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M Ward

di Stefano Solventi
È tra i più raffinati e lucidi testimoni di una tradizione che non scorda di passare alla cassa della modernità. Il suo è uno strano equilibrio tra frenesia e leggerezza, tra evanescenza e abbandono, tra mistero e trepidazione. Con una incrollabile vocazione ai sogni poco chiassosi. Un ritratto, per quanto possibile, di M. Ward.
Foto: Matt Ward

Misteriose nostalgie, teneri inganni

di Stefano Solventi

Posso ritenermi fortunato, dal momento che mi è capitata un’esperienza assai simile a quella occorsa in altro tempo altro luogo ad una persona – un artista – che adoro. L’artista in questione è Howe Gelb. L’esperienza è M. Ward.
O meglio il modo in cui l’ho scoperto: per caso, senza saperne altro che una copertina malferma con irresistibile (almeno per me) riferimento artistico, quella trasfigurazione di Vincent (Van Gogh) che chiama in causa una delle avventure pittoriche più sconvolgenti di ogni tempo.
Questa la via desueta, defilata e traversa che mi ha fatto incrociare il cammino del trentunenne chitarrista da Portland, stato dell’Oregon. Delle cui malferme ipotesi folk-blues m’innamorai all’istante, per quanto fossero rielaborazioni di codici (genetici) ben noti, calligrafie terrene e sospese come il miglior Kris Kristofferson, sghembe e claudicanti come in certo Neil Young o nell'ineffabile Skip Spence, senza scordare la modernità indolenzita di Mark Linkous (AKA Sparklehorse) e Stephen Malkmus.
Il valore aggiunto stava però in quello strano equilibrio tra frenesia e leggerezza, tra evanescenza e abbandono, tra mistero e trepidazione. Era come se quel ragazzo scrivesse lettere da un altro tempo, come fosse qui accanto ma avvolto in un fitto di nebbia, distante un attimo un centimetro, ma irraggiungibile.
A Gelb le cose andarono in maniera più… concreta: una cassetta, ricevuta dalle mani dello stesso M. Ward. Accadde una sera del 1999, a Seattle, in occasione di una tappa del tour sotto l’egida Op8. Anche per Howe si trattò d’incanto al primo ascolto. Al punto di pubblicare quel demo – Duets For guitar #2 – tramite la propria etichetta Ow Om.
Da allora son passati sei anni, tre dischi e svariate partecipazioni/collaborazioni (fortunati i tour con Cat Power e Bright Eyes, eccellente il suo contributo alla compila per Daniel Johnston). La calligrafia di Ward si è raffinata, smarcandosi da certe situazioni lo-fi certo affascinanti ma in fin dei conti un po’ logore.
Puoi così sentire languori esotici e vapori soul stemperarsi come presenze omeopatiche tra canovacci folk dimenticati in qualche soffitta. E quell’eleganza desueta, cosparsa di un’amnesia polverosa, testimone di una realtà parallela, innocente, in cui i catafasci della Storia sono un rimbombo lontano, appena una vibrazione, un tremore.
