È tra i più raffinati e lucidi testimoni di una tradizione che non scorda di passare alla cassa della modernità. Il suo è uno strano equilibrio tra frenesia e leggerezza, tra evanescenza e abbandono, tra mistero e trepidazione. Con una incrollabile vocazione ai sogni poco chiassosi. Un ritratto, per quanto possibile, di M. Ward.

Posso ritenermi fortunato, dal momento che mi è capitata unesperienza
assai simile a quella occorsa in altro tempo altro luogo ad una persona un
artista che adoro. Lartista in questione è Howe
Gelb.
Lesperienza è M. Ward.
O meglio il modo in cui lho scoperto: per caso, senza saperne altro che
una copertina malferma con irresistibile (almeno per me) riferimento artistico,
quella trasfigurazione di Vincent (Van Gogh) che chiama in causa una delle
avventure pittoriche più sconvolgenti di ogni tempo.
Questa la via desueta, defilata e traversa che mi ha fatto incrociare il cammino
del trentunenne chitarrista da Portland, stato dellOregon. Delle cui malferme
ipotesi folk-blues minnamorai allistante, per quanto fossero rielaborazioni
di codici (genetici) ben noti, calligrafie terrene e sospese come il miglior Kris
Kristofferson, sghembe e claudicanti come in certo Neil Young o nell'ineffabile Skip
Spence, senza scordare la modernità indolenzita di Mark Linkous (AKA Sparklehorse)
e Stephen Malkmus.
Il valore aggiunto stava però in quello strano equilibrio tra frenesia
e leggerezza, tra evanescenza e abbandono, tra mistero e trepidazione. Era come
se quel ragazzo scrivesse lettere da un altro tempo, come fosse qui accanto ma
avvolto in un fitto di nebbia, distante un attimo un centimetro, ma irraggiungibile.
A Gelb le cose andarono in maniera più
concreta: una cassetta, ricevuta
dalle mani dello stesso M. Ward. Accadde una sera del 1999, a Seattle, in occasione
di una tappa del tour sotto legida Op8. Anche per Howe si trattò dincanto
al primo ascolto. Al punto di pubblicare quel demo Duets For guitar
#2 tramite la propria etichetta Ow Om.
Da allora son passati sei anni, tre dischi e svariate partecipazioni/collaborazioni
(fortunati i tour con Cat Power e Bright Eyes,
eccellente il suo
contributo alla compila per Daniel
Johnston). La calligrafia di Ward si è raffinata,
smarcandosi da certe situazioni lo-fi certo affascinanti ma in fin dei conti
un po logore.
Puoi così sentire languori esotici e vapori soul stemperarsi come presenze
omeopatiche tra canovacci folk dimenticati in qualche soffitta. E quelleleganza
desueta, cosparsa di unamnesia polverosa, testimone di una realtà parallela,
innocente, in cui i catafasci della Storia sono un rimbombo lontano, appena una
vibrazione, un tremore.
Potremmo vedere nella sua musica una sorta di prodromo al prewar-folk, esploso
da un paio danni con i fortunati lavori tra gli altri di Banhart e Cocorosie,
ma non sarebbe del tutto esatto.
Posto infatti che il prewar basi la propria ragion dessere sul rifiuto
estetico/poetico delle atrocità presenti, riproducendo/simulando perciò un
contesto arcaico, da età della teorica innocenza, le cui voci sono nenie
primordiali, folk polverosi immortalati su dischi di cera, blues dispersi nella
notte senza elettricità, una realtà insomma priva ancora del peccato
originale delle guerre permanenti, posto tutto ciò il nostro caro Matt
sembra sottrarsi anziché opporsi, rannicchiarsi in un cantuccio fanciullo
che sillude un mondo senza atrocità, circonfuso di fascino, di misteri
tiepidi. Non quindi in un prima del conflitto, ma nella finzione
di conflitti mai avvenuti.
Questo sembrano dirci quelle allucinazioni quiete in cui tutto trova riparo,
il trepido gioco di reminiscenze quasi nostalgie daltre vite. E i brandelli
di memorie tramandate, bauli spuntati dal nulla pieni di vinili misteriosi, vecchie
onde radio che non smettono di irradiarsi nello spazio e nel tempo, finché ci
sarà unantenna a captarle. Un commovente auto-inganno, come certe
volte la musica.
