Agli inizi dei novanta suonava la batteria in una band fiorentina, La Forma, assieme alla futura stellina del pop Irene Grandi e all’astro nascente del pianoforte jazz Stefano Bollani. Un giorno però Marco Parente si è alzato, ha preso la chitarra (al contrario, è mancino) e si è messo scrivere canzoni strane, indefinibili. Da allora, non ha mai smesso di cercarsi. Di cercare.

Problematico e soave, Marco Parente potrebbe essere immaginato come uno strano figlioccio di De André (la tensione etica) e Fiumani (il rovello sentimental/esistenziale). La sua è un’intensità sgangherata e solenne, una tenerezza stordente, un connubio viscerale tra grazia e deformità, una ricerca continua di sé nella distanza che separa la testa dal cuore. La sua musica è pressoché indefinibile, folle e struggente, rabbiosa e diafana, libera di strozzare una melodia come di percorrerne fino in fondo le possibilità. Sempre decisa a scavare sotto la pelle del consueto, che assuma sembianze new wave o improv jazz, il respiro delle folk ballad o certe allibenti spigolosità art rock. Questo ed altro - che a dirle tutte facciamo notte – è ciò che compone la calligrafia di Marco, questo il modo con cui usa stringerti il cuore. Ogni nuova uscita (da Eppur non basta del ‘97) testimonia una maturazione e assieme un allontanarsi, come se nuove visioni scompaginassero il quadro non appena accenna a chiarirsi, come se la complessità delle percezioni fosse la sua dolceagra condanna. E’ un cantautore impegnato, Parente, ma il senso della sua “politica” è esistenziale (“esistere, prima di resistere” dice in Un tempio), il suo schierarsi tenta di mediare senza posa individualità e universalità, ed è appunto in quello iato che continuamente cerca se stesso, o almeno una versione abbastanza stabile di sé. Processo che comporta il rischio di scomparire (Trasparente) ma l’unico che lasci baluginare una via per il sé (Testa dì cuore). Proprio come la parola è assieme strumento di irrinunciabile auto-esperienza (Karma parente) e divoratrice di senso/anima (Farfalla pensante). Un discorso complesso anche perché non si pone limiti, non osa mai mettersi il punto. Ma una complessità capace di contagi irreversibili, di arricchirsi nel tempo, di rafforzarsi col tempo. Marco Parente, una delle ultime voci vitali del rock italiano, è già un classico.
Non c’è bisogno di un’occasione speciale per intervistare Marco Parente. Però c’è, e pure importante: l’uscita del suo primo album live, L’Attuale Jungla. Ecco il resoconto di un breve scambio via e-mail col musicista parteno-fiorentino. A cuore aperto, come sua abitudine.
Credo di avere ancora un rapporto inquieto con la mia musica, e forse è proprio questo che mi porta a cambiare continuamente. Non credere però che non subisca le molte difficoltà della dimensione live, anche se spesso sono proprio le imprese più difficili e il come affrontarle a provocare la fantasia. Per quanto riguarda Trasparente questo tipo d'approccio poi ha avuto ancora più possibilità di sfogo, visto la sua natura così sfaccettata probabilmente, appena terminato il lavoro infatti il desiderio maggiore era proprio quello di sviluppare in un unico evento ogni singola anima che compone il disco. E così è stato, almeno nella mia testa!
Penso che siano state dette molte sciocchezze in bene e in male, ma questo è normale credo, per un disco che ha avuto più esposizione. Per quanto mi riguarda invece considero Trasparente emotivamente pulito e senz'alcun rimorso o rimpianto, eticamente ONESTO.
Bella domanda! Ma non so rispondere, è come chiedere a un innamorato cos'è l'amore. Troppo coinvolto. L'unica cosa che mi ricordo è di lunghissimi silenzi prima di agire.
Grazie! Questa è la cosa che avrei sempre voluto sentirmi dire su un certo tipo di canzone"politica", ed è proprio questo il mio punto di vista: una presa di posizione e azione poetica e non politica, penso che questo sia molto più scomodo come atteggiamento di tanti facili slogan ad effetto popolare... Sicuramente meno remunerativo.