Potremmo vedere nella sua musica una sorta di prodromo al prewar-folk, esploso da un paio d’anni con i fortunati lavori tra gli altri di Banhart e Cocorosie, ma non sarebbe del tutto esatto.
Posto infatti che il prewar basi la propria ragion d’essere sul rifiuto estetico/poetico delle atrocità presenti, riproducendo/simulando perciò un contesto arcaico, da età della teorica innocenza, le cui voci sono nenie primordiali, folk polverosi immortalati su dischi di cera, blues dispersi nella notte senza elettricità, una realtà insomma priva ancora del peccato originale delle guerre permanenti, posto tutto ciò il nostro caro Matt sembra sottrarsi anziché opporsi, rannicchiarsi in un cantuccio fanciullo che s’illude un mondo senza atrocità, circonfuso di fascino, di misteri tiepidi. Non quindi in un “prima” del conflitto, ma nella finzione di conflitti mai avvenuti.
Questo sembrano dirci quelle allucinazioni quiete in cui tutto trova riparo, il trepido gioco di reminiscenze quasi nostalgie d’altre vite. E i brandelli di memorie tramandate, bauli spuntati dal nulla pieni di vinili misteriosi, vecchie onde radio che non smettono di irradiarsi nello spazio e nel tempo, finché ci sarà un’antenna a captarle. Un commovente auto-inganno, come certe volte la musica.
Il tutto alla luce di un fingerpicking di buon livello, poeticamente (se non – ancora - tecnicamente) rintanato tra la spigliatezza di Stephen Stills e le grafie sospese di John Fahey. Nomi grossi, troppo forse per il credito che Ward è riuscito a cucirsi addosso finora. Ma nomi non casuali. Il tempo ci dirà di quanto ci sbagliamo.
Intanto c’è questa realtà con una promessa per ogni meraviglia compiuta, un mistero per ogni incanto, un’inquietudine per ogni dolcezza. Dell’uomo invece sappiamo poco: che quella enigmatica M. forse è una sigla per Matt - il suo nome - oppure qualcosa in più; che in famiglia la musica è stata sempre presente e varia, musica classica e gospel, rock classico ed elettronico, e infine – ovviamente – country; che per anni è stato la chitarra dei Rodriguez, una band di San Luis Obispo - più o meno tra San Francisco e Los Angeles - il cui primo album (Swing Like A Metronome) prodotto da quel Jason Lytle che coi suoi Grandaddy guadagnerà le simpatie – indovinate di chi? – di Howe Gelb, naturalmente. Cerchi che si chiudono.
E Ward che d’un tratto, con un piccolo aiuto, cammina da solo. Con la sua chitarra, con quel raccontarsi scomodando memorie non sue. Scomparendo in esse.
Non ha ancora smesso di raccontarsi, di camminare, di svanire. É cresciuto. E’ condannato ad ammaliarci e a rimanere fuori dal cono di luce. Come un piacevole mistero.