Il tutto alla luce di un fingerpicking di buon livello, poeticamente (se non ancora
- tecnicamente) rintanato tra la spigliatezza di Stephen Stills e le grafie
sospese di John Fahey. Nomi grossi, troppo forse per il credito che Ward è riuscito
a cucirsi addosso finora. Ma nomi non casuali. Il tempo ci dirà di quanto
ci sbagliamo.
Intanto cè questa realtà con una promessa per ogni meraviglia
compiuta, un mistero per ogni incanto, uninquietudine per ogni dolcezza.
Delluomo invece sappiamo poco: che quella enigmatica M. forse è una
sigla per Matt - il suo nome - oppure qualcosa in più; che in famiglia
la musica è stata sempre presente e varia, musica classica e gospel, rock
classico ed elettronico, e infine ovviamente country; che per anni è stato
la chitarra dei Rodriguez, una band di San Luis Obispo - più o
meno tra San Francisco e Los Angeles - il cui primo album (Swing Like A
Metronome) prodotto da quel Jason Lytle che coi suoi Grandaddy guadagnerà le
simpatie indovinate di chi? di Howe Gelb, naturalmente. Cerchi
che si chiudono.
E Ward che dun tratto, con un piccolo aiuto, cammina da solo. Con la sua
chitarra, con quel raccontarsi scomodando memorie non sue. Scomparendo in esse.
Non ha ancora smesso di raccontarsi, di camminare, di svanire. É cresciuto.
E condannato ad ammaliarci e a rimanere fuori dal cono di luce. Come un
piacevole mistero.

Sembra spuntare da una penombra a bassa definizione, farsi largo
nella bruma del desueto, come antiche riproduzioni guastate dal
tempo, come particolari fuori fuoco, entrati per caso nel campo
dazione dellobiettivo. M. Ward si insinua nel mondo
dello shobiz dalla porta più di servizio che si possa
immaginare, quella Ow Om che Howe Gelb gestisce come etichetta
per le proprie sbilenche, irresistibili peregrinazioni auditive.
Fatte di squarci e palpiti, di suggestioni come fili sottili,
dirremovibili sdilinquimenti del cuore.
É il 1999 quando Matt consegna nelle mani di Gelb questa cassetta. Dovendo
credere alle parole di Mr. Giant Sand e non si può non farlo
- solo con una altrettanto anonima cassetta dei Grandaddy gli era capitato
di provare tanta immediata, irresistibile fascinazione.
Siamo dalle parti di un folk stecchito, malfermo eppure in prodigioso equilibrio
sulla propria toccante delicatezza. Laspetto antico, ma nel cuore una strisciante
modernità. Si prenda la sonnacchiosa Good News, con la chitarra
acustica grattugiata e lelettrica un soffio trepido, con la tastiera che
spande ombre madreperla, con quella melodia inclinata e discendente: sembra,
consentitemi, uno Sparklehorse prima dellatomica.
Oppure prendete il valzer tutto strappi elettroacustici di Look Me Over,
tra alienazione Lennon e sguaiatezza Malkmus (e viceversa), con
lassolo liquido a tradire il latente esotismo. Esotismo che si farà ingrediente
sempre più determinante nei lavori successivi, quasi a rappresentare un
conflitto esistenziale (storico, ideologico, geografico) al lavoro nella sensibilità indolenzita
di Matt. Ingrediente che qui si limita ad iniettare inquietudine e stranezza
tra i palpiti folk blues di Beautiful Car come nella stupenda I'll
Be Yr Bird, con la sua psichedelia disincantata, farraginosa e scintillante
quasi fosse diamante grezzo Skip Spence.
Se cè una strategia, insomma, è quella di muoversi al riparo
dai riflettori nellombra insondabile della modernità, per tastarne
le radici, lhumus fragile e malato, mettendone a nudo i legami ancora vivi
con quanto era sogno e utopia, potendo oggi al massimo vibrare come fantasmi
di miraggi, come un ultimo magico tremore.