Una musica che mi permetta di dire sempre la stessa cosa in tutti i modi possibili nell'unico mondo possibile.
La cosa più importante che scaturisce da un incontro è capire quanto sei disposto a mettere in discussione ciò che pensi e fai in quel momento. Ognuno di queste persone, anche se inconsapevolmente, lo ha fatto.
Sono sempre più rare le persone che si portano avanti con coerenza dignità e rispetto. Soprattutto questo di De André mi manca, anche se per fortuna ci rimane tutta la sua opera come buon esempio.
Un po tutte e due, ma di più la riconoscenza per averla semplicemente scritta, la stessa che probabilmente sentiva Caetano per Antonioni. Sono ormai così rare le canzoni pure che anche se ce le troviamo davanti non abbiamo tempo e riflessi (dell'anima) per goderne fino in fondo e quel poco di tempo lo sprechiamo spesso con patetiche nostalgie.
Succede che la prima cosa che salta quando un paese è in crisi è proprio l'arte e i valori che si porta dietro, perché superflui direbbe qualcuno, ma proprio questa è l'essenza, che non da da mangiare ma potrebbe.
A questo punto penso di aver capito di procedere per riconoscimento Inconscio. Mi spiego:quando mi piace molto una musica è perché ne riconosco laffinità, quello che ci fa scegliere un intervallo di note piuttosto che un altro, un suono o uno strumento. E questo esula dai generi, dal tempo e dalla storia, questo crea una specie di fratellanza al di là delle politiche delle quali sembra non possiamo fare a meno per riconoscersi. In questo modo per me è naturale mettere sullo stesso piano Miles Davis e i Radiohead, Caetano Veloso e Robert Wyatt ecc ecc. Nomi che appartengono a periodi generi e culture diversissime, ma probabilmente attratti dallo stesso tipo di "GUSTO". Quindi sì! Penso che la musica che ascolto somiglia più di quanto si possa pensare (e a cosa si possa pensare) a ciò che amo. Per quanto riguarda la contemporaneità uso lo stesso metodo, "riconoscimento" e buoni e informati amici.
L'ironia di Fuck (He)art sta più che altro nella parte del testo (la frase è un titolo di una mostra di Ferlinghetti), mentre l'esperimento musicale, specie della versione dal vivo, si confronta con entusiasmo e curiosità verso l'oceanico mondo dell'elettronica. Il beat, il suono e il volume come elementi fondamentali ti portano a esplorare sensazioni e approcci opposti a quelli ai quali sono abituato, ma non per questo meno importanti, semplicemente diversi! Devo dire però che ultimamente non sono molto interessato all'ascolto di musica elettronica, questa estrema fisicità dei suoni un po mi disturba e fiacca.
Come ho scritto all'interno della copertina, io in questo caso sono stato il mezzo che giustifica il fine. L'idea delle Pillole è di Lorenzo, io ho voluto e seguito quasi da esterno tutto il lavoro per poi servirmi della mia posizione discografica per concretizzarlo. Spero in futuro di portare avanti questo binario parallelo, e che possa confrontarsi ancora e sempre più anche con altre discipline: sonorizzazioni, istallazioni, dvd ecc.
Io sono per la condivisione totale di una musica, più riusciamo a spersonalizzare l'idea dell'arte come prodotto, più si ritornerà a una musica pulita... Ma questa è utopia! Ma anche l'utopia è una meta.
Marco Parente è nato nel 1969, a Napoli, ma vive a Firenze da oltre un decennio. Proprio nel capoluogo toscano consuma le prime esperienze sonore (con Andrea Chimenti, nel gruppo OttopNotri), fino alla collaborazione in Ko De Mondo (1994) e Linea Gotica (1996) dei C.S.I. in qualità di percussionista.
Lesordio in solitario risale allanno successivo.

