Sembrava uno dei tanti interpreti di quel ritorno sui sentieri selvaggi di Led Zeppelin e Black Sabbath (con la benedizione di Pixies e Husker Du) che i posteri ricorderanno col nome di grunge, lui solido front man degli Screaming Trees. E invece la tortuosa e imprendibile sensibilità di Mark Lanegan covava ascendenze ben più stratificate e inattese, tra cui le decadenti palpitazioni di Leonard Cohen, le setose obliquità di Fred Neil e i sordidi scenari di Jeffrey Lee Pierce dei Gun Club. Viaggio nell’universo di uno dei maggiori cantautori contemporanei, nonché di una delle più belle voci del rock.

Come down to the willow garden with me
Come go with me
Come go and see
Although I've howled across fields and my eyes turned grey
Are yours still the same
Are you still the same
(da Carry Home, Gun Club/Jeffrey Lee Pierce)
Si potrebbe raccontare la carriera musicale di Mark Lanegan attraverso
la sua voce. Ascoltare l’uomo in presa diretta col suono della parola,
con l’alito di vita che ne esce. Accostare l’orecchio al cuore
e sentirne il ritmo, il timbro della voce, l’armonia di versi fusi
come metallo impressi nelle corde vocali arrugginite che risuonano, vibrano,
macinano l’intestino.
Cos'è contenuto in album come Winding Sheet, Whiskey For The Holy Ghost,
Field Songs se non il racconto di una storia, sempre la stessa di una forte,
fortissima eppur semplice e limpida sensazione? Una pace assoluta, il pacato
disincanto impresso da una visione d’insieme, l’attimo di distensione
dopo una dura giornata fuori da sé, l’autostrada, dritta verso
il paradiso o l’inferno.. poco importa.
Non hanno valore le parole. Non occorre comprenderne il significato.
È l’antro, il ricordo di quell’ingresso dove tutto si apre
all’estasi, dove i sensi si connettono direttamente alle cose, l’esperienza
narrata attraverso sinestesiche sensazioni, quel qualcosa che Mark ci comunica.
Ricordo o descrizione, passato o presente poco importa. Il senso, il meno nominabile
dei significati, è il più intimo. Nessun nome gli si può dare,
nessun costrutto lo può spiegare. È la vita che si racconta diretta,
cruda e nell’unico modo che conosce attraverso l’unico emissario
possibile.
È il Blues, sempre lo stesso, a cullare le anime prima di lasciarle
al loro destino. Il Blues consumato sotto il sole e l’asfalto, muscolo
resistente come quello di un cavallo, tutto quello che serviva al maledetto
geco per sfuggire alla corteccia di quegli alberi urlanti.
Il Blues, unico antidoto a una vita che ha rischiato di consumarsi rapida,
per sempre, bruciata come quella di tanti amici; svanita in una tempesta nel
deserto senza aver compreso quei fantasmi e quella Bibbia, senza essersi riconciliata
con se stessa, senza aver trovato soluzione a quel male incurabile che vomita
la vita, che la strascica in faccia alla determinazione, al destino.
Get me out it's starting to burn
I can't let go for the life of me
Some hold tight, and some turn
Another fire out in front of me
My whole life out in front of me
(Da Mockingbirds, Winding Sheet, 1990)
Il blues dunque, di un’anima svanita nel deserto, parola pagana dal
ritmo di un’America vecchia, ma non antica, dagli spazi ampissimi,
dalle frontiere da superare. Storia di storie che si fanno al presente: lacerazioni
di anime e tutto ciò che sta fuori, tra vite che, liberate dall'appartenenza,
dal ceto e dalla classe esplodono mirabolanti, vere …per poi consumarsi
inesorabilmente con la sorgente che l'alimenta.
I bisogni, forti impellenti, urgenze di vita, e quindi amore: ricerca della
fine del rettilineo.
Quante lacrime versate nel tentativo di togliere dagli occhi quella luce, quel
raggio abbagliante che sta sopra ogni cosa, ogni pensiero. Quanto caldo patito.
Quanta sofferenza inferta.
Mark è morto e poi risorto. Ha cantato il blues dei vivi e quello dei
morti. Bevuto con loro.
Cammina ritto, anche se una gamba è incancrenita e azzoppata, accompagnata
dal passo dell’altra, che regge tutto il peso del corpo. Ma è un
procedere tutt’altro che goffo, il suo.
Bestia a sangue freddo, serpente avvinghiato su se stesso; vecchio Mark, albero
piegato dal vento ma mai sradicato.
