Poesia sferzante, spigolosa fino nel vivo del cuore. Una fervente devozione sonica. C'erano una volta i Marlene Kuntz, uno squarcio nel ventre molle del rock italiano. Ognuno misuri col proprio metro - tenendo conto di tutti i parametri in gioco - quanto le aspettative siano state mantenute. Oggi non è più tempo di promesse. La realtà chiama Godano e compagni a misurarsi con una maturità che tenta di avanzare. Coerentemente.


Se nel volto splendidamente truce dei Marlene Kuntz da sempre alberga il dente marcio di una flagrante succedaneità al verbo Sonic Youth (e dintorni), è altrettanto vero che Godano e soci non sono mai sembrati – neanche lontanamente - i furbacchioni di turno, bensì vittime consapevoli di una stregoneria che non permetteva altri modi, altre forme alla lacerante vena poetica. Derivativi sì, ma naturalmente. Accolto ciò, rimaneva da fronteggiare un’intensità, un’urgenza, un fragore con pochi eguali e precedenti in ambito nazionale.
L’approdo su major sembrò affievolire la ragion d’essere dei Kuntz: stante la qualità di scrittura, veniva meno lo spettacolo di quel febbrile rivoltarsi nel sortilegio di cui sopra, come se fingessero di oltrepassarsi previo adeguate tecniche di seduzione, spacciandole come una naturale evoluzione. Parabola: discendente.
Oggi che il presente si chiama Bianco Sporco, quella fase sembra appunto una fase, e l’assestamento coincidere con una sbrigliata pienezza. Certo, per strada si è perso Daniele Ambrosoli, ma le quattro corde per l’occasione sono finite nelle mani del vecchio sodale Gianni Maroccolo, e converrete che non sono le prime mani che capitano. La spinta propulsiva del gruppo appare rinvigorita, le raffinatezze autoriali perseguite nell’ultimo tratto di strada opportunamente corroborate di spigoli e watt. Ma, soprattutto, la band sembra scendere definitivamente a patti con la propria natura, accettarsi e – di conseguenza – proporsi con franchezza rinnovata. Per questo, se tra le corde che grattugiano atonali, tra i livorosi impasti e le spezzettate convulsioni (dalla salmodia ispida di Mondo Cattivo alla crudezza di Nel peggio – che è poi bruscacida versione di Deriva finita, già nell’ACAU del Maròk) fanno pur sempre capolino i soliti “maestri” Sonic Youth (e i soliti dintorni), dietro a tutto puoi avvertire altresì uno sfacciato, sincero, caustico: e con ciò?
Difatti, alla resa dei conti ciò che conta è il cinismo sferzante e frantumato di Poeti, la turpe ironia di Sorriso, la tensione ondeggiante di La lira di Narciso, il puro (dis)incanto di Bellezza. Trattasi di canzoni, belle canzoni che spiccano in un mercato di suoni disperatamente nuovi che scordano – appunto – il corpo/canzone da vestire. Canzoni che tuttavia non si fanno mancare vestigia/sonorità vive, visionarie, addirittura sorprendenti: come i languori prog nel ritornello di A chi succhia e in coda a La cognizione del dolore, quest’ultima un quasi capolavoro col suo procedere a sputi e spasmi narrativi (ma l’assolo di chitarra in PFM style è un po’ scontato, e il riff un lampante fratellino di Sonica).
Insomma, il sisma underground innescato da Catartica è lontano ere, ma Bianco Sporco non è nulla di meno che il buon disco di una band maturata benissimo. Per cui avanti così, Marlene Kuntz. (6.8/10)

