione tra musica e oggetti preconizzata da John Cage sin dagli anni Trenta e teorizzata da Pierre Schaeffer dieci anni più tardi. Una modalità sulla quale stavano lavorando quasi in contemporanea gli amici Matmos, provenienti anche loro dai territori dell’house-techno-trance, ma su cui Herbert arriva con leggero anticipo, tanto da assumere il ruolo di padrino artistico del duo.

Se Wishmountain verrà presto ucciso dalle stesse mani del suo creatore, a partire dal 1995 saranno Doctor Rockit, Herbert e Radioboy a rimpiazzarlo.

Con il primo la concretezza elettronica si addolcisce di elementi marcatamente musicali: in The Music Of Sound (Clear / Wide, 1996) il lato downbeat si invischia ai languori del jazz (gli studi classici di pianoforte e violino del Nostro riaffiorano nelle due Song Without Words, punteggiata da un soffio abbozzato di sax, e Song Without Italian Words, registrata quasi di soppiatto alla chiusura di un ristorante, tra il tintinnare delle posate e le campane a segnare l’ora), o si inerpica sulle tensioni house, ora in corsia di sorpasso (Hong Kong) ora in più quieto andamento da crociera (A Quiet Week In The House). Luoghi particolari, legati all’infanzia oppure protagonisti di un viaggio, sanciscono così la loro esistenza nella misura in cui il caso li rivela all’orecchio, andando a comporre una soundtrack che rimane ancora nei recinti del proprio vissuto, ma che inizia già ad affacciarsi sull’umanità. (6.5/10)
Personalità dai contorni ancora sfumati, quella del dottore, che verrà assimilata e sviluppata nei lavori a nome Herbert, in cui è il 4/4 a fare gli onori di casa, ma solo con l’entrata in scena di Dani Siciliano in Around The House (Phonography 1998, ristampa !K7 - Soundlike / Audioglobe, 2002) la direzione si sposterà dal racconto/ricordo in prima persona alle dinamiche relazionali tout court, di cui il corpo umano ne è la più perfetta sintesi.