Uscito per i tipi del Consorzio Produttori Indipendenti, mette già in mostra la scrittura inconsueta e trepidante di Marco, sbilanciata verso una dimensione teatral-onirica che ammalia e inquieta (LUltima Cena, Il Mare Si E Fermato), sulle tracce di unespressività così nuda e sincera da confondere (Sopra Sopra, la cover di LAggio Scritta Canzone a firma De Filippo), anche se certe soluzioni darrangiamento pagano dazio al voler strafare (è ad esempio stucchevole linsistente presenza degli archi, e talora accessorio lutilizzo dei fiati).
Album desordio più che dignitoso, comunque, nel quale canzoni smaniose e accattivanti come Eri, Musica Per e soprattutto Oio (in duetto con Carmen Consoli) suonano a distanza di anni come i frutti acerbi di una sensibilità non ancora a fuoco, inconsapevole di sé. (6,7/10)
Lambiente si accorge di lui e iniziano a fioccare le collaborazioni: lo chiamano i La Crus (coi quali interpreta Gharbzadegi per il tributo del Consorzio Produttori Indipendenti a Robert Wyatt), Manuel Agnelli, ancora CSI, Bandabardò, Cristina Donà
In realtà non smette di lavorare allopera seconda, per la quale occorre però aspettare il 2000.
Ne vale la pena, perché il salto di qualità è sconvolgente.
Sono passati tre anni, sufficienti a portare in superficie tutta lirrequietezza e la febbrile lucidità di Marco. Fin dalliniziale Falso Movimento la tensione delle trame sonore (trasfigurazioni sintetiche, archi serrati, chitarre in riverbero, foschi tracciati di basso, percussioni fuori ordinanza
) e la misteriosa ruvidità del testo (come una poesia recitata con lo scudiscio) spostano la linea di fuoco in primissimo piano, nel cuore di un conflitto intimo e sociale, tra irrisolte contraddizioni esistenziali e la scabra evidenza dellinumano che tutto muove.
La sola Succhiatori vale una carriera di tanti sedicenti (al limite seducenti) cantautori: andatura da tango claudicante, sventagliamenti percussivi, archi ombrosi, corde mangiucchiate dalla distorsione, la disarmante amarezza del chorus e quellautentica esplosione centrale che scompagina la struttura in un bailamme di parole sputate con sdegno accecante.
Inoltre: è splendido il duetto con Cristina Donà in Senza Voltarsi, prodigiosi il crescendo iridescente de La Guarigione e quello esasperato della title track, ben dentro ai propositi dellopera le concessioni pop di Karma Parente, coinvolgente fino alla commozione la conclusiva Rampe Di Slancio. Non una traccia debole, tutte a definire un concept senza i difetti del concept, una presenza sonora e poetica fragile e veemente, ragguardevole in senso assoluto, addirittura imprescindibile alla luce di uno scenario come quello italiano.
(8,3/10)
Successivamente si infittiscono le deviazioni in ambito artistico/letterario, prima celebrando la beat generation nel
tour PullMan My Daisy (alla presenza di mitologici guru come Lawrence Ferlinghetti e
Alejandro Jodorowsky), quindi collaborando al progetto Fuck Art, Lets Dance (di Ferlinghetti).
In questo stesso periodo stringe sempre più i rapporti con Paolo Benvegnù e Manuel Agnelli,
che molto incideranno sullesito del terzo lavoro, Trasparente. Prodotto artisticamente da Agnelli, lalbum qualitativamente non delude, ma rimane limpressione che labito da alternativo di classe indossato da molti pezzi ne svilisca le potenzialità. Sensazione puntualmente confermata perché messa a nudo e rovesciata dalle successive esibizioni live, nelle quali Marco si riappropria delle canzoni, le spoglia e le riveste con la consueta palpitante, dissociata, imprevedibile genialità. Di pochi mesi più avanti è la pubblicazione del particolarissimo mini Pillole Buone, per il quale si rimanda alla recensione.
Quindi, è storia recentissima, luscita del primo disco dal vivo di Parente: LAttuale Jungla (2004, Mescal).

