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Lightning Dust/Black Mountain/Stephen McBean

di Giancarlo Turra
L’ascesa, gli sviluppi, gli incidenti di percorso e il presente continuo del deus ex-machina Stephen McBean, da Jerk With A Bomb a Pink Mountaintops fino ai Black Mountain. Dal rock classico all’hard, dall’indie roots al folk e alla psichedelia. Le mille anime e l’infinito rapporto che la musica intrattiene coi propri innumerevoli ieri.

 

Stephen McBean - The New, The Old And The Hard

di Giancarlo Turra

Musica moderna?

Nel caos esponenziale in cui la quotidianità s’è oramai infilata, ci sono alcune “tendenze” che hanno modo di venire a galla e dimostrarsi più solide dell’ennesima moda. Tra nuova onda della nuova onda della nuova onda, folk, ultra noise e quant’altro, abbiamo intravisto una vena facente capo al barbuto Stephen McBean, sfuggente e capace di stimolare riflessioni sull’infinito rapporto che la musica intrattiene coi propri innumerevoli ieri, nonché cifra ricorrente del decennio in corso. E’ un fatto incontrovertibile che, completato lo sviluppo a suon di terremoti, i panorami stilistici si sono da lì in seguito espansi tramite aggiustamenti più o meno grandi a seconda dei casi. Si partiva e si parte tuttora dal già detto per conferirgli forme il più possibile inaudite, talvolta riuscendoci e talaltra limitandosi a recitare da copisti, inventando insomma poco o nulla perché nulla in fondo si inventava da zero neppure all’epoca delle rivoluzioni. Qui il sospetto muta in certezza: mai stata “tabula rasa” la musica rock, piuttosto una magnifica meticcia per la quale accampare pretese di purezza non ha alcun senso, giacché significa sminuirla e non accorgersi che è la sintesi dell’esistente a risultare casomai fresca. Addentrandoci nel ventunesimo secolo, nondimeno, la disponibilità di un passato ancor più ricco e radicato da cui attingere ha finito per confondere definitivamente le carte, sparpagliarle lungo mille rivoli e nicchie innescando un processo senza ritorno. Tutti insieme e non proprio appassionatamente, i revival adesso non attendono più l’abituale scarto pressappoco ventennale; frattanto, chi continuava a sovrapporre e intersecare ha spinto i confini del canone di qualche metro in avanti, di nuovo. Alla fine ci siamo convinti: è predisposizione connaturata all’arte il morire ogni giorno e rinascere il successivo in una giostra di reincarnazioni formali e spirituali. Anche quelle che, sciaguratamente, appartengono a tempi bui da tempo consegnati alla pattumiera della Storia.

Venuti dalle montagne

 “La Black Mountain Army è un ombrello con cui siamo soliti descrivere la nostra famiglia allargata di amici, musicisti e artisti: Black Mountain, Pink Mountaintops e Jerk With A Bomb, più numerosi collaboratori che si occupano di musica, film, arti visive… L'obiettivo principale è solo esistere in modo da incoraggiarsi, sfidarsi e supportarsi reciprocamente in tutto ciò che facciamo." (Joshua Wells)