Copertina: Duet For Guitars #2 (Ow Om, 2000)
  • Duet For Guitars #2v
  • Beautiful Car
  • Fishing Boat Song
  • Scene From #12
  • Good News
  • The Crooked Spine
  • Look Me Over
  • Who May Be Lazy
  • It Won't Happen Twice
  • He Asked Me To Be A Snake & Live Underground
  • Song From Debby's Stairs
  • It Was A Beautiful Car Extra Songs
  • Were You There?
  • I'll Be Yr Bird
  • Not A Gang
  • Duet For Guitars #1

Duet For Guitars #2 (Ow Om, 2000)

di Stefano Solventi

Sembra spuntare da una penombra a bassa definizione, farsi largo nella bruma del desueto, come antiche riproduzioni guastate dal tempo, come particolari fuori fuoco, entrati per caso nel campo d’azione dell’obiettivo. M. Ward si insinua nel mondo dello shobiz dalla porta più di servizio che si possa immaginare, quella Ow Om che Howe Gelb gestisce come etichetta per le proprie sbilenche, irresistibili peregrinazioni auditive. Fatte di squarci e palpiti, di suggestioni come fili sottili, d’irremovibili sdilinquimenti del cuore.
É il 1999 quando Matt consegna nelle mani di Gelb questa cassetta. Dovendo credere alle parole di Mr. Giant Sand – e non si può non farlo - solo con una altrettanto anonima cassetta dei Grandaddy gli era capitato di provare tanta immediata, irresistibile fascinazione.
Siamo dalle parti di un folk stecchito, malfermo eppure in prodigioso equilibrio sulla propria toccante delicatezza. L’aspetto antico, ma nel cuore una strisciante modernità. Si prenda la sonnacchiosa Good News, con la chitarra acustica grattugiata e l’elettrica un soffio trepido, con la tastiera che spande ombre madreperla, con quella melodia inclinata e discendente: sembra, consentitemi, uno Sparklehorse prima dell’atomica.
Oppure prendete il valzer tutto strappi elettroacustici di Look Me Over, tra alienazione Lennon e sguaiatezza Malkmus (e viceversa), con l’assolo liquido a tradire il latente esotismo. Esotismo che si farà ingrediente sempre più determinante nei lavori successivi, quasi a rappresentare un conflitto esistenziale (storico, ideologico, geografico) al lavoro nella sensibilità indolenzita di Matt. Ingrediente che qui si limita ad iniettare inquietudine e stranezza tra i palpiti folk blues di Beautiful Car come nella stupenda I'll Be Yr Bird, con la sua psichedelia disincantata, farraginosa e scintillante quasi fosse diamante grezzo Skip Spence.
Se c’è una strategia, insomma, è quella di muoversi al riparo dai riflettori nell’ombra insondabile della modernità, per tastarne le radici, l’humus fragile e malato, mettendone a nudo i legami ancora vivi con quanto era sogno e utopia, potendo oggi al massimo vibrare come fantasmi di miraggi, come un ultimo magico tremore.
La magia della canzone, sembra suggerire Matt, sta nelle cose che uno può mettere a disposizione della propria attitudine al meraviglioso, al mistero, al sogno. Non importa se sono poche cose (l’armonica, l’organo e vaghe elettroniche di sfondo per la claudicante Scene From #12, tra Pavement e lo Young malmesso di Times Fade Away) o addirittura pochissime (bastano dei campanellini, una chitarra acustica e legnetti d’occasione per il siparietto di The Crooked Spine, la chitarra, la voce e l’organino per l’ebbro disincanto senza fronzoli né sconti di Song From Debby's Stairs) rispetto agli standard attuali.
Conta invece che un folk dylaniano come It Won't Happen Twice possa ancora rapire grazie a quel dobro allucinato e alle flautate doglianze della voce. Conta che Fishing Boat Song mescoli con flemmatica naturalezza certo lo-fi à la Grandaddy e inattesi capricci melodici Bowie. Contano i vapori agresti un po’ CSN&Y e un po’ Bee Gees di Not a Gang. Contano le sabbiosità di retroguardia innescate dalle spazzole e dall’armonica di Who May Be Lazy (una di quelle fatamorgane Gram Parsons che hanno fatto la fortuna di Mark Linkous).
Questo, credo, il messaggio che potremmo rintracciare nel debutto da solista di M. Ward. Questo, credo, il cordone ombelicale con l’opera anzi la visione poetica/estetica di Gelb, la cui presenza (o meglio preveggenza, essendo le incisioni antecedenti l’incontro con Howe) appare del resto evidentissima nella parvenza improv-country di He Asked Me To Be A Snake & Live Underground, così come in quella Were You There? che cavalca serrata tra laceri echi west coast.
Il programma si apre e si chiude su due strumentali: l’ultimo – Duet For Guitars #1 è rimuginazione lieve e sospesa del tema di I’ll Be Your Bird, mentre il primo – la title track – è un folk bucolico condito da tenui bave elettriche in cui il fingerpicking del Nostro si presenta in tutto il suo splendido, defilato languore.
Sembra un crepuscolo, invece è mattino. Se guardi bene, c’è una stella nuova nel cielo. (7.1/10)

Copertina: End of Amnesia (Future Farmer Recordings, 2001)
  • End Of Amnesia
  • Color Of Water
  • Half Moon
  • So Much Water
  • Bad Dreams
  • Archangel Tale
  • Silverline
  • Flaming Heart
  • Carolina
  • From A Pirate Radio Sermon, 1989
  • Psalm
  • Ella
  • Seashell Tale
  • O’Brien/O’Brien’s Nocturne