Ardente il folk blues di chi non vuol lasciare la pellaccia, cavernoso e baritonale,
spettrale e carnale al tempo stesso, che vive di gioie e dolori, di consapevolezza
e riscatto.
Nel suo cuore più profondo abita l’America rurale, nel suo ventre
s’agita il perpetuo show itinerante. I freak, gli impostori e i saltimbanchi,
i mimi e i giullari, i cantanti e gli attori, gli sguardi dei furbi e degli
stolti, dei dominatori e dei dominati, dei porci e delle pecore.
The girls are dead in their eyes
Just standin' around like they're hypnotised
Who'll follow me back to the freak show
I'm crawlin' all over the carnival
And I am gone
(da Carnival, Whiskey For The Holy Ghost

Inizialmente inteso come un estemporaneo Ep di quattro tracce da pubblicare sotto la sigla The Jury, un “informale gruppo blues” composto oltre che dallo stesso Lanegan, da Cobain e Novoselic dei Nirvana e dal batterista dei Trees Mark Pickerel, l’esordio di Mark al di fuori del suo gruppo di origine finì per trasformarsi in un progetto più ampio, al quale dapprima lo stesso vocalist, compositore alle prime armi ossessionato da Blind Willie McTell, Blind Willie Johnson e Leadbelly, non credeva neppure troppo. E invece al deus ex machina della Sub Pop Jack Endino, già dietro Soundgarden e gli stessi Nirvana, bastò un solo ascolto delle demo affinché prendesse il via, un po’ per gioco un po’ per caso, una carriera che doveva rivelarsi tra le più sorprendenti del decennio a venire. A conti fatti, fin dalle prime note di The Winding Sheet i numeri del ragazzo si dimostrarono tanto buoni quanto piuttosto atipici, specie se paragonati a quelli del resto dei suoi compagni di viaggio (di lì a poco dati in pasto al mondo come la famigerata “scena di Seattle”).
A dettare il battito di Mockingbirds è una sorta di rabbia senza sbocco, placata nel respiro della ballata: splendida la complicità di chitarra acustica ed elettrica (entrambe suonate da Mike Johnson, già nei Dinosaur Jr), la presenza di un piano epico (cortesia del blasonato producer indie Steve Fisk), il canto che inizia a distendere scenari di ammaliante oscurità (You can’t kill what’s already dead, profetizza un Mark sull’orlo dell’abisso); per chiarire ulteriormente la questione, ecco Museum: melodia sublime e malaticcia come fumo dolciastro per sola acoustic guitar e voce impervia e vellutata, un monumento di trepidante lentezza ai demoni del folk e del blues. Ospite a sorpresa, nella successiva Undertow, un vampiresco violino (Justin Williams), mentre la batteria di Pickerel - in punta di bacchette sul ritmo caracollante - imbastisce una sorta di calipso ibrido; Ugly Sunday fa alzare (e non di poco) la temperatura: pennate di chitarra come lampi d’allucinazione, percussioni palpitanti come terra instabile sotto ai piedi, la voce cavernosa di Mr. Lanegan che sembra – ed è – un torrido appuntamento nel rovello di un’anima oscura. Inserite le spine, Down In The Dark sventola un riff demoniaco e si ribalta in un chorus che sputa grunge da tutti i pori (complice anche un tal Kurdt Kobain al backing vocals), sorta di delirio elettrico che si consuma tra feedback e lancinanti distorsioni garage-psych.
Ma è tra Wild Flowers e Eyes Of A Child che si nasconde l’autentico cuore del disco: nella prima il caro Mark imbraccia l’acustica con febbrile incertezza, quindi - raccolte le spoglie di un folk allucinato - si accompagna da solo lungo una melodia stranita e palpitante, abbandona la voce ai bruschi dettami di una grazia umorale ("And my mind is an open door/ with nothing inside"), ad un falsetto che non sai se sia pianto o gioia, dolore o liberazione; nella seconda tornano le volute di violino, mentre un’asciutta chitarra ed il canto (immerso in un torpore minaccioso) ci stringono in un assedio tenebroso, imprimendosi neri sull’anima. Con la title track sembra di sfogliare i mille petali di un fiore malvagio, in un lento deambulare tra i ruggiti metafisici della chitarra di Johnson e un’interpretazione vocale tremante, intensissima, epica; la successiva Woe è un’altra scheggia acustica partorita e realizzata dal solo Lanegan, mentre Ten Feet Tall riesuma antiche memorie Byrds spremendo le corde vocali sino alle soglie del grido.