La magia della canzone, sembra suggerire Matt, sta nelle cose che uno può mettere
a disposizione della propria attitudine al meraviglioso, al mistero, al sogno.
Non importa se sono poche cose (larmonica, lorgano e vaghe elettroniche
di sfondo per la claudicante Scene From #12, tra Pavement e lo Young malmesso
di Times Fade Away) o addirittura pochissime (bastano dei campanellini,
una chitarra acustica e legnetti doccasione per il siparietto di The
Crooked Spine, la chitarra, la voce e lorganino per lebbro disincanto
senza fronzoli né sconti di Song From Debby's Stairs) rispetto
agli standard attuali.
Conta invece che un folk dylaniano come It Won't Happen Twice possa ancora
rapire grazie a quel dobro allucinato e alle flautate doglianze della voce. Conta
che Fishing Boat Song mescoli con flemmatica naturalezza certo lo-fi à la
Grandaddy e inattesi capricci melodici Bowie. Contano i vapori agresti
un po CSN&Y e un po Bee Gees di Not a Gang.
Contano le sabbiosità di retroguardia innescate dalle spazzole e dallarmonica
di Who May Be Lazy (una di quelle fatamorgane Gram Parsons che
hanno fatto la fortuna di Mark Linkous).
Questo, credo, il messaggio che potremmo rintracciare nel debutto da solista
di M. Ward. Questo, credo, il cordone ombelicale con lopera anzi la visione
poetica/estetica di Gelb, la cui presenza (o meglio preveggenza, essendo le incisioni
antecedenti lincontro con Howe) appare del resto evidentissima nella parvenza
improv-country di He Asked Me To Be A Snake & Live Underground, così come
in quella Were You There? che cavalca serrata tra laceri echi west coast.
Il programma si apre e si chiude su due strumentali: lultimo Duet
For Guitars #1 è rimuginazione lieve e sospesa del tema di Ill
Be Your Bird, mentre il primo la title track è un folk
bucolico condito da tenui bave elettriche in cui il fingerpicking del Nostro
si presenta in tutto il suo splendido, defilato languore.
Sembra un crepuscolo, invece è mattino. Se guardi bene, cè una
stella nuova nel cielo. (7.1/10)

Con lopera seconda M. Ward non si limita ad affinare,
smerigliare, definire labito sonoro per le proprie diafane
scorribande al confine tra memoria, mistero e nostalgia. Certo,
la maggior parte del lavoro risiede proprio in questo, solo che
facendo le pulizie delle falsarighe tracciate con Duet
For Guitars #2, sono saltati fuori tanti di quei particolari
che riposavano nella confusione, nascosti sotto al pur fascinoso
fruscio della bassa fedeltà.
Da un lato, sispessisce lesotismo indolente già perorato nella
prima, frastagliata prova. Dallaltro, le possibilità offerte da
una decente anzi degnissima produzione permettono di ricorrere sistematicamente
allutilizzo dellelettronica e dei sample, vero e proprio sostrato
su cui in pratica ogni manufatto si adagia, spesso incorporandone il brusio,
metabolizzandolo in un solo momento espressivo.
Leffetto è straniante, lascolto si consuma in compagnia di
un persistente retrogusto dassurdo, quasi che il tempo o lo spazio o chissà quali
sistemi di segni fossero incappati in uno strisciante cortocircuito. Poi cè la
dolcezza, il trepido malinconico respiro di queste melodie, e gli strappi improvvisi,
lo svacco e labbandono, carosello di visioni incartapecorite e scintillanti.
Come per Duets For Guitar #2, linizio è in punta di piedi, strumentale,
ed è la title track: il fingerpicking è dolente, sospeso su uno
sfondo di feedback cupi e riverse minacciosi, quasi ad annunciare la dialettica
tra grazia e consapevolezza, tra incanto e realtà che pervade tutto il
disco.
Cigolii. Fischi. Found voices. Ectoplasmi vari. Vecchi 78 giri che si rimettono
a girare. Come nel soul-folk dolciastro di Bad Dreams, quella malinconia
succhiata da un reperto Neil Young periodo On The Beach.
