Guerrigliera Tamil nel video di Galang. Dea Kali sulle note di Jimmy. Sono i due estremi di M.I.A., la prima vera diva della nuova epoca globalizzata. Linguaggio pop transculturale. L’Asia come terreno di battaglia per le idee politiche. Groove da giungla, beat acidi, liriche velenose. Con tutta l’urgenza femminile di una 30enne srilankese che abita il mondo e lo agita dall’interno.
“I'm armed and I'm equal. Physical, Brute force”. Combat rap, afro soundsystem, movenze elettro etno, campionamenti a gogo infilzati come lame nella scatola. M.I.A. is coming back with power power! Il braccio riottoso dello Sri Lanka che si era fatto strada a colpi di rima e beat è di nuovo sulla bocca di tutti con l’invettiva antimachista del nuovo singolo Boyz. Cruda M.I.A. Non la marxiana intellettuale ma la ragazza d’azione. Bella sexy senza che il beat molli mai il colpo. Quella voce femminile girata cinica. Quei modi brit per niente East London eppure quella prammatica working class tutta inglese. Una militanza hip hop made in London, che vuole il ritmo dei beat come rasoiate acide e il basso come una bomba che piove in continuazione (bleep compresi). Così i versi di Boyz, in un canovaccio che segue il precedente Arular aumentando le fragranze world e le sincopi al fulmicotone, in una formula definitivamente potenziata. E la ricchezza dei nuovi campionamenti tutti compressi e sparati a palla come in una lavatrice incantata e colma di vestiti. Percussioni afro, trombe, campanacci ai piedi. Cutting transglobal terzomondista per una marcia militante che sa essere sexy senza silicone Nip & Tuck. M.I.A. è cinica e concisa e Kala è un album tosto. La maturazione di una quasi adulta classe ‘77. Kala, dal nome di sua madre, è il ventre materno dentro cui Maya piega il pop ai suoi desiderata. Jimmy, secondo singolo, rilegge alla sua maniera una vecchia canzone bollywoodiana che le cantava sempre sua madre da bambina. “Strings” da danza indiana e base discomusic di quelle che piacciono alla nuova borghesia di Bombay. Il video poi, uno sballo lo-fi nello stile di Neneh Cherry (ma furbamente lavorato al laptop – beati ‘80). E il testo? Un sarcastico omaggio alle love song dove le lei vengono abbandonate da sempre più manageriali e tecnologici partner, sempre busy e sempre static on ya satellite phone.
Ma chi è M.I.A.? L’acronimo sta per Missing In Action e si riferisce al padre, l’uomo il cui nomignolo politico - Arular - dà anche il nome al primo disco. Mathangi "Maya" Arulpragasam (il suo vero nome) è infatti figlia di un’attivista Tamil, Arul Pragasam, srilanchiano dal passaporto inglese. Nasce a Londra ma dopo sei mesi è costretta a trasferirsi in terra natia con la famiglia dove il padre s’unisce all’ Eelam Revolutionary Organisation of Students (EROS). I contatti con lui si fanno rarissimi e mia-maya assieme alla madre e alla sorella è costretta a continui spostamenti. Sono i nonni prima (e la stessa madre dopo) ad accudirla e nel frattempo la fuori c’è la Guerra Civile. Le condizioni di vita sono pessime e il conflitto sempre più aspro. Alla fine gli Arulpragasam tornano a Londra come rifugiati politici. Maya imparerà l’Inglese più tardi, all’età di 11, ma con le orecchie già nutrite all’hip hop che risuona nei cortili dei Flats attorno casa (di South London). Successivamente intraprende al Central Saint Martins College of Art and Design gli studi d’arte e cinema. Si dà alla pittura (tecnica spray, appeal pop e figurativo con temi Tamil), disegna la copertina di The Menace delle Elastica e le segue in America. Incontra Peaches che le consiglia una Roland 505 – un sequencer – con cui compone tracce come Galang e Lady Killer. Proprio la prima traccia fa breccia presso i Dj londinesi e presto la XL la chiama a sé. Un colpaccio. Ma il vero affare arriva poco dopo. A un dj set di Diplo, M.I.A. rimane colpita dalle grandi affinità che la legano al personaggio. Poco dopo vola a casa sua per incidere l’album di debutto, utilizzando anche del materiale registrato per il mixtape Piracy Funds Terrorism che li vede entrambi protagonisti. E’ l’inizio di una guerriglia groovy inarrestabile. Quando esce Arular i dj dei club londinesi pompano garage e grime. Stili hip hop nati dal basso, dalle periferie londinesi. Personaggi come Dizze Rascal arrivano sulle console più in voga. M.I.A. non fa in tempo a passare per la stessa porta che viene censurata da MTV per i riferimenti al PLO (L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina) contenuti in Sunshowers. Per tutta risposta, la frase incriminata rimane, il video non passa sul network, il disco furoreggia comunque, vince il Mercury Music Prize e apre le porte ad un tour con Gwen Stefani. Quando l’intellighenzia da club incomincia a storcere il naso, lei sta già viaggiando per incontrare Timbaland e registrare nuovo materiale per quello che sarà Kala. Inarrestabile.