End of Amnesia (Future Farmer Recordings, 2001)

di Stefano Solventi

Con l’opera seconda M. Ward non si limita ad affinare, smerigliare, definire l’abito sonoro per le proprie diafane scorribande al confine tra memoria, mistero e nostalgia. Certo, la maggior parte del lavoro risiede proprio in questo, solo che facendo le pulizie delle falsarighe tracciate con Duet For Guitars #2, sono saltati fuori tanti di quei particolari che riposavano nella confusione, nascosti sotto al pur fascinoso fruscio della bassa fedeltà.
Da un lato, s’ispessisce l’esotismo indolente già perorato nella prima, frastagliata prova. Dall’altro, le possibilità offerte da una decente anzi degnissima produzione permettono di ricorrere sistematicamente all’utilizzo dell’elettronica e dei sample, vero e proprio sostrato su cui in pratica ogni manufatto si adagia, spesso incorporandone il brusio, metabolizzandolo in un solo momento espressivo.
L’effetto è straniante, l’ascolto si consuma in compagnia di un persistente retrogusto d’assurdo, quasi che il tempo o lo spazio o chissà quali sistemi di segni fossero incappati in uno strisciante cortocircuito. Poi c’è la dolcezza, il trepido malinconico respiro di queste melodie, e gli strappi improvvisi, lo svacco e l’abbandono, carosello di visioni incartapecorite e scintillanti.
Come per Duets For Guitar #2, l’inizio è in punta di piedi, strumentale, ed è la title track: il fingerpicking è dolente, sospeso su uno sfondo di feedback cupi e riverse minacciosi, quasi ad annunciare la dialettica tra grazia e consapevolezza, tra incanto e realtà che pervade tutto il disco.
Cigolii. Fischi. Found voices. Ectoplasmi vari. Vecchi 78 giri che si rimettono a girare. Come nel soul-folk dolciastro di Bad Dreams, quella malinconia succhiata da un reperto Neil Young periodo On The Beach. Poi prendi l’andazzo da jazz strascicato di Ella, armonica e falsetto indolente, il piano e le maracas, i piatti spazzolati e la chitarra farraginosa, un precipitare scomposto d’oggetti dalla soffitta. Eppoi le brume calypso su brontolio folk-blues di So much Water. Oppure gli intarsi operistici ed il piano gelbiano nel crepuscolo folk di Carolina.
Prendi tutto in un solo lungo abbraccio, e puoi forse intravedere l’allucinazione collettiva cui mira Ward, laddove un Linkous avrebbe imbastito una casa di specchi per la propria intimissima nevrosi. Matt invece annulla le pareti, sublima le distanze. E’ un segnale che si fa intercettare, che cuce il lontano e il vicino.
E’ una strategia di frammenti che ti mangia il cuore, come fa il country sonnacchioso di Half Moon (struggente come certo Gelb, tra slide impalpabile e tamburini). E’ un baluginare di spiriti senza casa né tempo, come la visione d’angeli terreni in Archangel Tale (gli archi, il flauto, i campanellini, i grugniti elettrostatici), come gli umori esotici e le uggie religiose di Psalm (Nick Drake se fosse nato sulle rive del Mississippi).
E’ una semplice, diretta, limpida dichiarazione d’amore per un viaggio fatto di note che non finiscono di farsi ascoltare, come il folk blues luminoso di Color Of Water (dal piglio rurale come la tarda classicità Neil Young di Harvest Moon) dove la voce si sdoppia e sfarina tra echi tropicali, dove la slide e il piano sono refoli di sogno.
Ogni traccia un’occasione, un’apertura che si schiude, fantasmi gracchianti che entrano (il folk blues rauco di Seashell Tale), treni che si dileguano sferragliando (il piglio country blues di Silverline, con qualcosa degli Zeppelin acustici), strategie minime (il bolgie piano-chitarra-batteria di Flaming Heart) e marchingegni strani (le giustapposizioni di chitarra acustica e feedback di From A Pirate Radio Sermon, 1989, speranzosa e zoppicante).
Malgrado ciò, stupisce la cangiante struttura di O’Brien/O’Brien’s Nocturne, con la voce quasi waitsiana in primissimo piano a masticare un bozzetto di melodia come Gelb insegna, una seconda parte dall’estenuante afflato, interlocutorio e senza fine, la chitarra e il basso, le maracas e il bofonchio elettronico.
E’ un po’ come camminare ad occhi aperti in una lunga camera di decompressione. Il modo di M. Ward per salutarci. E invitarci a tornare. (7.6/10)