Where Did You Sleep Last Night, vecchio blues di Leadbelly risalente alle primissime session, acquista addirittura valore mitologico per la presenza di Cobain e Novoselic: col suo incedere marzial-sepolcrale di basso e batteria, un bordone elettrico urticante e urla conclusive che strappano la pelle dal cuore, regala uno dei momenti più emozionanti in assoluto; il sottofinale è affidato al frammento organo-voce di Juarez, giochino ebbro cui guarderanno i pazzeschi Pearl Jam di Bug (contenuta in Vitalogy), quindi chiude superbamente I Love You Little Girl, con ancora il semplice e grezzo accompagnamento del solo Lanegan all’acustica.
Non è dato sapere in quanti, protagonisti compresi, avrebbero scommesso su questo disco ai tempi della sua uscita. In ogni caso, The Winding Sheet non fu che l’inizio di una discografia scarna ma a suo modo prodigiosa: se oggi Mr. Lanegan è ormai un classico, è anche grazie a questo album, piccola (ma terribilmente significativa) scintilla di un fuoco prossimo a divampare. In silenzio. (7.3/10)

Tra la prima e la seconda prova solista di Mark Lanegan passeranno tre anni; nel mezzo, la scena musicale di Seattle viene travolta dalla bufera grunge, con esiti noti a tutti, nel bene e nel male. Tra i protagonisti, anche gli Screaming Trees (seppure in sordina rispetto a ben più fortunati compagni di viaggio) riescono a conquistarsi la loro nicchia grazie al discreto Sweet Oblivion e in particolare all'hit Nearly Lost You, contenuto nella colonna sonora di Singles di Cameron Crowe. Così, risucchiato quasi totalmente da questi impegni e da uno stile di vita ai limiti della sopravvivenza, il Nostro troverà a malapena il tempo di portare a termine le session per il successore di The Winding Sheet . Secondo la leggenda, il mucchio di canzoni che danno corpo a Whiskey for the Holy Ghost rischiò addirittura di non vedere mai la luce: a causa della mancanza di interesse dell’autore, per poco i nastri non finirono gettati in un fiume. In effetti, seguendo fedelmente un triste copione già noto, la vita di Mark Lanegan era diventata a quei tempi una sorta di inferno in terra. Almeno fino al 1997, il vocalist sarà ridotto dai vizi a un fantasma che cammina; a differenza di altri suoi tristemente illustri colleghi ed amici, però, egli troverà il modo di affrontare i suoi demoni intrappolandoli nella sua musica visionaria, imparando a danzare con essi e a dividere un bicchiere con loro.
E’ questo lo spirito che anima Whiskey for the Holy Ghost, disco tormentato e catartico che vive di ubriachezza, polvere e cenere, maledizione e redenzione, discese nell’abisso e chiarori inaspettati.
Oltre a Jack Endino, per certi versi una vera e propria
figura paterna, ad aiutare Mark nella costruzione del suo universo musicale
tornano
l’indispensabile Mike Johnson, suo collaboratore
più assiduo
e proficuo, e amici come J Mascis, Tad Doyle (Tad), Dan
Peters (Mudhoney) e Mark Pickerel; ciò che
comunque rende Whiskey for the Holy Ghost un
gran disco sono le incredibili capacità poetiche ed interpretative del suo
autore. Lanegan è qui infatti anzitutto un credibilissimo interprete
di se stesso: in ogni sfumatura della sua voce è possibile vedere il
suo mondo interiore spiegarsi a ventaglio, le ferite aprirsi e sanguinare,
i colori e gli odori farsi vivi e presenti ai sensi di chi ascolta; inoltre
l’album risulta, se possibile, ancora più coeso musicalmente e
focalizzato poeticamente rispetto al precedente.
Sebbene a predominare siano gli episodi più quieti, è difficile
trovare durante l’ascolto momenti di stasi e cali di tensione emotiva.
Si parte con The River Rise, la cui atmosfera sospesa scandita
da carillon, pizzichi di acustica e fraseggi effettati di elettrica immerge
l’ascoltatore
in un sogno alcolico disturbato, un idillio in cui la voce di Mark rievoca
il salire e lo scendere del fiume; il viaggio prosegue attraverso la tumultuosa Borracho,
uno dei momenti musicalmente più convenzionali (gli amici/rivali Pearl
Jam sono dietro l’angolo), ma non per questo priva di una potenza
iconica spaventosa, che fa sì che il brano gonfi di strofa in strofa
come un torrente in piena, straripante scarti e rifiuti, la feccia di un’esistenza
orribile. Dopo il classico country rock (con tanto di violino e pedal steel)
di House a home, caratterizzata da un’ottima melodia, ecco il
blues sepolcrale alla Cave di Kingdoms of rain, impreziosita dal
controcanto di Sloan Johnson e da un’organo spettrale; alla luce
del presente, non stupisce ritrovare le stesse atmosfere in un disco come To
bring you my love di PJ Harvey (Island,
1995).