Poi prendi landazzo da jazz strascicato di Ella, armonica e falsetto
indolente, il piano e le maracas, i piatti spazzolati e la chitarra farraginosa,
un precipitare scomposto doggetti dalla soffitta. Eppoi le brume calypso
su brontolio folk-blues di So much Water. Oppure gli intarsi operistici
ed il piano gelbiano nel crepuscolo folk di Carolina.
Prendi tutto in un solo lungo abbraccio, e puoi forse intravedere lallucinazione
collettiva cui mira Ward, laddove un Linkous avrebbe imbastito una casa
di specchi per la propria intimissima nevrosi. Matt invece annulla le pareti,
sublima le distanze. E un segnale che si fa intercettare, che cuce il lontano
e il vicino.
E una strategia di frammenti che ti mangia il cuore, come fa il country
sonnacchioso di Half Moon (struggente come certo Gelb, tra slide impalpabile
e tamburini). E un baluginare di spiriti senza casa né tempo, come
la visione dangeli terreni in Archangel Tale (gli archi, il flauto,
i campanellini, i grugniti elettrostatici), come gli umori esotici e le uggie
religiose di Psalm (Nick Drake se fosse nato sulle rive del Mississippi).
E una semplice, diretta, limpida dichiarazione damore per un viaggio
fatto di note che non finiscono di farsi ascoltare, come il folk blues luminoso
di Color Of Water (dal piglio rurale come la tarda classicità Neil
Young di Harvest Moon) dove la voce si sdoppia e sfarina tra echi
tropicali, dove la slide e il piano sono refoli di sogno.
Ogni traccia unoccasione, unapertura che si schiude, fantasmi gracchianti
che entrano (il folk blues rauco di Seashell Tale), treni che si dileguano
sferragliando (il piglio country blues di Silverline, con qualcosa degli Zeppelin acustici),
strategie minime (il bolgie piano-chitarra-batteria di Flaming Heart)
e marchingegni strani (le giustapposizioni di chitarra acustica e feedback di From
A Pirate Radio Sermon, 1989, speranzosa e zoppicante).
Malgrado ciò, stupisce la cangiante struttura di OBrien/OBriens
Nocturne, con la voce quasi waitsiana in primissimo piano a masticare un
bozzetto di melodia come Gelb insegna, una seconda parte dallestenuante
afflato, interlocutorio e senza fine, la chitarra e il basso, le maracas e il
bofonchio elettronico.
E un po come camminare ad occhi aperti in una lunga camera di decompressione.
Il modo di M. Ward per salutarci. E invitarci a tornare. (7.6/10)

Non è che il mondo si fosse dimenticato di lui, in questi
due anni di relativo silenzio. É che di lui pochi al mondo
si erano accorti. Ma di questo M. Ward sembra non curarsi, si
può dire che tale situazione è organica ai canoni
estetici che persegue.
Con la terza prova quindi tenta di puntualizzare la propria rielaborazione in
chiave solipsistica dei codici (genetici) folk-blues. Lo fa con calma, con umile
cocciutaggine, con delicata dedizione.
Anziché dirigersi verso la drammatica solennità di un Will
Oldham o
la tregenda cupa di un Jason Molina, si lascia dolcemente pervadere da
vapori soul trasognati (lectoplasmatica A Voice At The End Of The Line)
e speziati retrogusti latini (lo spiazzante melange di Fool Says) in fragrante
filigrana lo-fi, innescando strani processi di malumore, abbandono, frenesia
e leggerezza, saldamente piantati al suolo eppure volatili ed evanescenti come
lo sfarfallare dun falò.
Il mood si assottiglia, cristalli opachi sostituiscono i vetri scheggiati, tanto
che mai come qui la voce ricorda da vicino quella del Nick Drake più ammiccante,
a cui del resto paga dazio con Poor Boy, Minor Key, per metà opaco
duetto jazzy chitarra-piano ed il resto simile a certe cose del bardo di Tamworth-In-Arden
(chessò, tra Been Smoking Too Long e I Was Made To Love Magic).
Lo stile chitarristico sprizza ora cromatismi rugginosi (Get To The Table
On Time) ora soffice e accorato dinamismo (la breve Duet For Guitars No.