Con Bodily Functions (!K7 - Soundlike / Audioglobe, 2001) i microfoni ultra sensibili già usati dai Matmos entrano nelle fitte e intricate reti della corporeità per indagarne il funzionamento, per svelarne la mistica realtà ed estrapolare la connessione tra fisico e viscerale, infrangendo quel limite che ha sempre tenuto a distanza il rumore dal suono. Cosa fa di un feto la controparte fondamentale di You’re Unknown To Me, del fluire del sangue la base ritmica per Foreign Bodies, dei laser che operano sulla vista le interferenze in You Saw It All? Il loro essere sostanza vitale, che è rumore prima di tutto. È quindi la tecnica del campionamento che ridona libertà alla musica, che le permette di riappropriarsi della sua natura istintiva, rappresentando quella umanità dissoltasi pian piano nella voragine edonistica e che poco dopo verrà brutalmente cancellata dal crollo delle Twin Towers.
Storie di mancanze e di incomprensioni, di visioni distorte e di rammarico, ma anche di mistero, quello proprio e sacro dell’uomo, raccontate da Herbert attraverso beat serrati ed intriganti, irradiati sugli asteroidi jazzy di It’ Only e Suddenly, con la voce della Siciliano a scivolare nelle pieghe, nelle imperfezioni, colmandole con la sua grazia interpretativa, come una moderna Ella Fitzgerald, mentre in Leave Me Now pulsa house con la passione che solo un cuore possiede, pronta ad infondere un calore melanconico in Last Beat, ballata per pianoforte, contrabbasso e spazzole del prossimo futuro, per poi abbandonarsi all’ineluttabile desiderio di intimità di On Reflection, minimale nei sui screzi sonici.
Insieme agli oggetti del corpo, è quindi l’house l’altro elemento unificante. Mentre però nei lavori contemporanei del duo di San Francisco California Rhinoplasty Ep (in cui il Nostro compare nelle vesti di Doctor Rockit dj) e A Chance To Cut Is A Chance To Cure si avvertono chiaramente e volutamente le tensioni, i tagli, i campionamenti, gli oggetti che materialmente vengono suonati, in Herbert nulla del mondo concreto utilizzato è comprensibile: tutto è nascosto, filtrato dalle macchine, fagocitato e poi ricostruito in un puzzle dalle dimensioni microscopiche, così da risultare non più fredda rimescolanza di pezzi, ma calda estensione del centro nervoso umano.
Il tocco lieve e l’appeal fisico che il disco comunica in tutti i quattordici episodi quasi non lasciano percepire l’elaborata scrittura delle canzoni, l’accuratezza negli arrangiamenti, la manipolazione calibrata e consapevole delle fonti sonore, trasfigurate fino all’irriconoscibilità. Solo quando si arriva all’ultimo brano, The Audience, si viene svegliati da uno schiaffo poderoso di ritmiche funk frantumate, con la voce femminile sdoppiata, triplicata e in rincorsa, alter ego di se stessa, riflessa sulle superfici della battuta in quattro, con le tastiere tra il piano bar e il Blue Note a chiudere il climax house. Qualcosa, nella coscienza, ora si è mosso. Il paradosso della tecnologia del ventunesimo secolo quale unico espediente, “strumento” in grado di ridare al suono una costruttiva originalità, assume i connotati di una ferocia denuncia: il corpo umano come corpo sociale, indagato nei suoi fragili rapporti tra organi, tessuti e altri corpi, diversi ma uguali, tenuti assieme da una serie di circostanze fortuite e coincidenze, che è pura magia. Da preservare. (8.0/10)
Ad allargare i confini e spostare la visuale del metodo compositivo è, nello stesso periodo, anche Radioboy: trovandosi stretto tra le mura degli 8 suoni in cui la sua prima personalità si era barricata, viola apertamente le regole avvalendosi di un insieme eterogeneo di sorgenti, campionate, registrate e processate innumerevoli volte, torturate fino a stabilire quel limite capace di mantenere l’integrità della fonte.

Una ricerca estrema, che assume sempre più un carattere politico, fino ad esplodere in maniera compiuta in The Mechanics Of Destruction (Accidental / Wide, 2001), un titolo emblematico, che rivela subito il carattere demistificatorio dell’operazione. Sotto i colpi di ritmiche assordanti, di sussulti e strappi sonori industrial si assiste all’annientamento della società consumistica attraverso i suoi stessi simboli: i metalli funambolici di Gap, l’ossessività percussiva di McDonald’s, l’ambient acquatico di Nike, la techno senza respiro di Total Oil. Ecco quindi che il medium diventa il messaggio: servirsi del rumore di una lattina di Coca Cola schiacciata o di una tazza di Starbucks frantumata, equivale a schierarsi apertamente contro un certo tipo di mercato, di industria, di politica, quella capitalistica (il tutto supportato da una autonoma gestione della distribuzione del disco: durante i live, attraverso il download dall’omonimo sito assieme alla nascita di una etichetta personale, la Accidental), una scelta che non può non generare ripercussioni su chi ascolta e vede - famose rimangono le performance del periodo, durante le quali è il pubblico stesso a donare propri cd, libri, oggetti da distruggere, un esempio di partecipazione completa.
Nonostante la forma richiami in certi momenti i profumi di casa Warp e metta in campo l’Aphex Twin più rumorista, è la sua genesi e organizzazione ad avere una portata innovativa: scegliere di “suonare” determinati oggetti piuttosto che altri, distruggerli e ricomporli secondo una logica che rispetti principi comuni, nell’ottica di un ordine sociale equo e solidale. A dispetto della dilagante omogeneità, la musica elettronica è ancora capace di offrire un’alternativa. (7.0/10)
Proprio la rigorosità di queste prove e il continuo lavoro sul suono spingono il Nostro a stilare il “Personal Contract For The Composition Of Music”, un documento sulla falsa riga del Dogma 95 di Von Trier, aggiornato personalmente di volta in volta, che lo costringe ad una serie di vincoli (come ad esempio il divieto assoluto di pattern di batteria elettronica, dell’utilizzo di campionamenti altrui) per salvaguardare l’unicità della musica, evitando sentieri già noti, familiari.
Chiamato nel 2001 dalla coreografa Blanca Li a scrivere tre brani per una big band da inserire nel musical francese La Defi, e incoraggiato poi da Gilles Peterson a metterne in piedi una propria per esibirsi al Montreux Jazz Festival del 2002, Mr. Herbert accetta la sfida e l’anno successivo sforna Goodbye Swingtime (Accidental / Wide, 2003).