Il centro del disco è riservato alla strepitosa Carnival,
uno dei punti più alti del repertorio laneganiano, costruita in crescendo
intorno a tre semplici accordi di chitarra, con la voce (ancora) che caratterizza
l’incedere del brano volando accompagnata dagli straordinari inserti
del violino di David Kreuger e dal contrabbasso che segue a ruota;
questo momento estatico è perfettamente controbilanciato dall’ipnotica Riding
the Nightingale, un abisso buckleyano (a metà tra Lorca e Blue
Afternoon) tutto retto dalla voce e da uno scheletrico arpeggio
di chitarra, un inferno che brucia e si accartoccia su se stesso come un
foglio di carta. Il resto è fatto di brevi quadretti acustici, tra la classica El
sol, la rauca e bluesy Dead on you, il sussurro di Judas
Touch e il paradiso vocale di Shooting Gallery, attraverso Sunrise (col
tocco di classe di un sassofono che accarezza il baritono di Lanegan) e il
western elettrificato à la Cash di Pendulum,
fino alla conclusiva Beggar’s blues, vagamente memore dei R.e.m. più oscuri
(periodo I.r.s., si intende), col suo ritmo marziale di
rullante che sfuma e ci lascia sul ciglio di un’autostrada americana, il sapore
della polvere in bocca e la testa che scoppia per la bevuta della sera prima.
A coronare il tutto, una raggiunta maturità nella scrittura delle liriche
in cui è evidente, rispetto al primo disco, il graduale passaggio da
confessioni in prima persona a una poesia di respiro più ampio; si interpreti
in tal senso l’uso di topoi tipici del blues e del folk come la Bibbia
o il bere.
Se Whiskey for the holy ghost non è il capolavoro assoluto del cantautore americano, manca davvero poco: giusto il tempo di ritrovare la propria strada, di sciogliere i nodi, di chiudere il cerchio.
Cinque anni di pausa, e ritroveremo un Lanegan irrimediabilmente diverso. (8.0/10)

Scraps at Midnight, terzo disco di
Mark Lanegan, è probabilmente anche il più debole
del suo intero catalogo; tuttavia segna un passaggio importante
in direzione di ciò che sarà il suo fare musica.
E' come se il cantautore desertico tornasse a vedere la luce
della consapevolezza, in una rinnovata lucidità che gli
porta in dote forme più salde in direzione di una poetica
finalmente definita. D’ora in poi, la ruvidezza dei primi
due album sarà solo un ricordo che affiorerà di
tanto in tanto.
In poche parole, Lanegan inizia a tendere verso la classicità, scorge
il potenziale espressivo della forma canzone come è stata tracciata
da autori come Fred Neil, Nick Drake, Tim
Buckley, Roy Harper, Tim Hardin e
via discorrendo. Un processo piuttosto simile a quello già compiuto
da Nick Cave ai tempi dell'imprevedibile e stupefacente capolavoro The
Good Son. Per i fan degli alberi urlanti - così come
fu per quelli dei semi cattivi - è una specie di coltellata,
però Mark non ci bada: ha ormai chiara la propria parabola, sa che deve
percorrerla fino in fondo, sa quanto sia necessario. Scrollato quindi dalle
spalle il fantasma etilico del tempestoso Whiskey For The Holy
Ghost, predecessore scomodissimo e difficilmente eguagliabile,
il Nostro s'imbarca in questa promenade notturna lungo dieci stanze poco illuminate
e biecamente frequentate.
Ecco dunque il caracollare folk blues di Wheels, come una corrente calda e frastagliata da quella finestra che hai scordato di chiudere (ospite J. Mascis a spargere gocce di piano, mentre Mike Stinette si occupa di un sardonico sax), ed ecco il valzer immalinconito di Bell Black Ocean (il piano e la slide divaricano spazi in cui si razzolano adagia la flemma cavernosa di Mark), ed ecco ancora il jazz-blues bradicardico di Praying Ground (tra sbuffi cupi di spazzole e accenni melodici in dolceamaro dissolvimento).