Il filone di cui ci occupiamo ruota praticamente attorno al solo, succitato e iperattivo individuo, due al massimo se contiamo il suo braccio destro Joshua Wells, cosa che piacevolmente evita di montare un’inesistente “scena”. Al primo ascolto, le formazioni in cui operano questi artigiani paiono rispolverare luoghi comuni di quel rock che - tra la fine Sessanta e primi Settanta - abbandonava progressivamente le radici per viaggiare in spazi interiori e non, concentrarsi sulle potenzialità del riff o darsi all’onanismo. Da lì si deve dunque partire e c’è poco da stupirsi, poiché solo con l’esplosione del grunge l’influenza dei vituperati Black Sabbath (come, va da sé, quella dei Led Zeppelin) è stata compresa appieno; idem quando seguirono le elucubrazioni hardeliche griffate Motorpsycho e l’acida possanza dei Kyuss: fu il turno dei Blue Cheer e dei “tamarri” per antonomasia Grand Funk Railroad, cui dobbiamo - più nel male che nel bene - una fetta ampia dell’hard così come lo conoscevamo (amen se pochissimi si sono dati la briga di richiamare in causa gli Jozefus o decretare la Grandezza sincretica degli Spacemen 3). Da che è stato allora “sdoganato”, come ama dire la critica amabilmente civettuola, il rock duro non ci ha più lasciati, affaccendato nel mutare le sue sembianze: che sono da sempre i Melvins, un power trio ambient-metal? Cosa suonano gli Earth, minimal-roots-hard? E dove li cataloghi Isis, Sunn O))) e allegra compagnia? Questo complesso di cose è certamente noto a Stephen, che non è un novellino e come tale s’è regolato, impegnandosi fino a ieri l’altro nella felice coabitazione di Tony Iommi, Lou Reed (Stephen: “I Velvet stanno nella mia classifica dei cinque gruppi migliori di sempre”: si sente, eccome) e Jimmy Page. Non solo, giacché in quest’ipotetica musica di retroguardia - certo non più nuova dei Wolf Eyes - il Nostro ha centrifugato e mescolato, avvicinandosi con passo autorevole al genio e ogni tanto abbracciandolo. Il bello, oltretutto, è che i suoi Black Mountain stanno diventando un nome chiacchierato oltreoceano dopo aver aperto alcune date del tour americano dei Coldplay (immaginarsi le facce tra il pubblico), mentre l’album d’esordio ha raggiunto la ragguardevole cifra di 30.000 copie vendute. Servisse un’ulteriore conferma, sappiate che l’altra creatura Pink Mountaintops è stata chiamata dai Mudhoney allo scorso All Tomorrow's Parties. Tirate le somme, converrete che, se a poter diventare “quasi famosi” siano tizi col look a metà tra i villici di Un tranquillo weekend di paura e la famiglia Manson rabbonita, vi sia perlomeno qualcosa per riconciliarsi col mondo, a prescindere dalla qualità della musica.

Adesso, però, facciamo un passo indietro e partiamo da dove le cose hanno inizio. Il chitarrista e cantante Stephen McBean è attivo a Vancouver insieme al batterista Joshua Wells dalla fine degli anni ’90 con sigle ben poco suggestive come Jerk With A Bomb e One Easy Skag. Se questi ultimi non lasceranno tracce, Jerk With A Bomb rappresentano invece l’embrione oscuro del presente, portandone in spalla pregi e difetti tipici nel trio di lavori pubblicati, sfoggiando argomenti interessanti che necessitano comunque di focalizzazione. Death To False Metal (Seven Segment, 1999; 6.8/10), The Old Noise (Scratch, 2001; 7.3/10) e Pyrokinesis (Scratch, 2003; 7.0/10) offrono impennate e acusticherie, pianoforti western e batterie spazzolate, chitarre distorte in polverosi cinemascope Crazy Horse e le corde vocali di Stephen, curiose ed agre parenti dei Jacobites, come talvolta sono le atmosfere e strano che nessuno li abbia citati. Buona, spesso ottima consapevolezza del passato che chiede di farsi contaminare: sono i benvenuti alcuni sfasci in bassa fedeltà e il passo troppo catatonico per non essere odierno. A mo’ d’esempio citiamo il rilucere di una Tragic Anatomy degna degli Engine Kid e il Cave in lotta con se stesso dipinto in The Devil’s Ire.