Un nuovo shock emotivo, un cambiamento radicale: il disco si pone tra i solchi degli standard jazz degli anni 30-40, quando le grandi orchestre di Glenn Miller e George Gershwin e le sfarzose composizioni di Henry Mancini riuscivano a coniugare la forma popolare del jazz alla colta tradizione europea. Difficile immaginare come l’effluvio di magnificenza che sgorga da un organico di quasi venti persone (tra cui Arto Lindsay, l’insostituibile compagna Dani Sicliano, Jamie Lidell, Mara Carlyle, Shingai Shoniwa, Plaid e Mouse On Mars) si possa amalgamare all’asciutta arte digitale, da sempre sinonimo di isolamento e individualismo. Come Carl Craig con il suo Detroit Experiment e la London Sinfonietta con il roster della Warp, Herbert dimostra che la simbiosi è possibile e con fare da gran cerimoniere realizza dieci tracce dal sapore lontano, ma incredibilmente attuali: in primo piano è la melodia, morbida nell’iniziale Turning Pages, sincopata e convulsa in Fiction, in contrasto cromatico con gli stridori tecnologici sparsi in tutto il lavoro, dai sobbalzi ritmici di Misprints, all’ambient cinematica di Stationary, ai giochi stranianti nelle swingante The Battle. Armonia e dissonanza, tradizione e innovazione, autorità dominante e libertà di pensiero e azione, il cuore del lavoro è ancora una volta un “affare pubblico”, non solo nella scelta di campo, ma anche nell’uso dei suoni organici, prodotti per la maggior parte dalla letteratura politica (Noam Chomsky, Michael Moore, John Pilger) e assolutamente impercettibili (ritagli di giornali riguardanti l’invasione dell’Iraq provenienti da tutto il mondo, la stampa di pagine tratte dal sito www.soaw.org, ed altri curiosi aneddoti). Non è dunque una reverenza al mondo del jazz, come si potrebbe pensare, ma un appropriarsi dello stile e della libertà propria del genere per esprimere il proprio punto di vista, sempre critico e sempre altro. (7.0/10)

Traslare un simile lavoro nella versione live non è cosa facile, ma i risultati sono più che entusiasmanti, come dimostra il plauso unanime ricevuto al Sonar di Barcellona e al Roskilde Festival in Danimarca: Herbert sul palco si scopre un’abile direttore d’orchestra, nonché divertente ed estroso intrattenitore, instaurando uno scambio dialettico tra macchine, orchestra e pubblico.