Si fa un bel dire che dalla valutazione di un disco dovrebbero essere tenuti fuori certi infingardi sentimenti quali l'aspettativa o l'amore, ma da e per Marco Parente l'una e l'altro avevano raggiunto livelli ben superiori ad una tollerabile media, a giustificare i quali basta ricordare lo stupendo Testa Dì Cuore, col quale Marco ha forse realizzato il disco più significativo, intenso e moderno di cantautorato rock italiano dell'ultimo lustro: la spregiudicatezza delle forme, lo spietato assalto delle liriche, l'originalità inquieta dell'interpretazione, la grana rigorosa e scabra delle esecuzioni Da allora è stato un susseguirsi di progetti musical-teatrali che lo hanno visto collaborare tra gli altri con Cristina Donà, la Company Blu, i macedoni Agushevi, Stefano Bollani, Paolo Benvegnù (ex Scisma) e finalmente il ritorno discografico con questo Trasparente prodotto da Manuel Agnelli, nientemeno. Insomma, che volete farci, mi attendevo tantissimo. E infatti. E invece.
Da un lato c'è il segno evidente di una maturazione che potremo dirsi felicemente compiuta (soprattutto nel saper attribuire ad ogni climax l'opportuno e non scontato dispositivo strumentale), dall'altro l'irritante succedaneità di certe situazioni che rimandano a strutture talora davvero troppo riconoscibili. Il punto non è certo mettersi a questionare se la vibrante Come Un Coltello somigli (e quanto!) nell'incedere a Exit Music dei Radiohead, oppure se il bel singolo La Mia Rivoluzione rimandi più a Karma Police o ad Annarella dei CSI: il fatto è che laddove la forma si mette ad olezzare di seconda mano, di ansia da format, di tensione normalizzatrice, le emozioni - in maggior misura quelle vischiose, selvatiche e urticanti di Parente - seguono a ruota, finendo con l'apparirci stanche, disinnescate.
Il tutto è in parte riscattato dalla preziosità imprevedibile di certe intuizioni sonore, vedi il theremin di Marco Tagliola, i trepidi fondali allestiti dai legni della Agushevi Orchestra nella spigolosa Scolpisciguerra o i defilati sentieri jazz imboccati dalle due tracce conclusive - al sapor di progressive (Adam Ha Salvato Molly) quando non in bilico su struggenti mestizie para bandistiche (Davvero Trasparente) - entrambe a cura di una vivida Millennium Bugs. Nel mezzo, qualche episodio singhiozzante (la teatralità allibita di Anima Gemella e W Il Mondo aveva conseguito esiti ben superiori - almeno nel chimismo tra musica e poesia - in Testa Dì Cuore) e alcuni indubitabili gioielli: Derivanti, ad esempio, è portatrice di una delicatezza nuda e sofferta, come un'enorme disarmante desolazione; o la stupenda Farfalla Pensante, alla quale perdoniamo volentieri l'eccessiva reverenza per le ballate di The Bends; oppure la convulsione meticcia di Fuck (He)art & Let's Dance, raccapricciante ibrido analogico-sintetico che rielabora un assioma di Ferlinghetti inasprendolo di smanioso sarcasmo antidanzereccio.
Insomma, tra vibrante eclettismo e allibenti discontinuità il disco si lascia comunque ben ascoltare, portatore di una certa spossatezza espressiva che non manca di affascinare salvo poi rivelarsi alla lunga un po' troppo spuntata, non so più se calligrafia o effetto collaterale. Peccato, perché Marco è talento puro, e il terzo album una prova troppo importante per finire sprecata così. Poco più che sufficiente, con (quasi) immutata fiducia. (6.5/10)
Curiosa operazione firmata Marco Parente che affida ad alcuni druidi ipermoderni il compito di ristudiarne la già piuttosto inconsueta proposta sonora. Tu chiamali se vuoi remix, ma qui il pickup (virtuale) rigira nella piaga con intenti ben più stratificati ed esiti rivoluzionari.