Chiaro che certi passaggi possano sembrare eccessivamente "abboccati", il rischio c'era e valeva la pena d'essere corso: suona infatti quasi a disagio tanta voce al servizio della faciloneria mid tempo di Stay, con quel bordoncino d'harmonium, quel crescendo scontato ed il prevedibile assolo in chiusura; allo stesso modo, Hotel gioca con l'auto indulgenza percorrendo sentieri sì perigliosi ma assai simili a quelli già calpestati, e non stupisce che sotto la sabbia spunti una liscia regolarità d'asfalto.
Non bisogna però fare l'errore di prendere sottogamba anche il gentile indolenzimento di Last One In The World, col suo incedere country rock lungo gli ultimi barbagli del tramonto: a parte la gradevolezza dell'insieme, trattasi del più netto e convincente tentativo di Mark il duro di strapparsi qualche lacera maschera dal volto, scoprendo brandelli di pelle viva e lineamenti aggiornati; proprio come Day And Night cosparge un'armonica solitaria (la suona Terry Yohn) sulle ferite di un'anima devastata dalla notte, che ha solo ormai la forza di mormorare le proprie sconfitte. A questo punto il processo appare irreversibile, tanto che la conclusiva Because Of This può permettersi di rivangare l'antica baldanza lungo torridi sentieri di rabbia inacidita: la ruvidità e i riverberi, l'organo puntuto, il mellotron e il wah wah, percussioni e pennate a dettare i collassi del ritmo, e di nuovo quell'urlo che si consuma interno, esplosione incompiuta nella trance incombusta, alla ricerca dell'ultima liberazione.
Con questo disco Lanegan stringe l'inquadratura, avvicina il microfono al cuore per cogliere quei battiti che stanno a cavallo tra il silenzio e il sussurro, l'altro lato dell'urlo di chi vuol sentirsi vivo. E' il nuovo Lanegan, è un altro Lanegan, sempre lo stesso in mutazione, perché di nuovo in sella al convoglio dei vivi. Non ancora a fuoco, ma già subdolamente incendiario. Avviato su una strada scomoda ma più certa, finalmente segnata sulle mappe. Sappiamo dove ci porterà. (6.9/10)

Il momento di pagare il conto prima o poi arriva per tutti, specie se si ha la necessità di scrollarsi dalle spalle il peso di un certo passato. Può succedere che i fantasmi altrui stringano sinistre alleanze con i propri, o che le armi per scacciarli, o per renderli addirittura amici, vengano prese in prestito da qualcun altro. Così è stato per Mark Lanegan e per il suo blues purificatore: traendo linfa vitale dalla lezione dei grandi, egli è riuscito a plasmare un proprio universo musicale e poetico in cui immergersi totalmente, non soltanto per ragioni puramente artistiche, ma per la sopravvivenza. La musica laneganiana vive infatti di questa dialettica tra passato e presente, ovvero fra tradizione e vissuto autentico, che finiscono per fondersi indissolubilmente in una dimensione personalissima.
E’ allora naturale che, una volta risolti i propri contrasti, Mark senta di dover sciogliere il debito verso la musica che gli ha salvato la vita e, ancor più, verso le personalità da cui è scaturita. Fred Neil, Eddie Floyd, Tim Hardin, Buck Owens, Tim Rose, l’amico Jeffrey Lee Pierce dei Gun Club sono alcuni tra i nomi omaggiati in I’ll Take Care Of You, disco che già dal titolo (Mi prenderò cura di voi) si configura come un vero e proprio atto d’amore nei confronti di figure imprescindibili non solo per la formazione del songwriter, ma per tutta la tradizione folk blues americana.
Al Nostro basta poco più di mezz’ora per rendere pubblica la sua devozione, e il compito viene portato a termine con la classe che ci si aspetta da un personaggio della sua caratura. Le riletture sono appassionate, le atmosfere calde e avvolgenti, la voce di Mark sempre vibrante e seducente, come se quelle melodie, quelle parole gli fossero sempre appartenute. Apre le danze Carry home (Gun Club), sacrale alla maniera di Cohen, con solo i pizzichi dell’acustica e un Lanegan che, nel vibrante ricordo di un amico che non c’è più, ci regala subito uno dei momenti più toccanti del programma; vaghe reminescenze del Neil Young più country animano Shiloh town (l’originale è di Tim Hardin), retta da essenziali tocchi di piano e dall’ex Screaming Trees sorprendentemente vicino alle capacità interpretative di Buckley (figlio), mentre la suggestiva title track, vecchio pezzo di Bobbie Bland diventato ormai un classico del repertorio laneganiano, dà forma alla soffice eleganza che regnerà in Field Songs.