3, non troppo lontano dal Jim ORourke acustico, che è come
riverire di sponda il grande John Fahey). Suona il piano come un romantico
demodé, il cuore totalmente disincantato.
Sorprende ma non troppo che di lui si sia infatuata la scomoda sensibilità di
Chan
Marshall, tanto che una versione di Sad Sad Song è appuntamento
fisso del live act dei Cat Power. Stiamo parlando della traccia numero
tre di questo Transfiguration Of Vincent, blues rurale consumato in una penombra
dorgano, tra nude lusinghe di chitarra e campanellini in un palpitare fragile
di tamburi, con la voce strappata ad un sussurro via vocoder e lassurda
insidia di un basso sintetico.
Non è lunico momento contagioso rintracciabile tra le quindici canzoni
in programma, (in)docilmente aggrappate ad un solco narrativo (la dolorosa parabola
di Vincent OBrian, quasi una reincarnazione paradigmatica di Vincent
Van Gogh) ma quasi sempre in grado di giocarsela in proprio.
E quello che capita al country gospel di Dead Man, impalpabile e
toccante, al folk dai sapori caraibici di Outta Of My Head (baluginano
corde, spande luce lorgano, prima si affila e poi si chiude a riccio la
voce sul compiersi melodico), alla quasi title-track Vincent OBrian (power
pop su palchi vaudeville come talora è riuscito al miglior Ed Harcourt)
e al bluegrass trasfigurato di Helicopter (il canto ebbro, lincedere
saltellante che avocati gli spiriti tutelari di Violent Femmes e
Giant
Sand - scava un tunnel tra la Graceland di Paul Simon e lasprigno
fulgore di Joseph Arthur).
Appurata la disarmante facilità di partorire temi ammiccanti, occorre
sottolineare come il cuore del disco riposi il proprio ombroso palpitare nella
malinconia traslucida di Undertaker, calypso in slow motion dal commovente
gioco di corde e voce in primo piano (su orizzonte di synth, organo e armonica),
e in parte nella stranita rilettura folk della bowiana Lets Dance,
satura dindolenza lieve, di sarcasmo disinnescato, gioco di memorie sprofondate
nel groviglio del malanimo.
Aprono e chiudono, a confermare il vezzo antico, due cinematiche parentesi strumentali,
entrambe intitolate Transfiguration: la prima (la N° 1) è una
specie di jam tra Sparklehorse e Calexico con tanto di field recording
cicaleggiante, mentre la conclusiva (N° 2) ci serve una malinconia di piano
come potrebbe offrircene lHowe Gelb più ordinario, identica invece
lamarezza dissimulata, lo sguardo gettato nel cuore schivo delle cose.
Disco dalla semplice fruizione che rivela insospettabili profondità. Per
Ward, una consacrazione sottovoce. (7.5/10)

Da uno come M. Ward ci si potrebbe lecitamente attendere il
capolavoro che ti strappa lo stupore dai polmoni. Di più:
con un po di sforzo ed elasticità mentale, puoi
addirittura figurartelo spedito ai piani alti delle charts dal
primo spot che ne adottasse leleganza indolenzita. Possibile.
Ma improbabilissimo.
Questo disco - anche questo disco - fa solo intuire potenzialità che Ward
preferisce tenere al guinzaglio di una coerenza lucida e appassionata, cocciutamente
votata alla retroguardia, quasi che i riflettori e gli strepiti della prima linea
potessero guastarne la delicata fattura. Non cè insomma ne lombra
né la voglia di tentare il grande balzo, di sterzare verso territori più eclatanti. É come
se Matt si giudicasse arrivato dal punto di vista estetico e poetico
e quindi tendesse a rassodare gli argini eretti finora. Difficile dargli torto,
visto il risultato.
Questo Transistor Radio infatti non porta in dote cedimenti né sostanziali
novità. Il folk e il blues (e il country, e il RnB, e certe striscianti
inclinazioni jazz) da una parte, dallaltra un palpitante lavorio sintetico
di sfondo, nel mezzo una voce che scivola e svicola tra nostalgiche visioni e
siparietti trepidi (emblematica in tal senso è Hi-Fi, con le pennate
uggiolose tex/mex e il guaito ombroso del synth, così malferma e instabile
da traslare su un piano onirico, rappresentazione nostalgica di un rimpianto
impossibile).