Concluso il tour di Pyrokinesis, McBean prende accordi con la Jagjaguwar e - mentre i Black Mountain debuttano a ottobre 2004 col 12” Druganaut - raduna alcuni amici e si dedica a Pink Mountaintops (Jagjaguwar, 2004; 7.3/10), dove inscena di tutto un po’: Bo Diddley via Quicksilver (Sweet ‘69) e ubriachezza mesta Black Heart Procession (Bad Boogie Ballin’); pegni al simbolo dei Novanta Will Oldham secondo un lato oppiaceo gustosamente 1968 (I Fuck Mountains) e carezze al Velluto con Nancy e Lee (una clamorosa Tourist In Your Town) e i figliocci Modern Lovers (Can You Do That Dance?). Piacevolmente enciclopedico all’ascolto tanto quanto la descrizione, l’opera non trincera l’autore dietro artefatte giustificazioni, non crea vacui pretesti né sostegni teorici. Piuttosto, apre il rubinetto e con naturalezza lascia sgorgare le tracce di anni spesi a consumare vinili. Lo zampillo prorompe copioso, assecondando le multiformi predisposizioni di Stephen in Black Mountain (Jagjaguwar; 7.2/10), nei negozi a gennaio 2005. Il quintetto vede, oltre al Nostro e al fido Josh, Matthew Camirand, Jeremy Schmidt e Amber Webber, tutti provenienti da Vancouver e, dato interessante, impegnati a lavorare con persone affette da problemi psichici. Composto da brani in parte provenienti dagli ultimi giorni dei Jerk, recupera il meeting Can-Zeppelin del singolo di cui sopra e schiaccia il pedale su acceleratore e distorsori, con fare disinvolto ma suo modo raffinato (Don’t Turn Our Hearts Around procede per strappi, tribalità, squarci melodici) e mordace. Parlano chiaro il boogie & roll fiatistico Modern Music, la strizzata d’occhi al minimalismo battente marcato Reed-Cale No Satisfaction assai memore di Real Good Time Together, la pazza idea Heart Of Snow dove i Tyrannosaurus Rex rileggono Hunky Dory, salvo stancarsene subito innestando folk spaziale su un’orrorosa marcia hard. Tra gli echi traspare ironia verso i generi più amati, non sarcastico distacco o improbabile serietà, presente solo nello scarso cosmic-prog No Hits; si respira una consapevolezza moderna d’essere parte di una rappresentazione, come da insegnamento degli assassini definitivi dell’innocenza Royal Trux. La chiave del “rebus Black Mountain” riposa sorniona lì, nonostante gli occhi spalancati e tremanti della psichedelica Set Us Free e il gospel bianco in californiana trasferta della conclusiva Faulty Times.

Preceduta dal convincente indie-roots dei Ladyhawk (Jagjaguwar, 2006; 7.0/10) in cui Josh e Amber figurano come ospiti, lo scorso anno ha consegnato la replica delle “cime rosa”, quell’Axis Of Evol (Jagjaguwar; 7.6/10) che mantiene senza dispersioni ogni promessa. Poco più di mezz’ora che riassume il mondo a colori di Stephen senza che i ricordi prevalgano su quella che, ormai, si può definire un’identità artistica. Al contrario, essi rappresentano la linfa vitale della penna, alle prese disinvolta con folk svagato (Comas), saturi sapori Smog (Cold Criminals), schegge di fratelli Reid che omaggiano per l’ennesima volta i Suicide (New Drug Queens). C’è varietà di climi, tesi nei serpeggianti nove minuti stoogesiani di Slaves e celebrativi nello stomp Plastic Man, You’re The Devil che chiama a sé Tom Rapp e Jason Pierce. Costui ricompare in vesti appalachiane per Lord, Let Us Shine e viene affiancato da Julian Cope in How We Can Get Free, spiritual oceanico di un’anima ripiegata ma lucida, in assoluto il frutto sin qui più memorabile della mente di Mr. McBean.

L’inizio del 2008 prosegue l’alternanza portando il nuovo Black Mountain, intitolato con bello spirito In The Future (Jagjaguwar, gennaio 2008; 5.0/10). Panorami un’ennesima volta cangianti, dilatati a lambire l’ora di durata in un autentico incubo anni Settanta di riffettoni, tastiere qui imponenti e là sinuose, vocalità ieratiche e ritmica implacabile. Ben eseguito, ma l’attitudine all’amalgama non crediamo risieda nel fantasma dei Deep Purple o nei Pink Floyd più tronfi e ce ne dichiariamo delusi, anche se magari è solo uno scherzo. Perché non è divertente, no. Ne prevediamo il puntuale successo grazie al sunto stilistico Stormy High, a ballate becere come Angels e Stay Free, al progressive che esonda ovunque e irrita, a tutti i sabbathismi, cosmicismi e glamismi di seconda mano che lo costellano. Troppa gonfiezza, troppa voglia di dare alla gente ciò che s’aspetta da tarpare le ali e invocare la pronta riapparizione dei Pink Mountaintops. Qualsiasi cosa sia accaduta a Stephen, lo esortiamo a desistere: di Mars Volta bastano e abbondano quelli già esistenti.

