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Sarà la mescolanza di città (Montreal/Chicago) e di geni (l’orientale Mitchell Akiyama, il canadese Tony Boggs e la ex-riot girl americana Jenna Robertson), sarà la varietà delle influenze, eppure l’esordio dei Letters Letters rimane un prodotto in bilico tra una miscela esplosiva di wave, trip hop (Dealer Dealer), folk e inserti concreto/sampledelici (dai Nine Inch Nails passando per Tricky fino ai Radiohead) e un sound in perenne costruzione che conserva la firma dei rispettivi paladini presi a riferimento.
Il fatto che un album del genere appaia su Type è dovuto a una serie di influenze d’arcana folktronica, una sorta di Tunng con cappuccio; il resto tuttavia porta anche molto lontani: da zone Tarwater (Favourite Hands) a rumori che squittiscono come nelle canzoni degli Animal Collective (We’ll Make Our Home), addirittura a limini pop-avanguardia (a cavallo dei due sta In A Way, uno scherzetto vicino ai Papa M, ma che chiama a sé la tradizione dei carillon psico-minimalisti degli anni Sessanta, primo tra tutti Parable Of The Arable Land dei Red Crayola).
Il rischio è un deficit di personalità da accumulazione di padri putativi; il pericolo è mettere le trovate e i riferimenti in posizione privilegiata rispetto alla scrittura. Ma non sembra questo il caso, anzi il bello viene quando ribollisce (come nella pozione di una strega) l’intruglio tra la composizione popolare e il popolino elettro-sintetizzato (Everyone’s Afraid Of Fear).
Sembra del resto questo l’orizzonte della folktronica – come suggeriva recentemente Sj Esau, giusto per fare un nome, a ennesima conferma della lungimiranza caosdelica del collettivo animale, cioè la frastagliatura degli inserti di rumore sul pop – specialità che questi Letters Letters si attribuiscono con una certa fierezza. Conveniamo. (7.0/10)