Il folk americano viene ampiamente tributato in Badi-Da, strepitoso, magico ed essenziale omaggio a uno dei più grandi autori del genere (Fred Neil), nel traditional Little Sadie, nel country rauco à la Waits di Shanty Man's Life (Dave Van Ronk) e nel classico blues spiritual in minore On Jesus' Program (O.V Wright). Il disco vive anche di contrasti: da un lato il tono inaspettatamente soft e confidenziale di Creeping Coastline of Lights dei misconosciuti Leaving Trains, replicato nell’ irresistibile soul di Consider me (Eddie Floyd) e nel calore soffuso di Together Again (Buck Owens), dall’altro il finale sporco e fangoso di Boogie Boogie, blues di Tim Rose che anticipa il suono “urbano” dell’ultimissimo Lanegan di Here Comes That Weird Chill.
I’ll Take Care Of You è il canto di un reduce dall’inferno che omaggia affettuosamente coloro che, tenendolo per mano durante il cammino, gli hanno mostrato oscurità e aberrazioni, non mancando di indicargli la via del ritorno. Dopotutto, un disco necessario. (7.0/10)

E se Field Songs, con quel fantasma di morbida rassegnazione che lo pervade, con la tenerezza crudele che riveste gran parte delle sue canzoni, fosse l'autentico compimento della carriera di Mark Lanegan? Vale a dire, il suo - oh, fatal termine - capolavoro?
Non certo un compendio riassuntivo, emblematico, celebrativo, anzi: sappiamo bene che Mark è stato anche altro. Sappiamo di quale devastante intensità hard blues fu capace, e di quel folk portato, specie nei primi dischi, alle estreme conseguenze del delirio. Quel Mark, a ben vedere, c'è ancora, seppur rannicchiato, nascosto e dissimulato. Come un serpente che dorme sotto la sabbia.
Difatti, sgranando il programma è possibile individuare un’alternanza, una sorta di pendolo stilistico/emotivo che oscilla sordido tra passato e presente; per cui alla ordinarietà "americana" di One Way Street (seppur perturbata da vaghe distorsioni sintetiche che ne accentuano gli influssi noir) fa eco la scheletrica giostra gothic-folk di Miracle; e alla robustezza inquietante ma in fondo "vendibile" di No Easy Action (percorsa da furiose e diaboliche effusioni di wurlitzer, mellotron e da un coro ventoso) rispondono la malsana soavità di Pill Hill Serenade (hammond sugli scudi) e l'effluvio latin-blues di Don't Forget Me (piano liquido, evocativa chitarra acustica, drumming sapientemente asciutto e spezzettato).
Non siamo ancora a metà disco, ma già son chiare molte cose: l'aria che si respira è mossa, l'odore è buono, il dolore un tizzone che cova in agguato. Kimiko's Dream House è la stanza della riflessione, eredità e memoria del compianto Jeffrey Lee Pierce dei Gun Club; una ballata in punta di emozioni, tre chitarre (elettrica, acustica, lap steel) e cori scivolosi a cullare questa voce che non saprei come misurare se non a ferite, e strappi nell'anima, a nebbie alcoliche e sogni disillusi.
Ingranata la marcia, la spettrale Resurrection Song ci
presenta un’affascinante
stratificazione vocale su carillon di corde, piano e biechi riverberi, mentre
la title track divora un altro po' di luce nella sua breve e acidissima
intimità, alla maniera di un Fred Neil carico di
rancori e saggezza.
Love s'accende rammentando scenari folk-psych d'altri (bei) tempi:
tre chitarre acustiche nitide e intense a circoscrivere gli spazi entro cui
il Nostro consuma un disarmante proclama ("Baby, you don't know ‘bout
love"). C'è poi un inatteso strumentale, Blues For D,
scritto a quattro mani col fido Ben Sheperd (ex Soundgarden):
volo basso nell'oscurità cinematica, decollo invisibile che ambisce
alla rossastra spazialità dell'hammond e d’un piano vago, fibrillazioni
di chitarre come il pigolio di lontani dissapori.
Ultimi fuochi, con la breve She Done Too Much, tiepido folk blues perturbato da screziate malie di synth, e quindi Fix, pulsante di incontenibili tremori blues, un crescendo - prima interiore che strumentale - con le chitarre che impongono la loro alcolica versione dei fatti, e la voce che lentamente si lascia sopraffare.