Copertina: Transfiguration Of Vincent (Matador, 2003)
  • Transfiguration #1
  • Vincent O'Brien
  • Sad, Sad Song
  • Undertaker
  • Duet For Guitars #3
  • Outta My Head
  • Involuntary
  • Helicopter
  • Poor Boy, Minor Key
  • Fool Says
  • Get To The Table On Time
  • Voice At The End Of The Line, A
  • Dead Man
  • Let's Dance
  • Transfiguration #2

Transfiguration Of Vincent (Matador, 2003)

di Stefano Solventi

Non è che il mondo si fosse dimenticato di lui, in questi due anni di relativo silenzio. É che di lui pochi al mondo si erano accorti. Ma di questo M. Ward sembra non curarsi, si può dire che tale situazione è organica ai canoni estetici che persegue.
Con la terza prova quindi tenta di puntualizzare la propria rielaborazione in chiave solipsistica dei codici (genetici) folk-blues. Lo fa con calma, con umile cocciutaggine, con delicata dedizione.
Anziché dirigersi verso la drammatica solennità di un Will Oldham o la tregenda cupa di un Jason Molina, si lascia dolcemente pervadere da vapori soul trasognati (l’ectoplasmatica A Voice At The End Of The Line) e speziati retrogusti latini (lo spiazzante melange di Fool Says) in fragrante filigrana lo-fi, innescando strani processi di malumore, abbandono, frenesia e leggerezza, saldamente piantati al suolo eppure volatili ed evanescenti come lo sfarfallare d’un falò.
Il mood si assottiglia, cristalli opachi sostituiscono i vetri scheggiati, tanto che mai come qui la voce ricorda da vicino quella del Nick Drake più ammiccante, a cui del resto paga dazio con Poor Boy, Minor Key, per metà opaco duetto jazzy chitarra-piano ed il resto simile a certe cose del bardo di Tamworth-In-Arden (chessò, tra Been Smoking Too Long e I Was Made To Love Magic).
Lo stile chitarristico sprizza ora cromatismi rugginosi (Get To The Table On Time) ora soffice e accorato dinamismo (la breve Duet For Guitars No. 3, non troppo lontano dal Jim O’Rourke acustico, che è come riverire di sponda il grande John Fahey). Suona il piano come un romantico demodé, il cuore totalmente disincantato.
Sorprende ma non troppo che di lui si sia infatuata la scomoda sensibilità di Chan Marshall, tanto che una versione di Sad Sad Song è appuntamento fisso del live act dei Cat Power. Stiamo parlando della traccia numero tre di questo Transfiguration Of Vincent, blues rurale consumato in una penombra d’organo, tra nude lusinghe di chitarra e campanellini in un palpitare fragile di tamburi, con la voce strappata ad un sussurro via vocoder e l’assurda insidia di un basso sintetico.
Non è l’unico momento contagioso rintracciabile tra le quindici canzoni in programma, (in)docilmente aggrappate ad un solco narrativo (la dolorosa parabola di Vincent O’Brian, quasi una reincarnazione paradigmatica di Vincent Van Gogh) ma quasi sempre in grado di giocarsela in proprio.
E’ quello che capita al country gospel di Dead Man, impalpabile e toccante, al folk dai sapori caraibici di Outta Of My Head (baluginano corde, spande luce l’organo, prima si affila e poi si chiude a riccio la voce sul compiersi melodico), alla quasi title-track Vincent O’Brian (power pop su palchi vaudeville come talora è riuscito al miglior Ed Harcourt) e al bluegrass trasfigurato di Helicopter (il canto ebbro, l’incedere saltellante che – avocati gli spiriti tutelari di Violent Femmes e Giant Sand - scava un tunnel tra la Graceland di Paul Simon e l’asprigno fulgore di Joseph Arthur).
Appurata la disarmante facilità di partorire temi ammiccanti, occorre sottolineare come il cuore del disco riposi il proprio ombroso palpitare nella malinconia traslucida di Undertaker, calypso in slow motion dal commovente gioco di corde e voce in primo piano (su orizzonte di synth, organo e armonica), e in parte nella stranita rilettura folk della bowiana Let’s Dance, satura d’indolenza lieve, di sarcasmo disinnescato, gioco di memorie sprofondate nel groviglio del malanimo.
Aprono e chiudono, a confermare il vezzo antico, due cinematiche parentesi strumentali, entrambe intitolate Transfiguration: la prima (la N° 1) è una specie di jam tra Sparklehorse e Calexico con tanto di field recording cicaleggiante, mentre la conclusiva (N° 2) ci serve una malinconia di piano come potrebbe offrircene l’Howe Gelb più ordinario, identica invece l’amarezza dissimulata, lo sguardo gettato nel cuore schivo delle cose.
Disco dalla semplice fruizione che rivela insospettabili profondità. Per Ward, una consacrazione sottovoce. (7.5/10)