Oltretutto, siamo al cospetto di un espresso invito a manipolare "creativamente" il materiale sonoro disponibile sul sito www.marcoparente.it. Musica quindi "aperta", in attesa di manipolazione, di ulteriore intelligenza. I limiti (o la loro insignificanza) ci vengono additati dalle quattro tracce qui in programma, la prima delle quali è un lungo processo di omeopatizzazione dell'intero Trasparente, ultima fatica del partenopeo-fiorentino, qui ridotto a flash frammentati, trasfigurati, liofilizzati e distorti con il tutt'altro che piccolo aiuto del sodale Lorenzo Brusci (già curatore degli allestimenti live di Marco). Nei fatti Trasparente viene ricondotto ad un pugno di particelle mnemoniche strappate al loro torpore, estorte al reticolo di sogni e segni a cui affidavano l'ormai placido sostare nel brodo dell'anima (la nostra), il senso ravvivato, la forma ricodificata, la sospensione spazio-tempo compressa all'essenziale.
Non certo un facile ascoltare, a tratti fautore di soluzioni sgradevoli o - a parer mio - non appropriate, addirittura ostico per non dire inadatto a chi non conosca l'ultima fatica di Parente, eppure disturbante in senso nutritivo, gelido ma febbrile, alieno ma vivido. Lo stesso potremmo dire per i remix di Proiettili Buoni e W Il Mondo, ad opera sempre del Brusci coadiuvato dal gruppo Timet, in cui l'obiettivo sembra cogliere la scheggia e lasciarla rifrangere nelle mille sfaccettature dello specchio infranto (stomp cibernetici, micro/poli ritmiche, incubi industriali, fibrillazioni techno...), per saggiarne la pregnanza, il peso vitale, la forza d'irripetibile segno tra le cose.
Più "ordinario" il lavoro di D. Rad e Taketo Gohara su Anima Gemella, in linea con certa techno-trance assediata da incubi & inquietudini un po' wave e un po' Warp: va da sé che il pezzo si lascia maggiormente riconoscere nella sua imprendibile e malsana bellezza.
Dischetto interessante soprattutto per gli sviluppi che lascia intravedere, confermando la vena di Parente affacciata su mille imprendibili soluzioni. (7.0/10)

Registrato lestate scorsa in varie tappe del tour assieme alla Millenium Bug Orchestra di Mirko Guerrini in formazione big band, propone un ideale best of live di Parente in nove tracce più linedita Inseguimento Gemello, che apre lalbum nel solco di unamarezza stupefatta, critica al vortice sbranatempo del moderno vivere, alla dissoluzione delle mete (emozioni, valori
) nella sostanza che si fugge tuttavia.
Questa specie di folk-rock urgente, inasprito da corde rugginose e trasfigurato da folate di trombe e bagliori di piano, dice già molto di quello che sarà lintero lavoro, pur riservando in ogni pezzo la sorpresa di orchestrazioni corroboranti e invasive. Si prenda lo splendido lavorio ambientale operato in Come Un Coltello dalle percussioni, dai sax, dal theremin (è un theremin?), dai cinematici fondali degli ottoni, con quella lunga coda jazz-blues in cui sguazzano una tromba davisiana e unarmonica morriconiana, con la voce di Marco a inseguire a singulti e sbuffi.
O il bailamme da jungla (ebbene sì) metropolitana su vibrazione elettrostatica della già fisiologicamente aliena Fuck (He)art & Lets Dance, qui innervata di strepitosi guizzi psych.
Lorchestra non è guarnizione o contorno, è suono nel suono, polpa nella polpa in cui è ficcato il nervo, nuovo ventaglio attitudinale che prevede fughe impro e bordoni ipercromatici, dissonanze pilotate e fantasmagorie armoniche, il tutto perfettamente organico come in Karma Parente, dove a spasimi e strappi gli ottoni rispondono al duplice attacco di basso e chitarra, finendo col sembrare larrangiamento più naturale possibile.
E allo stesso modo sa ritrarsi quando (non) occorre, come quando nellincalzante W Il Mondo - su tappeto di rhodes e percussioni - è appena un ghiribizzo di flauto e un mormorio di sax, prima di montare quasi di soppiatto una palpitante emulsione di fiati. Che è quanto avviene più o meno ne Il Mare Si E Fermato, una prim aparte in cui i fiati sono appena un respiro sottotraccia, quindi il lancinante assolo di tromba e la sarabanda free-blues conclusiva.