Il futuro è un’ipotesi

 Fin qui l’attualità, specchio di un artista sospeso tra due anime: una concretamente attuale, per come dichiara che essere passatisti con atteggiamento critico e sintetico sia l’unica via percorribile, l’altra che viceversa sembra smentire perversamente tale assunto. Nei momenti più alti, gli atteggiamenti da teatrino vetero hippie oggi in voga sono sostituiti da un senso di “collettività” letto in chiave artistica, non ideologica o di facciata (Wells vede le cose con chiarezza: “Non siamo una band politica, maè praticamente impossibile evitare che la politica non si infiltri in qualsiasi arte uno voglia fare, data la schifosa condizione del mondo”.) Permane una sottotraccia d’interesse nei confronti della natura, lascito di una coscienza ecologica che ereditammo dall’hippismo, una sensibilità che intuisci nel ritorno alla Madre Terra dei momenti più acustici o sinceramente misticheggianti. Fino a In The Future s’era infatti alle prese con una stimolante dialettica, una compenetrazione tra due band/anime più che con la banale e poco sensata contrapposizione secondo la quale ai Black Mountain spetterebbe il lato maschile e ai Pink Mountaintops quello femminile.

In realtà, visioni più meditative si alternavano e compenetravano con le vigorose sfuriate, il trip acido che da unificante rito per le masse che fu, si rinchiudeva - complici le eterne melodie della tradizione - in un nocciolo intimista, una comunità/nicchia da cui sembra impossibile sfuggire e manco lo si vuole. Stephen lo trovate intento come s’è raccontato, Ben Chasny alterna le fughe oltremondane come Six Organs Of Admittance all’impattare dei Comets On Fire e, per amor di precisione, vi ricordiamo le analoghe attitudini in Steve Von Till e Richard Youngs, per tacer dell’evoluzione allestita da Michael Gira. Alla dimensione più raccolta e scarna si fa costantemente ritorno poiché alveo necessario a meditare e riprendersi dall’impeto rockista - tutto torna: sia il Sabba Nero che Page e Plant rallentavano ogni tanto per concedersi digressioni folk - e in entrambi i contesti istinto e riflessività perseguono l’integrazione, animale e uomo dialogano per congiungersi.

Sulla bilancia, nondimeno, pesa il tentativo fallimentare di venire a patti con generi che oramai non possono essere presi altro che con le pinze dell’ironia e dello sberleffo, e forse nemmeno quelli perché poche cose sono più infelici di una barzelletta reiterata allo sfinimento (si vedano i recenti, imbarazzanti fallimenti di Bobby Conn, Chrome Hoof o Hella). Nello specifico, il conferirsi un aspetto serio ha viceversa consegnato tacchini che pensano di essere aquile e un risibile, sconcertante In The Future. Dunque, che sarà di questo "nuovo classicismo" non è dato sapere con certezza: vista la natura affatto rigida e imbalsamata, la frangia più creativa potrebbe evolversi ulteriormente e riservare moderate sorprese; nel caso contrario morirà in un’orgia di magniloquenza e cinismo, schiacciato dalla voluta mancanza di misura. Speriamo nella prima, ovviamente, perché Pink Mountaintops mostrano, come nelle migliori formazioni di neo-psichedelia eighties e nei primi Flaming Lips, qualcosa che schiva il revivalismo puro e fine a se stesso. Per quale altro motivo avrebbero chiuso un cerchio - e l’esordio su CD - con una memorabile Atmosphere dei Joy Division, ambientata dentro il cuore più torbido di un festino warholiano? (Wells: "I nostri gusti non si limitano solo al rock classico. Mi vengono in mente nomi come Ladyhawk, Wolf Parade, Besnard Lakes e Oneida.").