Un disco che tira le fila dei tanti sentieri intrapresi senza fare mero riepilogo, ma scegliendo gli esiti maturi, le profonde destinazioni. Se la direzione è quella della classicità, se il tentativo è costruire (con Will Oldham? Con Jason Molina?) un riferimento per la nuova canzone d'autore americana di questo primo decennio, credo che il prezzo pagato (su tutti, l’abiura delle spettacolari asperità del passato) sia stato equo, doveroso, vincente.
Field Songs è, insomma, una promessa che si rinnova e si compie ad ogni ascolto. In altre parole, si vuole classico, riuscendoci. (8.1/10)

Uscito a fine 2003, Here Comes That Weird Chill rompe un silenzio di due anni (eccezion fatta per il cameo di lusso in Songs For The Deaf dei Queens Of The Stone Age) segnando una svolta decisiva nella carriera di Mark Lanegan. In seguito alla positiva collaborazione col gruppo sorto dalle ceneri dei Kyuss, e stanco - per sua stessa ammissione - d’essere etichettato come folkster e/o alternative countryman, l’ex Screaming Trees sperimenta in questo Ep un rock sinuoso e sanguigno, conferendogli altresì un taglio turpe e garagista. Inteso come apripista per il long playing Bubblegum, il disco (uscito emblematicamente sotto la ragione sociale Mark Lanegan Band) è più propriamente un mini album di otto tracce in bilico tra blues e soul, un succoso assaggio delle sonorità che più compiutamente forniranno l’ossatura dell’album. Tra i brani presenti, soltanto uno è di recente composizione (Skeletal History, scritto a sei mani con Josh Homme e Nick Oliveri), gli altri sono outtake d'album precedenti, con la gustosa eccezione di una cover di Captain Beefheart (Clear Spot).
Quelli di Here Comes That Weird Chill sono brani registrati a bassa fedeltà, sporchi e melmosi, pulsanti di sudore e di passione sviscerata per la sopravvivenza, lo specchio di una vita consumata sotto il sole e l’asfalto come Methamphetamine Blues, brano eseguito spesso dal vivo ma mai registrato, un dannato sermone pregno d’elementi chimici, additivi necessari per far battere un cuore; On The Steps Of The Cathedral e Lexington Slow Down, sono le messe del caso, fino ad arrivare a Clear Spot, nel quale la gola di Van Vliet torna sanguinare mentre un sole accecante affumica la vegetazione (“I have to run so far to find a clear spot Sun's all hottin' and a rottin' hot Swamp's all rotten 'n stinkin' uhh/ Vegetation's hot”).
Un Eppì di appena trenta minuti. Trenta eterni attimi d’anestesia alla modernità, al calcolo del vivere. Trenta minuti tra le anime di Robert Johnson e Cobain. Trenta minuti di America e di Rock. (7.2/10)

Somiglia sempre più ad un percorso di incenerimento e rinascita, la vicenda artistica e umana di Mark Lanegan. Il modo in cui Bubblegum ce lo propone artista a tutto tondo, disinvolto e versatile, capace di disimpegnarsi senza timori tra ombre e luci, tra "lieve" e "pesante", fa capire quanto il Nostro sia riuscito a scendere a patti coi propri fantasmi, a ricucire le ferite. Perché Mark era più morto che vivo, è bene non scordarlo, quando devastava la propria sorprendente vena folk-blues nei primi lavori da solista. Poi, una teoria di svolte defilate, di capolavori a luci basse, un risciacquarsi l'anima nelle urne apparecchiate da vecchi dimenticati eroi del folk blues. Un dialogare coi morti fecondo e nutritivo, che deve averlo convinto di non appartenere (non ancora) a quella gloriosa ma decisamente sfortunata categoria. Field Songs sembrò a molti l'ennesima tappa di quel percorso, ne era invece il compimento, e perciò un capolavoro.
In quest’ottica, Bubblegum è il disco di chi sa di potersi permettere la propria cosa, è la rinascita del blues non più come catarsi bensì come forza vitalistica, come attaccamento alla pellaccia ("Rolling, just keep on rolling/ I don’t want to leave this heaven so soon", Metamphetamine Blues). Non più fantasmi quindi a fargli compagnia, ma comprimari di primo piano, a lui affini anche se non necessariamente; era così del resto già col Songs For The Deaf dei QOTSA, cui Lanegan regalava - non a caso - gli episodi più memorabili. Non stupiscano quindi i nomi di PJ Harvey, Dean Ween, Greg Dulli, Duff McKagan e Izzy Stradlin (ex Guns and Roses, ora nei Velvet Revolver), una parata che fa ad un tempo entusiasmare e storcere il naso, suggerendo un effetto compilation autocelebrativa.