Cospicuo il numero di pezzi in scaletta (ben sedici, eguagliando il record dellesordio),
come quasi dabitudine aperta e chiusa da brani strumentali: un po sorprende
la scelta di You Still Believe in Me (dal mitologico Pet Sounds dei Beach
Boys, qui folk agreste, arioso, come ad aprire le porte di un paradiso immaginario),
e ancor più la chiusura affidata a una Well-Tempered Clavier firmata
nientemeno che J.S. Bach, chitarra e organo per una mesta dissolvenza
tra senso di perdita e sogno.
Tra di esse, la solita elegante strategia dincanti, trapassi temporali,
ipnosi esotiche e insidie postmoderne: ballate ciondolanti come Sweethearts
on Parade (la voce da crooner efebico e un ghigno distorto di chitarra simile
ai modi del tardo Lou Reed), lasprigna verve country di Deep
Dark Well (pervasa di trasfigurazioni antillane), la riesumazione della psych
aerea di I'll Be Yr Bird (dal primo album). Sogni che sanno dessere
finzione sognata, scialuppe di salvataggio che sperimentano il rammarico della
propria impossibilità.
E ancora, la foto seppiata di One Life Away (folk blues captato su frequenze
daltroquando), e il boogie ruspante di Big Boat (la voce irruvidita,
ai cori Vic Chesnutt e Jenny Lewis, riverberi stretti e poche spine
disponibili), e il country blues in sordina di Oh Take Me Back (con tramestio
rag di bacchette di soppiatto).
M. Ward potrebbe sembrare un tipo cervellotico, uno con una missione capricciosa
destinata al vicolo cieco. Invece, ecco, è un tipo semplice. Capace di
uscirsene con piccole meraviglie quali Fuel For Fire (cigolii acustici,
campanellini, un piano dalla stanza dei fantasmi, una viola della stessa materia
dei sogni, la voce assolta da un ebbro, dolciastro abbandono) o Radio Campaign (arioso
country blues dal ritornello disarmante & disinvolto come un Jens
Lekman).
Quasi dimenticavo: cè un filo che unisce queste canzoni, ne fa una
collana o meglio una playlist dallultima radio libera al mondo, ormai quasi
un ideale romantico e ahinoi anacronistico cui è dedicato il disco. Un
pretesto, nientaltro che questo. Non si risolve infatti e del resto
non se ne avverte lintenzione lo iato tra farraginosità dellinsieme
e splendore del frammento.
Un disequilibrio a suo modo perfetto, in mezzo al quale sbocciano fiori splendidi
come Here Comes the Sun Again (più o meno velato omaggio a George
Harrison, voce arrochita e organo a spandere tepore), scorie lancinanti come Four
Hours in Washington (il canto preda di un megafono sabbioso, la chitarra
indiavolata, lorgano aspro, la batteria cruda) e disincanti senza quartiere
come Lullaby + Exile (swing narcotizzato, una chitarrina, il fischiettio,
un vago trasporto e la più dolce, irrisolta trepidazione).
Ciò che conferma ancora una volta la statura autoriale di M. Ward, tra
i più raffinati e lucidi testimoni di una tradizione che non scorda di
passare alla cassa della modernità.