Il continuo girovagare e la svolta orchestrale non gli impediscono comunque di proseguire la sua ricerca sul suono e con Plat Du Jour (Accidental / Wide, luglio 2005) ritorna alla musica per oggetti e ai concetti delle bodily functions. Dopo due anni di field recording al fianco di esperti e autorità e dopo sei mesi di lavoro in studio, il wiz kid del campionamento svela i segreti del cibo, o meglio, i segreti delle grandi corporation dell’industria alimentare. Ancora una volta si tratta di un’operazione musicale indirettamente politica, proprio come quella dei Matmos di Civil War, ma a differenza del duo, che preferisce contaminare il proprio sound con l’acustico, sulla scia di The West, Herbert rimane ferramente attaccato al campionamento.
E quindi ecco che il verso di polli, galline e pulcini di allevamento dà vita a The Truncated Life Of A Modern Industrialized Chicken, al ritmo scandito quasi orientaleggiante di una dozzina di uova biologiche rotte in una ciotola di pirex, mentre una miscela di ben nove differenti marche di acqua minerale fa scivolare in un’atmosfera jazzy These Branded Waters, accompagnata dalle percussioni del fondo di una bottiglia San Pellegrino. Tocca poi al caffè rendersi protagonista di An Empire Of Coffee, 60 semi di robusta stillati in un contenitore di roundup, pesticida usato dalla Monsanto (nome noto nel mondo delle biotecnologie e del transgenico), su un frenetico sampler di tazze, lattine e confezioni di caffé, come se ci si trovasse all’interno di una delle grandi fabbriche produttrici. Altro colpo messo a segno è la frizzante Celebrity - a metà tra house e hip hop a suon di Pepsi -, unico brano cantato in cui la cristallina voce di Dani Siciliano si fa gioco delle star (viene citata una certa Beyonce…), gli sponsor più richiesti quando si tratta di alimenti per bambini dal dubbio valore nutritivo. Sono questi gli episodi migliori - insieme alla cartoonesca leggerezza ritmica di The Final Meal Of Stacey Lawton - di un piccolo vademecum sul linguaggio internazionale del cibo, anch’esso sempre più globalizzato.
Idealmente divisibile in due, la seconda parte del lavoro perde colpi, mostrando il fianco: pur non risparmiando da critiche lo zucchero (Hidden Sugars ), le barrette dietetiche (Fatter, Slimmer, Faster, Slower) o il pranzo del presidente americano Bush con il primo ministro britannico Blair (la cacofonia assordante di Nigella, George, Tony And Me), Herbert, forse anteponendo (o legando) troppo l’idea all’esecuzione, finisce per peccare di manierismo.
Il risultato: autoreferenziale, quando non proprio autocelebrativo. (6.7/10)

Terminati gli spossanti sperimentalismi alimentari, il Nostro non smette i panni di attivista, anzi li tira a lustro e - a distanza di nemmeno un anno - si presenta in smoking da gran sera, pronto ad accompagnare l’orchestra in disco. Similmente a Goodbye Swingtime e quindi decisamente “suonato”, Scale (!K7 - Accidental / Audioglobe, 29 maggio 2006) è un glassa orchestrale suntuosa, invitante, ma se all’epoca di quel disco il mood pescava dagli anni 30-40, dall’esperienza di Ellington e Miller, ora le complesse orchestrazioni flirtano con il funk Motown dei Sessanta di Something Isn’t Right (sinuoso ed elegante passo upbeat, con Dave Okumu, Dani Siciliano e Neil Thomas a ritagliare origami vocali morbi quanto duri nelle liriche), riempiono le ritmiche house di The Movers And The Shakers (lo strappo di una lattina apre il fitto dialogo tra fiati, sampler e schizzi elettronici vorticosi), si intingono di opulenza disco Settanta in Moving Like A Train (puntuale basso funk, coro a là Sister Sledge e luci stroboscopiche per un uno dei brani più compositi e riusciti dell’album).
Pop sofisticato, lussurioso e arrangiatissimo, eppure immediato, leggero, fresco, così si presenta Scale fin dai primi brani. Minuzioso al solito il lavoro di Herbert sulle melodie, sugli arrangiamenti, come fosse partito proprio dalle linee vocali, per arricchire poi i contorni di sfumature ora vivaci, ora più intime e defilate, senza ostentazione, ma sempre con quel gusto per la ricercatezza che a volte, inevitabilmente, lascia un’amara sensazione (perfetta interpretazione della Siciliano nella ballata dalle evanescenze hollywoodiane We’re In Love e in Harmonise, cassa in quattro vicina alle ritmiche di Around The House).
E non potrebbe essere diversamente: a dispetto della leggerezza che le soluzioni suggeriscono al primo ascolto, l’umore predominante prende le tonalità del blu per toccare quasi quelle del grigio (la malinconia futurista di Those Feelings e Just Once, quasi una piece teatrale). Si avverte una certa rassegnazione, forse meglio delusione, dell’autore nei confronti di un presente sempre più oscuro, dominato dai poteri del mercato, dalla violenza fisica e psichica di una guerra in nome dell’oro nero a cui non si vuole porre fine.
Una sensazione che permea ogni singola nota e poco sorprende leggere nelle note stampa che nei 723 oggetti campionati (e riportati nell’artwork) compaiono anche aerei da caccia, bare, pompe di benzina, meteoriti. Oggetti che non si percepiscono, ma che imprimono la naturale forza sovversiva di cui si fanno portatori, funzionali così come l’infrangere le regole del “Contratto Personale”, che da sempre guida la produzione del Nostro, senza che questo incida negativamente sull’intero lavoro, come invece è successo con Plat Du Jour, che ora suona forzatamente concettuale.
Mr. Herbert è riuscito nel suo intento, come non gli capitava dai tempi di Bodily Functions, di unire l’idea al suono, di rendere questi due aspetti organici e complementari, gradevoli all’orecchio e stimolanti per il cervello. E non spaventatevi se nel pieno della leggerezza e della gioiosità vi troverete per un momento a pensare, magari al presente e a quello che potrebbe essere il futuro. Fa parte del gioco. Un gioco che si completerà con la versione live, a luglio in Italia. Non resta che aspettare. (7.5/10)