  • You Still Believe in Me
  • One Life Away
  • Sweethearts on Parade
  • Hi-Fi
  • Fuel for Fire
  • Four Hours in Washington
  • Regeneration No. 1
  • Big Boat
  • Paul's Song
  • Radio Campaign
  • Here Comes the Sun Again
  • Deep Dark Well
  • Oh Take Me Back
  • I'll Be Yr Bird
  • Lullaby + Exile
  • Well-Tempered Clavier

Transistor Radio (Matador / Beggars Banquet, 2005)

di Stefano Solventi

Da uno come M. Ward ci si potrebbe lecitamente attendere il capolavoro che ti strappa lo stupore dai polmoni. Di più: con un po’ di sforzo ed elasticità mentale, puoi addirittura figurartelo spedito ai piani alti delle charts dal primo spot che ne adottasse l’eleganza indolenzita. Possibile. Ma improbabilissimo.
Questo disco - anche questo disco - fa solo intuire potenzialità che Ward preferisce tenere al guinzaglio di una coerenza lucida e appassionata, cocciutamente votata alla retroguardia, quasi che i riflettori e gli strepiti della prima linea potessero guastarne la delicata fattura. Non c’è insomma ne l’ombra né la voglia di tentare il grande balzo, di sterzare verso territori più eclatanti. É come se Matt si giudicasse “arrivato” dal punto di vista estetico e poetico e quindi tendesse a rassodare gli argini eretti finora. Difficile dargli torto, visto il risultato.
Questo Transistor Radio infatti non porta in dote cedimenti né sostanziali novità. Il folk e il blues (e il country, e il RnB, e certe striscianti inclinazioni jazz) da una parte, dall’altra un palpitante lavorio sintetico di sfondo, nel mezzo una voce che scivola e svicola tra nostalgiche visioni e siparietti trepidi (emblematica in tal senso è Hi-Fi, con le pennate uggiolose tex/mex e il guaito ombroso del synth, così malferma e instabile da traslare su un piano onirico, rappresentazione nostalgica di un rimpianto impossibile).
Cospicuo il numero di pezzi in scaletta (ben sedici, eguagliando il record dell’esordio), come quasi d’abitudine aperta e chiusa da brani strumentali: un po’ sorprende la scelta di You Still Believe in Me (dal mitologico Pet Sounds dei Beach Boys, qui folk agreste, arioso, come ad aprire le porte di un paradiso immaginario), e ancor più la chiusura affidata a una Well-Tempered Clavier firmata nientemeno che J.S. Bach, chitarra e organo per una mesta dissolvenza tra senso di perdita e sogno.
Tra di esse, la solita elegante strategia d’incanti, trapassi temporali, ipnosi esotiche e insidie postmoderne: ballate ciondolanti come Sweethearts on Parade (la voce da crooner efebico e un ghigno distorto di chitarra simile ai modi del tardo Lou Reed), l’asprigna verve country di Deep Dark Well (pervasa di trasfigurazioni antillane), la riesumazione della psych aerea di I'll Be Yr Bird (dal primo album). Sogni che sanno d’essere finzione sognata, scialuppe di salvataggio che sperimentano il rammarico della propria impossibilità.
E ancora, la foto seppiata di One Life Away (folk blues captato su frequenze d’altroquando), e il boogie ruspante di Big Boat (la voce irruvidita, ai cori Vic Chesnutt e Jenny Lewis, riverberi stretti e poche spine disponibili), e il country blues in sordina di Oh Take Me Back (con tramestio rag di bacchette di soppiatto).