Come proponeva il succitato Andy, paradossalmente la serialità risponde all’omologazione. Ci volete tutti uguali e sia, ma allora scegliamo “uguali” da amare profondamente, flashback da mettere in comunicazione tra loro. Perché deve essere lampante - per McBean come per chiunque - quanto ogni passo odierno poggi in un’orma altrui, ma che allo stesso modo altri potranno seguire le tue, di impronte. Non più un solo ieri, ma tanti e per quanto possibile e faticoso, armonizzati tra loro. Da par suo, il ragazzo, con pragmatismo squisitamente americano afferma che “Non sento né posso sentire alcuna forma di nostalgia per un'epoca che non ho vissuto. E' molto probabile che fossero bei tempi, ma è altrettanto probabile che quelli che erano ad Altamont non siano dello stesso avviso.”, laddove Wells sottolinea come sia “…stato cresciuto da genitori hippy, ma non provo nostalgia o rimpianto per un'epoca passata. Il tempo, la storia vanno avanti e non vorrei cambiare la mia attuale posizione.” Magari aggiungendo che stanno solo suonando quel che gli piace, che hanno fortuna o che il lavoro duro paga; che non c’è niente altro da dire perché la musica si esprime benissimo da sola. Quel che ancora sfugge è se sia coniugata al futuro o al passato. Da parte nostra, in attesa di sviluppi, preferiamo suggerire un presente continuo.

 

  • Modern Music
  • Don't Run Our Hearts Around
  • Druganaut
  • No Satisfaction
  • Set Us Free
  • No Hits
  • Heart Of Snow
  • Faulty Times

Black Mountain – Self Titled (Jagjaguwar, 2005)

di Gianluca Talia

Stephen McBean per la montagna deve nutrire un sentimento del tutto particolare, una sorta di feticismo per l’alta quota, tanto da arrivare ad accantonare (momentaneamente?) la sua band Jerk With A Bomb in favore di questa nuova creatura - Black Mountain appunto - solo pochi mesi dopo aver dato alle stampe un disco a nome Pink Mountaintops. Definito dalla propria label i front-line soldiers del Black Mountain Army, questo collettivo di artisti con quartier generale a Vancouver è l’ ennesimo prodotto dell’ inflazionata scena canadese. E seppur i musicisti stessi (alcuni con più sincerità di altri) si dannino l’anima nel rinnegarla, c’è chi, conti alla mano, ha fiutato il filone buono, da battere finché è caldo. Costi quel che costi. Ma le pesche miracolose si manifestano molto raramente e la minaccia di strascichi - che oltre a risultare dannosi per l’ambiente tutto portano anche a prendere dei granchi - è reale: succede così che comincino ad attraversare l’Atlantico anche gruppi che fino a qualche mese prima in Europa non si sarebbe filato nessuno, e le otto tracce che compongo i 46 minuti di quest’ultimo disco non fanno che confermare i sospetti.

Oltre che feticista, però, McBean (chitarra e voce) deve essere anche spiritoso, perché per intitolare Modern Music il pezzo di apertura di quest’album bisogna disporre di tanta fantasia e di una massiccia dose di faccia tosta.
Di modernità, infatti, non v’è traccia alcuna e brano dopo brano si viene coattivamente trascinati da un capo all’altro del globo, nel contesto di un’ anacronistica escursione in ritardo di almeno tre decenni.
Partendo dalla cupa New York dei Velvet Underground (Modern Music e No Satisfaction) si viene proiettati nell’ Inghilterra di zeppeliniana memoria (Don’t Run Our Hearts Around) per finire, non prima di aver posato lo sguardo sull’ America operaia di Neil Young (Set Us Free), nella controversa California di fine sixties, con Doors e Jefferson Airplane (Heart Of Snow e Faulty Times) a fare gli onori di casa.

C’è da rimanere sconcertati imbattendosi in tali ed eclatanti casi di copia-incolla musicale, talmente evidenti che viene da pensare che anche paletti della già discutibile deriva stilistica siano stati abbondantemente divelti: ci si ritrova tra le mani qualcosa di più vicino ad un tributo, al plagio perfino.
Nemmeno le parti vocali ricche di trame intricate e cori dal gusto retrò, a cura della vocalist Amber Webber - che funge ora da Nico, ora da Grace Slick - alleviano le pene dell’ascoltatore e il prodotto finale è il classico compitino senza sbavature, ben svolto e con fedeli riproduzioni degli originali.
Se i chiari riferimenti a blasonati terzi possono favorite la band in termini di fruibilità, d’altro canto l’incapacità a scostarsi da certi stereotipi ne decreta la morte per asfissia: certe sonorità reclamano aria e spazi aperti mentre qui sembra di respirare attraverso una sigaretta accesa.
La sensazione che rimane è perciò di amarezza, la stessa del genitore nei confronti del famigerato studente (in questo caso, dell’Enciclopedia del Rock), quello che, pur intelligente, non si applica. (5.0/10)