Con una incrollabile vocazione ai sogni poco chiassosi. Capaci dindicarci
la via per noi stessi, meglio che possono. (7.0/10)

Per chi è sopravvissuto alla guerra, il resto dell'esistenza non può che essere dolce. Questa frase, o qualcosa del genere, diceva qualcuno in Bolero - Les Uns Et Les Autres, film di Claude Lelouch di troppi anni fa. Parole che non ho più scordato, e che mi tornano utili quale ideale chiosa al quinto album di M. Ward. Canzoni che inseguono una tenerezza possibile però mai completa, gravata in qualche modo dal tipico torpore del Nostro, da quel suo imbastire un’illusoria (e illusionistica) dislocazione temporale, tentando di riprodurre un'età del bronzo sentimentale/musicale situata tra gli albori della contemporaneità e l'irreversibile tramonto dell'innocenza. Dopo la guerra, d'ogni ordine e grado, c'è innanzitutto la ricostruzione del sé nel mondo, un mondo di possibilità pur tra le certezze sventrate. L'euforia, la dolcezza e il timore in un impasto fragile ma vitale. Ed ecco quindi che Post-War suona come l'album più accattivante di Matt, forse il più leggero ma di una leggerezza che al solito t'inguaia. Non potrebbe essere altrimenti con quella voce che scava bassorilievi struggenti, ruvide sinuose escrescenze d'anima, sperdute tra incanto e dissipazione, tra pietà e speranza malgrado tutto il livido del cielo sopra le macerie.
Guizzi luminosi e succose vibrazioni di hammond tra desertiche ubbie tex-mex (Right In The Head), un'efflorescenza vaudeville beachboysiana (Magic Trick), soul languido spinto da pigri riverberi d'organo (la title track), una locomotiva folk-blues a perdita d'occhio (Chinese Translation), gracili miraggi d'archi per scentrati deliqui fifties (Poison Cup), una calda intossicata malia gospel (Rollercoaster): il cuore prezioso d'ogni pezzo nascosto nella nebbia d'una messinscena che ormai ben sappiamo, quel senso di rassegnazione emotiva, d'irreparabilità, di presente catturato in un ritratto antico, dal quale sgorga una vivida, energica nostalgia. Come in To Go Home, cover di Daniel Johnston a galoppo in un entusiasmo senza gravità, tra brume à la Howe Gelb ed evocative pennellate vocali gentilmente offerte da Neko Case. Il ragazzo è cresciuto, ormai sa giocare col proprio fare musica, sa spingersi fino al limite dell'abisso che separa l'allegria dalla cupezza, masticando noir e umorismo con polverosa disinvoltura Tom Waits (la stupenda Requiem). A noi che da tempo lo apprezziamo, non resta che goderne. Tuttavia ci lascia un senso di preoccupante capolinea poetico, sottile e angoscioso, ben chiaro nella conclusiva Afterword/Rag, valzer affogato in crema d'organo prima e minimale elucubrazione folk-blues poi: s'avverte come uno sforzo di risveglio, un procedere a tentoni nel buio d'un sogno appena svanito, che non si vorrebbe più dover sognare. Post-War, ovvero post-Ward? (7.3/10)

Si dice che il tour invernale di Matt abbia registrato regolari sold out. Del resto, un disco come Post War doveva per forza trovare pascolo nella sterminata coscienza collettiva d'America, mai tanto scossa, stordita, disorientata. Il contributo al nuovo album di Norah Jones, per quanto piccolo, e la conseguente nomina alla carica di opening act per il suo tour primaverile, potrebbero quindi rappresentare una sorta di consacrazione per il ragazzo di Portland, malgrado né il disco né l’autrice reggano il confronto con la sua opera (si sa, sono i soffici paradossi del mercato).
In ogni caso, non può che farci piacere. Intanto la Merge decide di tenere in caldo questo brancico d'hype licenziando il qui presente To Go Home EP, che - oltre alla splendida cover di Daniel Johnston già apprezzata sull'album - offre tre gustosi inediti. C'è il country trafelato, sferzante di Cosmopolitan Pap, piano sperso gelbiano e una storta ironia, poi la strascicata mestizia in blues polveroso di Human Punching Bag, dove il massimo del croonerismo wardiano è un carezzevole profluvio libero da (auto)compiacimenti. Infine, la cover di Headed For A Fall (pezzo dello storico countryman Jimmie Dale Gilmore), che tra miagolii di slide e sax baritono imbastisce una festosa scorribanda col pensiero un po’ a Springsteen e un po’ alla Rolling Thunder Revue (tolto un bel po’ di sacro furore), graditi ospiti Neko Case, Nels Cline dei Wilco e Jim James dei My Morning Jacket tra gli altri. Un piccolo, prezioso, ulteriore segnale. (6.8/10)