M. Ward potrebbe sembrare un tipo cervellotico, uno con una missione capricciosa destinata al vicolo cieco. Invece, ecco, è un tipo semplice. Capace di uscirsene con piccole meraviglie quali Fuel For Fire (cigolii acustici, campanellini, un piano dalla stanza dei fantasmi, una viola della stessa materia dei sogni, la voce assolta da un ebbro, dolciastro abbandono) o Radio Campaign (arioso country blues dal ritornello disarmante & disinvolto come un Jens Lekman).
Quasi dimenticavo: c’è un filo che unisce queste canzoni, ne fa una collana o meglio una playlist dall’ultima radio libera al mondo, ormai quasi un ideale romantico e ahinoi anacronistico cui è dedicato il disco. Un pretesto, nient’altro che questo. Non si risolve infatti – e del resto non se ne avverte l’intenzione – lo iato tra farraginosità dell’insieme e splendore del frammento.
Un disequilibrio a suo modo perfetto, in mezzo al quale sbocciano fiori splendidi come Here Comes the Sun Again (più o meno velato omaggio a George Harrison, voce arrochita e organo a spandere tepore), scorie lancinanti come Four Hours in Washington (il canto preda di un megafono sabbioso, la chitarra indiavolata, l’organo aspro, la batteria cruda) e disincanti senza quartiere come Lullaby + Exile (swing narcotizzato, una chitarrina, il fischiettio, un vago trasporto e la più dolce, irrisolta trepidazione).
Ciò che conferma ancora una volta la statura autoriale di M. Ward, tra i più raffinati e lucidi testimoni di una tradizione che non scorda di passare alla cassa della modernità.
Con una incrollabile vocazione ai sogni poco chiassosi. Capaci d’indicarci la via per noi stessi, meglio che possono. (7.0/10)

  • Poison Cup
  • To Go Home
  • Right In The Head
  • Post-War
  • Requiem
  • Chinese Translation
  • Eyes On The Prize
  • Magic Trick
  • Neptune’s Net
  • Rollercoaster
  • Today’s Undertaking
  • Afterword/Rag

Post-War (4AD / Self, 4 settembre 2006)

di Stefano Solventi

Per chi è sopravvissuto alla guerra, il resto dell'esistenza non può che essere dolce. Questa frase, o qualcosa del genere, diceva qualcuno in Bolero - Les Uns Et Les Autres, film di Claude Lelouch di troppi anni fa. Parole che non ho più scordato, e che mi tornano utili quale ideale chiosa al quinto album di M. Ward. Canzoni che inseguono una tenerezza possibile però mai completa, gravata in qualche modo dal tipico torpore del Nostro, da quel suo imbastire un’illusoria (e illusionistica) dislocazione temporale, tentando di riprodurre un'età del bronzo sentimentale/musicale situata tra gli albori della contemporaneità e l'irreversibile tramonto dell'innocenza. Dopo la guerra, d'ogni ordine e grado, c'è innanzitutto la ricostruzione del sé nel mondo, un mondo di possibilità pur tra le certezze sventrate. L'euforia, la dolcezza e il timore in un impasto fragile ma vitale. Ed ecco quindi che Post-War suona come l'album più accattivante di Matt, forse il più leggero ma di una leggerezza che al solito t'inguaia. Non potrebbe essere altrimenti con quella voce che scava bassorilievi struggenti, ruvide sinuose escrescenze d'anima, sperdute tra incanto e dissipazione, tra pietà e speranza malgrado tutto il livido del cielo sopra le macerie.