A dispetto dellapparente complessità, loperazione suona naturale: forzare la struttura delle composizioni a timbriche e squadernamenti inconsueti, saggiandone ad un tempo la consistenza e la versatilità, straniandole, sottoponendole ad una specie di sforzo di adattamento che libera nuova energia, strapazza il punto di vista consolidato.
Per questo lesile e toccante congettura pop di Farfalla Pensante sembra quasi sbocciare a nuova vita tra quei cascami di fiati e con quellintermezzo bossa-funky che le apre il petto, sdrammatizzandone la carica poetica, obbligandola a salire in groppa ad un disincanto terreno, ad un sogno amaro e cangiante. Che è quanto capita anche a La Mia Rivoluzione, buttata in mezzo a riff verticali di ottoni che sembrano una duplice fila di astanti, in mezzo ai quali si scioglie acidissimo lassolo di chitarra, e anche a Il Fascino Del Perdente, dove il tropicalismo angoloso acquista luci torride e stordenti da delirio funky.
Perfettamente a suo agio - perché germogliata proprio siu queste basi - sembra invece la conclusiva Adam Ha Salvato Molly: i versi spinti in alto a forza di carezze di trombe e sax e tromboni, poi un nevrastenico bailamme col basso spianato, piglio jazz in escursione libera e assolo di sax soprano, assolo di clarinetto, e intrecciarsi e fermare il convoglio e ripartire, le dinamiche smorzate, di nuovo incendiate, poi il silenzio.
Marco ottiene un disco febbrile e intenso, ci offre un fotogramma rigorosamente mosso del suo vivere (con) la musica, un essere passato di qui che vuol dire andarsene, spostarsi, cambiare binario, ma anche e sempre la possibilità di tornare. Mai uguali. Continuamente vivi. (7,2/10)

Coerentemente, Marco ti spiazza. Arriva al suo quarto disco in studio da dieci anni a questa parte e scopri che è solo il primo "lato" di un doppio che si completerà - sembra - a Febbraio. Un lavoro conciso – circa trentacinque minuti – e più impulsivo del predecessore Trasparente, rispetto al quale evita la strisciante deriva verso il “format alternativo”. Ovvero, è pressoché privo di riferimenti immediati al rock che gira intorno, benché di rock senza alcun dubbio si tratti. Si è consumato cioè un riavvicinamento alle posizioni di Testa dì cuore, con Parente che non si cura troppo di collocare i testi nella musica, ma cerca la musica che il testo già contiene o può contenere, senza timore per gli eventuali spigoli, le asprezze, l’antigraziosità.
E’ la solita “poesia” di Marco, quel muoversi fragile e brusco, struggente e tagliente, impalpabile e viscerale. Quello scorrersi dentro alla ricerca della definizione di sé, nel mondo e del mondo, tra cuore testa e trasparenza. Come un interrogativo appeso in mezzo alla gente, al “passaggio” della gente (questo il tema di Io aeroporto, sorta di soul pressurizzato che nel giro di due strofe esplode d'allarme e delirio). Il discorso si approfondisce quando ti accorgi che anche il suono è trattato allo stesso modo, è armonico e organico alla parola, anzi il suono è anch’esso in un certo senso parola (proprio come la parola è anche suono), e quella chitarra rarefatta e un piano densissimo parlano assieme al canto stentoreo di Un tempio (cui le rifrazioni irreali del mellotron, la pulsazione cardiaca e un banjo che sembra l'accartocciarsi dell'anima regalano fremiti spettacolari).
