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Leslie Feist

di Valentina Cassano
Conturbante sirena dal passato punk. Icona sarcastica del mondo indie canadese e non. Voce di velluto e bellezza straniante. Peaches, Gonzales, Jane Birkin, Broken Social Scene, Kings Of Convenience sono solo alcuni degli innumerevoli artisti che l’hanno chiamata a collaborare. Ora chantouse di quanto di meglio il pop abbia maturato negli anni. Mille vite diverse, ma sempre e solo lei: Leslie Feist.

Cosmopolitan Voice

di Valentina Cassano

Tutti la vogliono. Tutti la cercano. Cosa avrà di tanto speciale una mingherlina e piccoletta ragazza del Canada cresciuta a pane e Ramones da far agitare gli animi? Uno strano incrocio, a vederla, tra una giovane Patti Smith e Charlotte Gainsbourg, quel viso spigoloso che non sai decifrare, quella bellezza-non-bellezza che ti lascia perplesso, ma nello stesso tempo ammalia proprio per la sua particolarità. Una nuova femme fatale della East Coast canadese? A sentirla, la sorpresa vi disegnerà in volto uno stupido sorriso e farà crescervi attorno uno scenario primaverile, solare e fresco, dentro cui passeggiare allegramente, tra nuvole rosa di cartapesta e laghi azzurri di involucri di caramelle, e alberi di carta bianca, alla ricerca di quell’ugola d’oro che pare un flauto magico. Tanto carezzevole, avvolgente, quasi da favola gondryana, ma non lagnosa o stucchevole come tante ce ne sono in giro, perché Leslie Feist, signori, ha carattere da vendere, e quanto ai meriti, beh, lasciamo che sia la sua storia prima e gli ascolti poi a darci maggiori dettagli. Dicevamo, dunque, dei Ramones, bizzarro accostamento col senno di poi, ma la Nostra vanta un opening live nientemeno che per Dee Dee e Joey nel 1991, vinto ad un concorso scolastico con la sua girl punk band Placebo (un caso di omonimia con gli inglesi di Molko, venuti dopo). Un trampolino di lancio che porta il gruppo in giro per la nazione per cinque, lunghi anni. Quasi un’eternità, ma le ragazze dovevano pur farsi le ossa. Certo, da qui ad immaginare di poter perdere la voce ci vorrebbe una fervida fantasia, ma è proprio ciò che succede. Al posto suo chiunque avrebbe deposto le armi nel barato più profondo e irraggiungibile, ma non lei, non quel piccolo vulcano diciannovenne di Leslie, che armata di caparbietà e fiducia vola a Toronto per lavorare con un dottore esperto in danni alle corde vocali. Tre mesi di duro impegno per recuperare, ma la gola, ancora fragile, ha bisogno di altri sei mesi di riposo assoluto. Ferma e buona, però, non ci sa proprio stare e con la complicità del fermento cittadino a scuotere dal torpore, di nascosto e in solitudine in quella che è ormai diventata la sua nuova casa, registra con un quattro piste e una chitarra una serie di lettere scritte di suo pugno.

Leslie Feist

E con un piede in casa e uno sulle strade impolverate di un tour durato più di un anno insieme ai By Divine Right (Kevin Drew e Brendan Canning diventeranno presto dei compagni di viaggio familiari), ai quali si propone come chitarrista, prende vita Monarch (Lay Down Your Jeweled Head) (Bobby Dazzler, settembre 1999).