“Good evening and welcome to the show”.
Così Matthew Herbert, campionandosi in diretta, accoglie il pubblico romano che affolla la sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica. A vederlo sul palco, assieme ai suoi sette comprimari, pare si sia appena alzato dal letto: lui in vestaglia sfarzosa da camera, gli altri in pigiama, con tanto di asciugamano al collo, ennesima provocazione nel luogo istituzionale per eccellenza della musica, che non a caso ospita contemporaneamente un omaggio a Cajkovskij nella sala Santa Cecilia e la cantantessa sicula Carmen Consoli in Cavea.
Mr. Herbert proprio non ci sta a prendersi troppo sul serio e mette in scena un live che, se per acustica non poteva chiedere di meglio, forse avrebbe meritato una platea in piedi e scossa dal movimento, piuttosto che comodamente seduta sulle poltrone rosso porpora. Particolare che non ha impedito al Nostro di far muovere teste e battere piedi con l’ultimo Scale, proposto quasi per intero, dall’iniziale Something Isn’t Right ad Harmonise, il cui sapore retrò viene mitigato in versione live dalla presenza disturbante di sampling e loop continui. Grande assenza quella dell’algida compagna Dani Siciliano, impegnata nel lavoro dell’imminente secondo disco solista, degnamente sostituita dalla voce soul di Neil Thomas e dagli acuti black della splendida Valerie Etienne (preziosa spalla di Rob Gallagher nei Galliano e nei Two Banks Of Four), che in Movie Star e in Those Feelings sfoderano tutta la loro sensualità. Al contrario, forte e invasiva la presenza di Herbert alle macchine, attorniato da microfoni, campionatori, tastiere, pronto a campionare anche i presenti, convulso nei movimenti come a voler sottolineare con i gesti la sorpresa ad ogni nuovo “accidentale”, bizzarro suono prodotto: dalla pesante techno di Hidden Sugars (unico brano di repertorio, tratto da Plat Du Jour, che ha letteralmente fatto esplodere la platea) alla disco di Moving Like A Train (irresistibile con il suo basso funky sinuoso e il contrappunto sfavillante dei fiati), dall’arrangiamento vivace della ballata We’re In Love ai due inediti jazzati e quasi sottovoce del finale. Nessun brano per Bodily Functions, una scelta, strategica o meno (a causa della defezione della Siciliano), che lascia un certo rammarico per quanti hanno già visto la coppia al lavoro dal vivo, ma che non toglie smalto alla performance, incorniciandola di applausi fragorosi a luci spente.