Però il buon Mark ha spalle ben larghe, il suo segno è caratterizzante come pochi, e al suo fusto quindi gli ospiti si avvinghiano come animaletti devoti, senza adulterare la grana delle emozioni. Bubblegum è infatti un disco dinamico e variegato, con i diversi umori in orbita stretta attorno alla fibra tenebrosa del padrone di casa. Persino quando un pezzo come Can't Come Down accenna un ipercinetico bailamme country-cyber-punk sembra di stare lì, a due passi da una frenesia notturna di Mark. O come quando il boogie di Sideways In Reverse accenna piacevoli (e un po' piacione) deviazioni hard. O come in quella Driving Death Valley Blues che col suo boogie techno-hard scomoda nientemeno gli impagabili ZZ Top. C'è la sua voce, la sua impellenza, la sua ombra senza requie, e tanto basta.
E' quindi chiaro che la combinazione con la signorina Harvey risulta alquanto azzeccata, entrambi alle prese con la loro condizione di star alle prese coi propri irrisolti (e benedetti) dissidi: Come To Me è ha l'aria di un folk-blues malsano, si consuma languido e pulsante, tra sussurri avvinghiati e slide miagolanti, ronzii sintetici e improvvise piene del cuore, mentre Hit The City - con la sua disarmante semplicità strutturale, riff di basso e chitarre più bordone luminescente d'organo - mette a frutto l'indimenticabile esperienza delle Desert Sessions.
C'è poi naturalmente il Mark in fregola arcaica, quello dei gospel country pervasi di tragedia come nella lancinante Like Little Willie John (acustiche frastagliate, organo, una stupenda ripartenza con arpeggio raddoppiato) o nella solennità quasi manieristica di Strange Religion; ma, saggiamente, questo aspetto si stempera nelle ballate à la Cave di Morning Glory Wine e One Hundred Days, forse un po' troppo compiaciute ma senz'altro funzionali a far respirare il programma.
E c'è quella storta tensione modernista che fa coincidere paso doble, vaudeville e R’n’B in Wedding Dress e grugniti industriali con efferatezze blues in Head e nella già nota Methamphetamine Blues (la più granitica del lotto), muovendosi come un Tom Waits mefistofelico, saltimbanco e alligatore. E c'è quell'intimità scorticata a crudo, la voce come sale sulle ferite, come nell'iniziale When Your Number Isn't Up (farragini di soul antico, organo e drum machine) e nella breve, diafana, caracollante Bombed.
Insomma, proprio il Lanegan che c'era da attendersi, in agguato oltre il guado. Una voce, innanzitutto, che ha imparato a cavalcare se stessa. Spina dorsale e testa d'ariete della più autorevole personalità rock di questi anni. (7.5/10)

Quando gli Alberi Urlanti esordirono nel 1985 con l’EP Other Worlds, Kurt Cobain – per dirla come dei nostri conterranei – nemmeno si faceva le pippe. Seattle era la città di Sonics e Jimi Hendrix, la Sub Pop ancora una fanzine e le camicie di flanella una necessità. Avevano un cantante gli Screaming Trees (nome di un famoso distorsore per chitarra), Mark Lanegan, che bramava à la Iggy Pop e/o Jim Morisson e due fratelli, Van e Gary Lee Conner, cresciuti tra garage e psichedelia, nei solchi di Byrds e Soft Boys.
Allorché pubblicarono, nel 1986, il full lenght Clairvoyance il mondo accoglieva Psychocandy dei Jesus and Mary Chain e Sound Of Confusion dei Spaceman 3. Pochi si accorsero di quelle dieci canzoni che suonavano punk e pop insieme (Clairvoyance), hendrixiane (Orange Airplane, quasi un apologia punk di Fire), doorsiane (in Strange Out Here Lanegan sembra proprio Morrison), epiche (Seeing and Believing) e psycho (vedi l’organetto The Turning).
Tra quei pochi un chitarrista, Greg Ginn, propose loro di unirsi al roster Sst, tra un Dinosaur Jr, qualche Minutemen e dei Black Flag. Ci rimasero per tre dischi. Il resto, come suole dirsi, è storia: i Nirvana, il Seattle sound, Cameron Crowe e Singles, film generazionale la cui soundtrack ospitò il massimo successo dei nostri, ovvero quella Nearly Lost You per molti eccitante quanto Smells Like Teen Spirit. Allora erano su Major gli Screaming Trees, e furono i primi del poi detto grunge a firmare per una multinazionale… Una ristampa dovuta. (7.5/10)