Breve storia di un avvicendamento: da una trasognata levità alla saggezza della depressione. Lo slow-core dei Low Lows dal folk pop dei Parker & Lily – o, se preferite, il dubbio tra un passaggio stilistico provvisorio o l’emergenza di una vera scorza.
Croce e delizia. A New York – terreno di facili mode – è difficile esulare da una scena. È delizia per chi punta sulla propria innegabile intelligenza, come i Tv On The Radio. O croce per chi è intimidito dall’arroganza necessaria ad emergere.

Parker Noon e Lily Wolf erano stati membri fondatori dei Valentine Six; pur trovandosi, nella Grande Mela, a nuotare contro correnti avverse, sull’uscio del vecchio millennio, decisero di prolungare la loro relazione sentimentale in un nuovo gruppo; la band nascente si chiamava Parker & Lily, e si fregiava, oltre ai piccioncini menzionati, della presenza di Daniel Rickard e Jeremy Wheatley. Tra vibrafoni e organetti, i quattro svilupparono una musica lontana da autoreferenzialità cittadine, in bilico tra psych-song farfisiane e fragili bozzetti da proiettare sui grattacieli.
Non trovarono un’etichetta nella loro città, ma divennero profughi come hippie, e cambiarono tre label in tre dischi. La prima fu la Orange di San Diego, che nel 2001 diede alle stampe il primo album dei Parker & Lily, Hello Hallo. Arpeggi quasi country, steel guitar e soprattutto un ricamino di tastiere vintage giocavano all’uncinetto attorno alle due voci di Noon e Wolf, con un effetto carezzevole ma forse un po’ troppo infantile, nella eccessiva cura della delicatezza – come in un amore adolescenziale.
Il gruppo iniziava a colpire i cuori americani e nel 2002 pubblicò, questa volta a Los Angeles (presso la Manifesto) il secondo album, Here Comes The Winter. La componente psichedelica si fece appena più presente, in concomitanza con gli arrangiamenti sempre più prestati alla liquidità dei Farfisa da spiaggia e dei Vintage Rhodes – ma di una psichedelica da fantasia fanciullesca, da nascondino impressionista, mai acida.
Mancava qualcosa. Anzi, Parker e Lily stavano troppo bene, e i loro due amici assecondavano senza essere infastiditi dal loro amore. Fortunatamente, qualcosa presto si ruppe. Ma prima ci fu l’inizio della collaborazione con la Warm di Athens, (cittadina universitaria della Georgia, da cui in realtà provenivano tutti tranne Parker – l’unico davvero newyorkese della band), con cui i P&L fecero uscire The Low Lows, nel 2005. Noon & Wolf vi pervennero ad un suono meno leggero e trasognato, e la voce di Parker divenne preponderante, un’interferenza che si muoveva su sfumature di presenza. Era una voce shoegaze e dream-pop – con quella pronuncia psichedelica della forma canzone. Era anche un corto-circuito che scaricava la scossa a basso voltaggio dei Low. E direttamente dall’incrocio tra dream-pop, shoegaze e slow-core nasceranno i Low Lows, per diretta emanazione dai Parker & Lily, come quando si accompagna un bimbo che deve imparare ad andare in bicicletta, tenendogli la mano – e poi lasciandola senza che si accorga che ha imparato da solo. Perché allora cambiare nome? Perché la coppia è scoppiata, e i Low Lows sono i Parker & Lily senza la (bella) signorina Lily.

Fire On The Bright Sky uscito nel 2006 sempre per la Warm (e per la Monotreme) - anziché proseguire gli acquarelli di Noon e Wolf, dunque, non si libra nell’aria, ma riesce a stento a sollevare delle zampe per muoversi sulla terraferma. E lo fa in maniera quasi-struggente, nella tradizione che risponde all’etichetta slow-core.
Il cantare strozzato in gola (come in White Liner, forse la canzone migliore del disco), deviato su per la cavità nasale e lì fermato, come se le melodie fossero interrotte da un singhiozzo, è passato da Low Lows ai Low Lows. Sono evaporate molte delle tastiere liquide, rimpiazzate da chitarra distorta ma dimessa e sparuti organi; ma soprattutto è comparso il passo pesante e desolato dei Codeine (Candy’s Last Day), con la tecnica dell’accordo minore fatto cadere indisturbato in battere, sostenuto da grancassa, un masso che fa buchi rimanendo intatto.
In questo nuovo ambiente, è ancora la voce di Parker a fornire la cifra distintiva. Con essa – a coniugare Neil Young (un brano si chiama pure St. Neil), Smiths e R.E.M. (Dear Flies, Love Spider) – i Low Lows riescono a non limitarsi all’inseguimento di Codeine, Low (Velvet) o Picastro, né di Slowdive o Bark Psychosis. E Fire On The Bright Sky ci lascia un desiderio di leggerezza, forse perché nato dalla rottura di una Arcadia. In definitiva, ascoltare i Low Lows fa venir voglia di ascoltare i Parker & Lily, e viceversa. Andrebbero visti dal vivo – se la promessa di rumorismo maggiore in veste live è veritiera. Nel frattempo il prossimo disco dei Low Lows è già in preparazione. Vedremo dall’umore se Parker si è trovato una nuova morosa. (6.8/10)

Avevamo detto che i Low Lows sono nati dall’incrocio “tra dream-pop, shoegaze e slow-core”, e lo avevamo detto a ragion veduta, dopo aver ascoltato Fire On The Bright Sky. Shining Violence, di certo, non fa cambiare idea, e spinge verso l’effetto strappa applauso la coincidenza di queste coordinate.
La seconda uscita sotto la nuova ragione sociale di Parker Noon non è però una replica del passo pachidermico dell’esordio; l’incedere è anzi la principale novità; ora è sinfonico e magniloquente, piuttosto che mosso dalla pesantezza lenta dello slow-core; facendo tesoro e incetta dell’esperienza con Wurlitzer e Farfisa già usati nei Parker e Lily, procede per una stratificazione dei livelli produttivi che partecipano tutti di uno stesso umore struggente (ma mai depresso, neanche negli episodi più lenti, come Raining In Eva) di rinascita, di espiazione avvenuta (Modern Romance). Un tratto evidente di continuità è la rarefazione vocale, che però in Shining Violence è ancora maggiore, fino addirittura a far pensare, spesso, ai sussurri dei Labradford.
Letto questo, qualcuno ipotizzerà che questo disco sia sbilanciato verso il dream-pop, piuttosto che verso lo slow. Non c’è dubbio che ci sia stato un intento d’ambientazione nella testa di Noon. Ma tra i due litiganti un po’ sorprende Elizabeth Pier, con la sua struttura da canzone tradizionale accompagnata da feedback di chitarra, da manuale Jesus And Mary Chain senza se e senza ma. Anzi, non sorprende affatto, perché, tornando a quanto si diceva all’inizio, questo è un album al servizio dell’effetto, dell’impatto, sintonizzato per veicolare un sentimento nell’ascoltatore; va da sé che ci si assume la responsabilità di poter stufare, a lungo andare (cioè già da Disappearer). Non che non ci sia una certa variazione verso il country-dream (Tigers, Five Ways I Didn’t Die), ma sono episodi meno convincenti; e alla fine si ritorna a pensare a quella formula (Sparrows) che ci stanno proponendo, testardamente, i Low Lows, che cerca uno slow (niente -core) sottratto alle decadi musicali, come un lungo ed esistenziale viaggio di ritorno in auto. Per un pelo, ma credo ce l’abbiano fatta, a convincerci. (6.9/10)