  • Listened On
  •   When You Go
  •   Wind Me Up
  •   Take Me Back
  •   Jump In
  •   Heaven
  •   Castles And Caves
  •   Highway
  •   Breathe
  • Days Go By

Lightning Dust – Self Titled (Jagjaguwar, 19 giugno 2007)

di Stefano Solventi

Salutati - temporaneamente - gli impetuosi Black Mountain, i canadesi Amber Webber e Joshua Wells fanno il nido in un teatrino mentale dove pressoché tutto accade senza fragore, dove ogni palpito sgomita per farsi pregnante ed ogni riverbero tenta di aprirsi un varco lungo la schiena. Organi hammond, chitarre trepide, violino, piano elettrico, una sparuta batteria: questo l'armamentario, bastevole ad allestire romanticherie spettrali in cui la voce di Amber si destreggia con una certa apprensione al limite della goffaggine, quasi si sentisse corpo estraneo. Non è, in effetti, una gran voce. Limitata nell'estensione, il vibrato elargito con stucchevole generosità, prigioniero di ubbie gothic-dark e fregole psicopompe che ne fanno un bignami Siouxie dalle tacite ambizioni Grace Slick. Priva oltretutto di cuore, e questo è il grave.

Del resto, è ciò che si meritano queste canzoni. Costruite su alcune buone, buonissime intuizioni melodiche, però preda di strutture fin troppo schematiche per non dire frettolose. E' quel che capita ai biechi tormenti dell'iniziale Listened On o alla verve noir di Heaven, dove s'avverte la presenza di un progetto estetico e formale che precede di gran lunga l'urgenza espressiva. In altre parole, laddove i "pionieri" dell'ultima riscoperta psych-folk - Espers, Vetiver, Faun Fables... - tentano di gettare luce su una dimensione nuova perché dimenticata, di reinventarsi una magica verginità espressiva, i Lightning Dust fanno gli smorfiosi con le ombre, recitano sapendo di farlo, si cuciono addosso la parte.

Allestiscono una vera e propria “rivista”, come dimostra quello sconcertante intruso country-pop che risponde al nome di Wind Me Up. Ciò non toglie che riescano ad azzeccare situazioni intriganti, come l'eterea malinconia di Castels And Caves o gli spiragli folk-soul aperti da Days Go By (praticamente un apocrifo Cat Power). Tirate le somme però, credo che in molti consiglieranno loro di rientrare alla base. (5.7/10)

  • Stormy High
  • Angels
  • Tyrants
  • Wucan
  • Stay Free
  • Queens Will Play
  • Evil Ways
  • Wild Wind
  • Bright Lights
  • Night Walks

Black Mountain – In The Future (Jagjaguwar / Wide, gennaio 2008)

di Giancarlo Turra

Non per millantare capacità divinatorie di cui non siamo in possesso, ma la puzza di bruciato già si sentiva osservando l’artwork pseudo fantascientifico di In The Future. A volte si può effettivamente giudicare un libro dalla copertina ed ecco. Lo attendevamo al varco, Stephen McBean, dopo le buone e pure ottime cose regalateci nell’ultimo lustro; c’era attesa per il secondo Black Mountain, nel frattempo divenuti nome chiacchierato e forse pronto a spiccare il fatidico “salto”. Probabile che ciò accada, perché in quest’ora scarsa di panorami un’ennesima volta cangianti, si ascoltano abbondanti dosi di “musica per le masse”, attente alla confezione più che al contenuto, impressionabili dallo sfoggio di pretese che maschera la (speriamo temporanea) mancanza di idee. Ottimo per quelli che, nel nostro paese moltissimi, confondono la psichedelia col progressive e i viaggi mentali con le seghe.