Matthew Herbert non è mai stato uno sprovveduto, tanto meno uno che rincorre le mode. Anche quando apparve con un album sotto lo pseudonimo di Herbert, mettendo assieme i tre eppì che raccoglievano la primissima infornata delle sue produzioni, aveva un’idea chiara di come doveva suonare l’house dell’epoca. Anche allora, aveva avuto un’intuizione: partendo da un concetto ne aveva ricavato una sintesi sonica.
Era un periodo dove i generi che andavano per la maggiore erano tutt’altri, in primis drum’n’bass ma soprattutto una dance molto muscolare, fatta di megaproduzioni e anthem, inni house per grandi locali, orge groove; eppure c’era ancora tanto da imparare dall’ambient house dei primi Novanta (Fingers Inc., Tyree, Deep Dish, Omniverse).
Con la reissue, l’uomo ritorna sull’argomento: “I had an idea of what house music should sound like in that period and I followed that through, with a combination of very dry acoustic sounds and very clear electronic sounds”. Questa l’essenza dell’esordio sulla lunga distanza di Herbert, ristampato con un bonus disc di remix del periodo 1994-2000 forse anche più importanti dell’originale. Un album ancora fresco dunque, fatto di sonorità asciutte e calibrati inserti acustici. Una variante dentro il genere che, se rappresenta materia di scambio per addetti ai lavori, suonerà a tutti gli altri come una collezione di stilose tracce dance per nulla stagionate. La versione bianca ed english mannered del sound house inventato dai neri. Rude è breakbeat funk con tastierini ambient house, Desire alterna un classico 4/4 a un riff di synth post-Carpenter, Thinking Of You è puro succo groove da scuola di Chicago che si apre a smalti spaghetti house (naïf senza esagerare), Friday They Dance richiama più direttamente l’ambient house, Oo Licky è un’altra di quelle chicche che facevano la felicità di club come il nostrano New York Bar (mito degli After Tea della domenica anni 90). Sul bonus cd le cose si fanno sperimentali e ancor più interessanti: Back To The Start è roba che i Matmos hanno ascoltato molto attentamente, The Puzzle gioca con i glitch in una sorta di videogame 80 (chiara anticipazione di molta microelettronica 8 bit), in No More Borders e Back Back Back Back l’acid viene destrutturata e poi ricomposta dentro l’intestino. I Hadn't Known (I Only Heard), I'll Do It e Trafalgar Road infine arrangiano il late night singing al groove più sensuale della casa.
È la compila definitiva dell’House più salottiera dei Novanta e, per gli ultra musicologi, il fuoco cammina con me della “maturità” dell’uomo (Back To The Start). È quanto basta per portarvelo a casa. (7.2/10)

Quando Matthew Herbert ci si mette è capace di tirar fuori dal suo repertorio di tutto. Questa volta, a distanza di nemmeno un anno dall’ultimo Scale, si presenta con un sunto di tutto l’estro messo al servizio del dorato mondo del cinema per un arco di tempo che copre i dieci anni.
Ma, attenzione, non le mega produzioni hollywoodiane, bensì piccoli film indipendenti, piuttosto che spettacoli teatrali o cortometraggi, partoriti da un’Europa che in questi diciassette brani profuma di Mediterraneo. Pensate all’Herbert di Goodbye Swingtime in vacanza in Spagna oppure investito dalla sindrome di Stendhal al Louvre di Parigi e vi sarete avvicinati alle atmosfere di Score. La magniloquenza disperata di Funeral, lenta e melanconica il giusto per sottolineare una scena drammatica, oppure lo swing impastato di elettronica di Running From The Credits, con signore in abito da sera e signori impomatati, e la gigantesca sala da ballo di Rivoli Shuffle, su cui non ci dispiacerebbe immaginare un Fred Astaire fare uno dei suoi numeri, magari insieme al Frank Sinatra di Singing In The Rain, qui in versione aggiornata 2050. Finendo all’alba con il tango struggente e appassionato di Cafe De Flore (Trio Reprise), che lascia per strada le vestigie lounge di cui l’aveva ricoperto Doctor Rockit facendone una hit.
Non un nuovo e imprescindibile lavoro, ma un altro tassello da aggiungere a quel complesso puzzle di nome Herbert. (6.8/10)