Che gli snob della club culture storcano pure il naso vedendo M.I.A. in versione Kali-dance. Questa musica non è più per loro e forse non lo è mai stata. C’era bisogno di un personaggio come lei nel giro plastificato del mainstream. Se il massimo del colpo d’anca che s’è visto negli ultimi mesi è stato prodotto dalla joint-venture Shakira-Beyoncé, allora che ben vengano le figlie incazzate degli “stati canaglia”. Una come lei poi… che ha già sufficiente carisma per riuscire a collaborare con Gwen Stefani e Missy Elliott e al tempo stesso sbattere la porta in faccia a MTV. Perché noi siamo come Eddie Murphy in Il principe cerca moglie; tanti piccoli principi di Zamunda, che cercano una donna che sappia stuzzicare sia l’uccello sia il cervello. E Maya non è certo una che le manda a dire, specie contro tutti i Boyz di questa terra. Kala è un piccolo bignami di tutto quello che bisogna mettere in un disco per farne un prodotto strategico da marketing globalizzato e lei ha le skills per essere quella che già è, la prima diva new global allevata sulle sponde di un immaginario Gange culturale, ma presto esportata per necessità. Brani come Jimmy e Bamboo Banga sono piccoli manifesti per la rivincita dei tanti “Apu” presi sottogamba come un effetto esotico da colonialismo di riporto. M.I.A. è cresciuta sotto ogni punto di vista.
Arular era come una mitragliata improvvisa nella giungla del Congo. Kala come un accerchiamento strategico studiato nei minimi particolari. Faccende come garage e grime sono ridotte a effetti collaterali. Dettagli in un più vasto disegno generale che prevede varie categorie di ritmi e per forza di cose riempitivi piacevoli, ma inesistenti se presi singolarmente: Mango Pickle Down River per esempio, che pure gode dell’apporto dei bimbi aborigeni rapper chiamati Wilcannia Mob o World Town e The Turn che si allineano facilmente lungo la scia guerrigliera del precedente Arular. Ci sono poi i brani più propriamente killer. Quelli che si fondano su un matrimonio perfetto tra ritmi, samples e melodia. L’attacco micidiale di Bamboo Banga che fonde il richiamo alla Roadrunner di Jonathan Richman "Roadrunner, roadrunner / Goin' hundred miles per hour / With your radio on / With your radio on" e un brano preso dalla colonna sonora di un vecchio film Tamil. Un altro film Tamil, intitolato Jayam viene messo dentro Bird Flu, per un’orgia di ritmi tribali e voci infantili. Il secondo singolo Jimmy, riadatta Jimmy Jimmy Aaja dal film di successo bollywoodiano Disco Dancer. E ancora 20 Dollar, che su una base di synth che pare una versione rallentata di Blue Monday dei New Order, ci mette il testo di Where Is My Mind? dei Pixies. Il massimo M.I.A. lo raggiunge probabilmente con Paper Planes, che campiona un riff di chitarra di Straight To Hell da Combat Rock dei Clash e gli costruisce sopra un ritornello irresistibile cantato da bambini e miscelato con colpi di pistola e un registratore di cassa che si apre come quello di Money dei Pink Floyd. “All I wanna do is (BANG BANG BANG BANG!) / And (KKKAAAA CHING!) / And take your money”.
Il lavoro in sede di produzione non potrebbe essere migliore. Anche qui, M.I.A. ha fatto tutto o quasi da sola, una mano su alcune tracce le è stata data da Diplo e Switch, mentre Timbaland ha prodotto solo il brano dove appare anche lui, Come Around, da collocare alla categoria riempitivi di cui sopra. Se Bjork è stata la madrina delle passate olimpiadi al suono di Oceania, dopo un lavoro del genere possiamo ufficialmente candidare M.I.A. al titolo di madrina delle prossime olimpiadi cinesi. Per il ruolo bisogna conoscere bene cose come Asia, diritti civili e appeal mediatico. Chi meglio di lei? (7.5/10)