Guizzi luminosi e succose vibrazioni di hammond tra desertiche ubbie tex-mex (Right In The Head), un'efflorescenza vaudeville beachboysiana (Magic Trick), soul languido spinto da pigri riverberi d'organo (la title track), una locomotiva folk-blues a perdita d'occhio (Chinese Translation), gracili miraggi d'archi per scentrati deliqui fifties (Poison Cup), una calda intossicata malia gospel (Rollercoaster): il cuore prezioso d'ogni pezzo nascosto nella nebbia d'una messinscena che ormai ben sappiamo, quel senso di rassegnazione emotiva, d'irreparabilità, di presente catturato in un ritratto antico, dal quale sgorga una vivida, energica nostalgia. Come in To Go Home, cover di Daniel Johnston a galoppo in un entusiasmo senza gravità, tra brume à la Howe Gelb ed evocative pennellate vocali gentilmente offerte da Neko Case. Il ragazzo è cresciuto, ormai sa giocare col proprio fare musica, sa spingersi fino al limite dell'abisso che separa l'allegria dalla cupezza, masticando noir e umorismo con polverosa disinvoltura Tom Waits (la stupenda Requiem). A noi che da tempo lo apprezziamo, non resta che goderne. Tuttavia ci lascia un senso di preoccupante capolinea poetico, sottile e angoscioso, ben chiaro nella conclusiva Afterword/Rag, valzer affogato in crema d'organo prima e minimale elucubrazione folk-blues poi: s'avverte come uno sforzo di risveglio, un procedere a tentoni nel buio d'un sogno appena svanito, che non si vorrebbe più dover sognare. Post-War, ovvero post-Ward? (7.3/10)

  • To Go Home
  • Cosmopolitan Pap
  • Human Punching Bag
  • Headed For A Fall

To Go Home EP (Merge / 4AD, 19 febbraio 2007)

di Stefano Solventi

Si dice che il tour invernale di Matt abbia registrato regolari sold out. Del resto, un disco come Post War doveva per forza trovare pascolo nella sterminata coscienza collettiva d'America, mai tanto scossa, stordita, disorientata. Il contributo al nuovo album di Norah Jones, per quanto piccolo, e la conseguente nomina alla carica di opening act per il suo tour primaverile, potrebbero quindi rappresentare una sorta di consacrazione per il ragazzo di Portland, malgrado né il disco né l’autrice reggano il confronto con la sua opera (si sa, sono i soffici paradossi del mercato).

In ogni caso, non può che farci piacere. Intanto la Merge decide di tenere in caldo questo brancico d'hype licenziando il qui presente To Go Home EP, che - oltre alla splendida cover di Daniel Johnston già apprezzata sull'album - offre tre gustosi inediti. C'è il country trafelato, sferzante di Cosmopolitan Pap, piano sperso gelbiano e una storta ironia, poi la strascicata mestizia in blues polveroso di Human Punching Bag, dove il massimo del croonerismo wardiano è un carezzevole profluvio libero da (auto)compiacimenti. Infine, la cover di Headed For A Fall (pezzo dello storico countryman Jimmie Dale Gilmore), che tra miagolii di slide e sax baritono imbastisce una festosa scorribanda col pensiero un po’ a Springsteen e un po’ alla Rolling Thunder Revue (tolto un bel po’ di sacro furore), graditi ospiti Neko Case, Nels Cline dei Wilco e Jim James dei My Morning Jacket tra gli altri. Un piccolo, prezioso, ulteriore segnale. (6.8/10)