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Non pago di scandagliare scientificamente le patologie più oscure dell’anima insieme agli Arab Strap, Malcolm Middleton ha felicemente intrapreso già da qualche tempo (5:14 Fluoxytine Seagull Alcohol John Nicotine, 2002) una carriera in proprio, complice l’immancabile – quando si parla di musica made in Glasgow - Chemikal Underground. Allo stesso modo del sodale Aidan Moffat e il suo progetto folktronico Lucky Pierre (anche se con risultati ben differenti), il chitarrista scozzese si reinventa songwriter, dedicandosi all’esplorazione dell’universo pop in ogni sua sfaccettatura. Con lo zampino dei soliti noti (gli ormai ex-Delgados Paul Savage e Alan Barr, Stuart Braithwaite e Barry Burns dei Mogwai e Jenny Reeve dei Reindeer Section) e Pacific Ocean Blue di Dennis Wilson nel cuore, Middleton stempera le morbose atmosfere del gruppo madre cimentandosi nei territori talvolta impervi della canzone, e il rischio di perdere la bussola si fa più di una volta concreto.
L’impressione che si ha ascoltando questo Into The Woods è proprio quella di un vagabondare tra le soluzioni stilistiche più disparate alla ricerca di una formula vincente (dalla murder ballad Cave-iana di Devastation al synth pop di No Modest Bear, dallo shoegaze in pieno stile My Bloody Valentine di Loneliness Shines all’electro-pop di Bear With Me), di sperimentare diversi approcci alla materia nella speranza di trovare quello giusto (ora acustico, ora elettrico, ora minimal, ora più prodotto), salvo poi approdare in porti più familiari (specie nell’ultima metà del disco, una versione “soft” degli Arab Strap). Malcolm ha sicuramente buon gusto negli arrangiamenti e un discreto talento come compositore, e le dodici canzoni comunque scorrono via che è un piacere, riservando momenti davvero gustosi come l’iniziale Break My Heart, scanzonato poppettino orchestrale à la Belle & Sebastian, o il folk drake-iano venato di celtico di Monday Night Nothing. Il punto però è un altro: Into The Woods somiglia più a un compendio degli ascolti preferiti del rosso chitarrista che a un disco vero e proprio. Quello che manca è un centro focale, una cifra stilistica riconoscibile, un “segno particolare” (che non sia soltanto il marcatissimo accento di Glasgow con cui il nostro intona le sue confessioni, in barba ad ogni omologazione da BBC). Vorremmo tanto annunciare al mondo la nascita di un nuovo talento folk-pop scozzese, ma - ancora - non possiamo. Peccato. Accontentiamoci - anche stavolta - di un bel dischetto, e niente più. (6.7/10)

Che Malcolm Middleton intendesse fare sul serio, lo si era già capito dallo scorso Into The Woods (2005); adesso che - più o meno inaspettata – è arrivata la parola fine per gli Arab Strap, la sua avventura solista è diventata un full time hobby, come suggerisce per curiosa coincidenza la ragione sociale della sua nuova etichetta. Non più chitarrista e controparte di Aidan Moffat quindi, ma definitivamente cantautore indie rock, chiamato adesso – a maggior ragione – a mostrare tutto il suo valore; è forse per questo motivo che carattere e personalità vengono fuori da subito, nell’aggressivo folk-punk ribollente magma We're All Going To Die (testo pungente e denso di umorismo noir, come si usava nel gruppo di provenienza), bissata poco dopo da Death Love Depression Death.
Ad eccezione della sbarazzina e twee Fuck It, I Love You (notare anche qui il titolo), A Brighter Beat è un disco per lo più aspro, meno immediato del predecessore, che pure peccava di una certa dispersività - laddove questo appare più compatto e deciso, denso di epos ora elettrico ora acustico. Il problema è sempre lo stesso: Malcolm è un discreto folksinger (vedi Four Cigarettes, o l’acustica Somebody Loves You), e sa bene come maneggiare la materia pop, da buon artigiano qual è (la title track, o la conclusiva e maestosamente arrangiata Superhero Songwriters), ma non ha quella incisività che in questi casi fa la differenza. Sarà la solita nemesi che colpisce i membri delle band che si sciolgono? Considerando le - invero non esaltanti - escursioni di Moffat / Lucky Pierre, tutto torna; in fin dei conti, nessun problema. (6.6/10)

Questione di cuore. A poco più di un anno dal goodbye degli Arab Strap, entrambi Aidan e Malcolm - veri sentimentali, anche se magari non lo diresti – danno alle stampe due dischi solisti contenenti la medesima (rossa e pulsante) parola nel titolo. Ma se il singolare esperimento porno-musical-letterario che il barbuto cantante ha compiuto in I Can Hear Your Heart fa un po’ storia a sé, questo A Sleight Of Heart potrebbe segnare, per il rossiccio chitarrista, un consistente punto a favore. E – cosa più bella – sarebbe quasi del tutto accidentale, visto che queste canzoni nascono ufficialmente come bits & pieces avanzati dal momento creativo che aveva generato il precedente – e più ambizioso - A Brighter Beat, che invero ci aveva lasciati perplessi.
Non che il rock non faccia per lui, ma in una dimensione rigorosamente acustica (la band è quella di sempre, cambia solo l’assetto) Middleton riesce a sfoderare le migliori frecce in faretra: la semi dylaniana Blue Plastic Bags (affresco sociale sull’alcolismo in Gran Bretagna), la drammatica Follow Robyn Down, la bozzettistica Total Belief (un Elliott Smith sopraffatto dall’autocommiserazione), la sconsolatamente intima Hey You; siamo lontani dalla crudezza di 5:14 Fluoxytine Seagull Alcohol John Nicotine, lo spirito d’insieme è ben differente, anche se altrettanto sarcastico. In un ambiente tanto rilassato c’è pure spazio per alcuni omaggi: al cult folksinger di Buffalo Jackson C. Frank (Just Like Anything), al compatriota – e quanto mai affine - King Creosote (Marguerita Red, tra i brani più gioiosi e pop del lotto) e a… Madonna (l’ineffabile Stay, che va ben oltre lo scherzo). Più che capricci, tocchi di pennello che arricchiscono il quadro. Non contento, ci infila anche il capolavoro in miniatura, Love Comes in Waves, poesia storta che si dipana in un crescendo alla Five Years di Bowie. Vuoi vedere che era solo una questione di prospettiva, di come era orientata la luce? (7.1/10)