I riferimenti dunque sono sparsi, frastagliati. Possono venire in mente certi Radiohead o un Brian Eno esotico (nel ritornello e nelle strofe di Lampi sul petto), o il cinismo romantico dei Marlene Kuntz (tra la melodia allibita e il drumming marziale di Trilogia del sorriso animale: III sorriso), ma sono colori in dileguare, meno significativi delle impronte lancinanti dei timbri, dei curiosi singulti, delle languide vaporosità, dei turgori crudi (come quelli dispersi nella scivolosità jazzy di Amore o governo). Un ascolto non facile in definitiva, che si svela passaggio dopo passaggio, che piega il brusco in dolciastro, fa brillare le intuizioni e ispessisce le atmosfere. Così è per la frase di piano sospeso e il banjo meccanico nel mambo luttuoso Wake up, così è per la ritmica sussultante, i riverberi fantasma e la frenesia rock'n'roll de Il posto delle fragole, così è per i fruscii minacciosi, le percussioni colorate e il piano nudo - disarmato, stupefatto - di Colpo di specchio (un plauso all'azzeccato chimismo con Enrico Gabrielli ed Enzo Cimino, che portano in dote un po' della disinvolta bizzarria Mariposa). Il giudizio è quindi ampiamente positivo, tuttavia è un “per ora”, sospeso in attesa del resto che sappiamo. Mi sbaglierò, ma questa incompiutezza sembra programmata ad arte, sembra un po’ emblema autoironico di Parente stesso, al quale proprio d’essere artista incompiuto viene spesso rinfacciato. Come se fosse un difetto. (7.2/10)

Marco Parente è Marco Parente, prendere o lasciare. Non c’è modo di stare in mezzo, di arrivare a un compromesso, o lo si ama o lo si odia.
Il trasporto, le sconfitte, le virtù, il cantato attorcigliato su se stesso peggio di un capitello corinzio, le attese e i rilanci, le incertezze e il candore, l’intransigenza e il piacere di fare musica per la musica, la poesia: una proposta quella dell’autore fiorentino che quando non raccoglie entusiasmi e riconoscimenti viene accusata di essere ostica, magari fraudolenta, talvolta eccessiva, logorroica e accessoria, ricca di sfumature ma dispersiva.
Non se ne esce, i gusti sono gusti, e non saremo certo noi a negare una verità sacrosanta come questa. Certo è tuttavia, che non si può non dare atto al musicista di essere uno che ha il coraggio di osare, di fare scelte difficili, che poco hanno a che vedere con le confessioni da quattro soldi dei paladini dell’ FM tanto di moda oggigiorno. Come quella di abbandonarsi alle orchestrazioni jazz de L’attuale giungla dopo aver conquistato larghi consensi con un disco fondamentalmente pop come Trasparente o magari far uscire nel giro di pochi mesi due CD dallo stesso titolo ma diversi per contenuto.
E’ così dunque, che ci ritroviamo a parlare di Neve Ridens parte seconda, parentesi conclusiva del progetto discografico omonimo. Un’opera che pur rimarcando il vincolo di parentela con la prima puntata grazie ad una certa continuità estetica, muta strutture piuttosto imbrigliate dai lacci della forma canzone in varietà umorali di fondo sfumate. Il disco parte in sordina, attutito dal candore delle atmosfere rarefatte e quasi impercettibili di Neve, per poi guadagnare in intensità e spessore con lo scorrere dei brani in scaletta: Michelangelo Antonioni è Caetano Veloso tra lentezze sognanti e leggere accelerazioni orecchiabili, Amore Cattivo è un difficile affastellamento strumentale che porta ad un’esplosione finale di chitarre e ottoni, Neve Ridens è il brano destinato alla RAM di ogni fan dell’ultima ora ricco com’è di ritmiche trascinanti e gospel alla Antony & The Johnsons. Uno zenith emozionale quello della title track che rappresenta il giro di boa di Neve Ridens da quel momento in caduta libera verso una semplificazione formale spesa tra la voce-chitarra-batteria di Gente in costruzione, le complesse staticità di Ascensore inferno piano terra, le geometrie minimali di 30 secondi di vento e la voce-ukulele di Vita Moderna.
Positivo il giudizio finale, derivante più dalle stimolanti costruzioni melodiche cui Parente riesce a dar vita più che da una valutazione hic et nunc delle potenzialità commerciali del prodotto finito. Una riflessione direttamente connessa alla qualità di una musica che non si accontenta di schierare l’ascoltatore pro o contro ma pretende un confronto reale e una comprensione costante.(7.9/10)