E’ un autentico incubo anni Settanta, questo disco dal titolo di conseguenza bugiardo e ingannatore: stracolmo ed eccessivo con i suoi riffettoni, le tastiere qui imponenti e là sinuose, le voci ieratiche (Amber Webber impazza con un irritante vibrato tranne nella soffusa e discreta Night Walks) e la ritmica implacabile riassunte nei sedici minuti della suite Bright Lights. Ben eseguito e ci mancherebbe, perché il quintetto ha dimostrato adeguata conoscenza dei fondamentali, ma l’attitudine a un odierno amalgama non risiede certo nel rievocare polverosi e rancidi fantasmi di Deep Purple, Yes o dei Pink Floyd più tronfi. Avessero optato per i Pavlov’s Dog, almeno: invece niente. Solo vacuo e indisponente sfoggio di pretese che si risolve nel tirare palle lunghe in tribuna, nell’indossare abiti ridicolmente sgargianti ed enfatici che ci obbligano a ridimensionare il giudizio positivo che avevamo maturato su Mr. McBean.

Siamo amareggiati, anche se probabilmente si tratta di uno scherzo, perché se lo è non fa affatto ridere. Allo stesso tempo, è facile auspicare a questo lavoro il successo, in virtù del bignami hardelico Stormy High, di ballate becere da Cult bolliti come Angels (una Hey Joe malamente dissimulata) o degli accendini accesi sulle FM di Stay Free, a stile e intenzione “prog” che esondano ovunque, a tutti i sabbathismi, cosmicismi e glamismi di seconda mano che lo costellano. Troppa ambizione, forse dettata dalla volontà di dare alla gente ciò che s’aspetta, ha finito per tarpare le ali a In The Future. Preferiamo, a questo punto, mettere il giudizio nelle mani di una provvidenziale - speriamo pronta - riapparizione dei Pink Mountaintops. Qualsiasi cosa sia accaduta, Stephen, sei vivamente pregato di lasciar perdere, poiché di Mars Volta bastano e abbondano quelli che già ci ritroviamo tra i piedi. (5.0/10)

Live: Black Mountain – Roma, Init Club (26 maggio 2008)

di Paolo Bassotti

Molti neo-psichedelici d’estrazione indie (quelli con la barba, per intenderci) finiscono per deludere in concerto. In passato ho visto Entrance annoiare gli spettatori basiti che attendevano Devendra Banhart, i Vetiver galleggiare svagati in un concerto troppo fumoso, i Castanets estenuare a colpi di feedback. I Black Mountain, nel primo set di un tour che tocca l’Italia per tre date, convincono invece le molte persone accorse all’Init. Un pubblico sorprendentemente folto, visto che nel locale attiguo si esibisce la strana e attesa accoppiata Bill Callahan/Vampire Weekend.

La cosa che più impressiona dei Black Mountain è il modo nel quale tutti gli strumenti riescono a farsi spazio in una musica tanto densa e liberata, in un sound che vive nel punto di incrocio tra Black Sabbath e Grand Funk. Lodi quindi al basso di Matt Camirand e alle tastiere di Jeremy Scmhidt, sempre presente col Moog o col Mellotron, eppure capace di non far mai venir in mente a nessuno la temuta parola “prog”. Stephen McBean si posiziona sulla destra, lasciando il centro della scena alla timida, quasi recalcitrante, Amber Webber. Il protagonista è comunque lui, insolito guitar hero, che si lascia trascinare dalla sua poderosa Gibson Firebird – sostituita per qualche minuto da una persino più affilata SG – imponendosi come leader senza bisogno di ostentazioni. Dopo un’eterea apertura costruita attorno alla voce della Webber, il set trova il suo vero inizio in Stormy High, per filare via dritto come un treno fino alla chiusura affidata a Tyrants e al bis Don’t Run Our Hearts Around. I dubbi sulla produzione dei Black Mountain che ha fatto affiorare il recente album In The Future rimangono: si può parlare di scrittura basata su di una formula, di autoindulgenza, di uno spirito in fin dei conti conservatore. Ma dal vivo tutto funziona come dovrebbe, e ci si può semplicemente lasciare andare alla celebrazione del rito. Come diceva un cartello nei Simpsons: “Oggi battesimo. Attenzione, le prime file potrebbero essere convertite”.