Sembrano passati eoni da quel Live In Catharsis che sigillò la prima fase marlenekuntziana, istantanea brusca e sferragliante, generosamente infedele e quindi rappresentativa di una realtà in convulso movimento, invasata di espressività spigolosa, dall'intrattabile effort letterario. Nel frattempo i Marlene Kuntz sono scivolati dallo scranno delle promesse, mentre al contempo le fila degli epigoni andavano malauguratamente gonfiandosi. Così ce li ritroviamo oggi come una specie d’istituzione, in bilico stabile sul bordo alternativo del mainstream, con qualche colpa da farsi perdonare e uno standard qualitativo ben accetto dalla corposa schiera dei fan. Ed ecco quindi S-Low, la seconda "fotografia", i toni più lenti e smorzati (slow + low) ma neanche troppo in fondo. Tante ballate, certo, all'insegna di un mood rarefatto che fa vibrare l'inquietudine esaltando effetti e riverberi (nella lunga introduzione di Lieve, nell'irrequieto incedere di Schiele, lei, me), ma anche qualche bella scarica piuttosto scomposta, tipo la quanto mai brusca Fuoco su di te e l'incandescente coda "sonica" de L'inganno.
Sembrano giocare con la maturità conseguita, Godano e compagni, e non scordiamo che tra questi "compagni" ce n’è uno che di maturità ne porta in dote parecchia, quel Gianni Maroccolo ormai bassista in pianta stabile della band. Diciamola tutta: in questo tour e in questo disco c'è molta auto-celebrazione, e va bene: il pop-rock vive anche (in molti casi soprattutto) di questo. Bisogna però stare attenti, perché c’è il rischio di smarrire la rotta, di concedere e concedersi troppo al giochino, vedi il caso de La canzone che scrivo per te o di Infinità, che - aureolate dal coretto cremoso del gentile pubblico – gambizzano nella culla ogni possibilità di trasporto. Meglio, molto meglio lo scostante languore di Danza, e quella Amen che mira innanzitutto a compiersi al meglio, confermandosi tra i pezzi migliori dell'intero repertorio kuntziano. E' insomma un disco godibile ma accessorio di una band che dimostra di non essersi ancora arresa. Di cui, pare, avremo presto notizie. (6.2/10)

I Marlene Kuntz sono cambiati perché cambiare è naturale. Dopo l'acme celebrato in H.U.P. Live in Catharsis (Sonica / Edel, 1999), la furia sonica è diventata sempre più un ruggito interiore. Qualche scelta sbagliata - emblematico il duetto con la sempre più improponibile Skin - va messa in conto, ma il nuovo percorso è stato fin da subito chiaro: la barra puntata con decisione verso un vivido, brusco, intenso cantautorato rock. Obiettivo che il qui presente Uno - settimo album in studio per la band di Cuneo - consegue appieno. Canzoni d'amore e disamore, aspre e corrusche, languide e dolenti, sfacciate ed esoteriche. Ma, appunto, canzoni. Con legittime possibilità radiofoniche, come la title track che chiude la scaletta con strofe dallo sbilenco passo funk ed un chorus nella scia dei CSI più empatici.
In apertura troviamo invece una Canto che prima brontola malanimo torvo quindi spiana un ritornello indolente e rétro dal vago stampo Baustelle. Poi accogli Musa come fosse un miraggio d'amore ancora vivo, una sensualità chimerica benedetta dal piano ineffabile di Paolo Conte nientemeno, una fremente vulnerabilità negli organi ed il middle eight che si spampana Radiohead, convergenze parallele che ti cospirano una sentenza ineluttabile: e il gioco è fatto.
Ben venga dunque l'asprezza circospetta di Sapore di miele, una PJ Harvey che parafrasando Paoli incendia sensualità franca, feroce, liberatoria. Ben venga quella Fantasmi come un Capossela sdegnoso che digrigna gelbiano tra ululati Sergio Leone e riverberi cupi fino al poderoso finale. E ben vengano il frutto estremo Beach Boys passito Mercury Rev di Canzone sensuale e lo strano impatto tra il miglior Finardi e gli ultimi Flaming Lips - orchestrato da Igor Sciavolino, quello del progetto Chantsong Orchestra - di Stato d'animo. Soprattutto, siano benvenute le mie preferite, una Canzone ecologica che spedisce l'invettiva tra eterei languori e quella Negli abissi tra i palpiti dove l'insidiosa trepidazione rumba-psych si ammanta di coretti beatlesiani (altezza Because). La trepida produzione di Gianni Maroccolo, i preziosi interventi di Ivana Gatti (cori), Vittorio Cosma (piano e tastiere) e Greg Cohen (contrabbassista già al lavoro con Waits), il libretto chiosato dalle penne di Lucarelli, Brizzi, Scarpa, Clementi e Lodoli tra gli altri, completano la ricetta di un album riuscito. (7.1/10)