cover: Un classico album indie rock - contraltare di quel folk-blues che rese regina, un anno prima, la ben più nota Cat Power con Moon Pix - in cui però la novità sta proprio in una ritrovata voce che si acquieta sulla melodia mostrandole un’altra strada al canto. Non più grida, ma un mono-tono gorgheggio che per lei ha tutto il gusto dello stupore. Basta ascoltare It's Cool To Love Your Family o One Year A.D. per capire il tiro dell’album: fraseggi di chitarra lineari e batteria solida a guardare le spalle, cori catchy che profumano di una leggerezza aliena, una spruzzata di archi a complicare gli arrangiamenti (la title track). Eppure quel tono un po’ nasale nasconde delle meravigliose iridescenze oltre uno strato superficiale che potrebbe anche sembrare un po’ scontato: una dolente Onliest, torch song su tre corde e pathos in crescendo che svela un acuto impressionante per una che ha avuto problemi di voce, e una Still True tanto sanguinaria nel suo essere subdolamente ricoperta di accordion, una finta pace per chitarre nervose e drumming corposo. (6.8/10)

Passato un po’ inosservato anche in patria (nonostante il video di It's Cool To… in rotazione sul canale nazionale MuchMusic), Feist ha però attratto l’attenzione di spiccate quanto bizzarre personalità musicali della zona, a partire dalla provocatoria Peaches, con cui ha condiviso l’appartamento rinominato “701” e frequentato assiduamente dal produttore e musicista Taylor Savvy, dallo straordinario e camaleontico Gonzales e dai World Provide, altra irriverente band di Montreal. E tra giochi parossistici e scambi di opinioni, la Nostra si ritrova, nel 2000, a prestar voce in Teaches Of Peaches e corpo in tenuta aerobica (!) nel seguente tour. Non solo, sempre nello stesso anno c’è poi Gonzales a chiamarla per il suo Uber Allese a portarsela in giro per l’Europa, ma un volta tornata in Canada che fare? Pare essere una domanda ricorrente da quelle parti, quando il temibile e lungo inverno si avvicina. Fortuna che ci sono quei cari vecchi amici di Kevin Drew e Brendan Canning con cui mettere in piedi un’idea bislacca come quella di creare un live show dal nome Broken Social Scene, progetto che confluirà in You Forgot It In People, esordio col botto del super combo. Tra una tournée con i BSS ed una con Gonzales è proprio con quest’ultimo che inizia a lavorare e progettare a Parigi un nuovo album, dapprima rivedendo insieme un vecchio demo casalingo (The Red Demos) con il supporto di Renaud Letang, e poi scrivendo e reinterpretando alcune cover.

cover

Queste session portano il nome di Let It Die (Arts & Crafts / Universal, maggio 2004), un frullato denso ed invitante di tutto ciò che la musica popular, nella migliore accezione, ha maturato negli anni. Con felina destrezza e pungente sensualità questo gatto a nove code si arrampica su una bossanova svogliata (Gatekeeper), si accovaccia sornione su un soul sdrucito (la title track), si stiracchia languidamente su un modernismo che è soul (One Evening) ma anche dance (la deliziosa cover dei Bee Gees Inside And Out) e si dimena su un ritualistico traditional gospel (When I Was A Young Girl). Con tutta la nonchalance un po’ snob europea, Leslie non si cura affatto dell’effetto collage che ne può risultare, dell’eccessiva eterogeneità che potrebbe scivolare nello stordimento, ma anzi ci si butta a capofitto, raccordandole con la sua vocalità sbarazzina, facendo tesoro delle esperienze e passandole al vaglio del suo sguardo curioso, con una punta di sarcasmo (la cabarettistica chanson Tout Doucement) che sa anche vestire, all’occasione, una maschera di sobria e inaspettata serietà (la jazz ballad anni 20 di Now At Last). (7.0/10)

Non c’è dunque da stupirsi del successo ottenuto (l’unica anglofona a firmare per la Universal Music France vendendo ben 85 mila copie), tra premi e presenze ai festival più prestigiosi in Canada e all’estero (uno su tutti, il South By Southwest di Austin), ma come si conviene ad un caratterino tenace e leggiadro come il suo, Feist lascia correre le onorificenze preferendo di gran lunga rispondere a tutte le chiamate di collaborazione piovutele addosso, dai Kings Of Convenience di Riot On An Empty Street al Mocky di Are And Be, dalla Jane Birkin di Rendez-Vous ai sempreamici Apostle Of Hustle di Folkloric Feel.

cover:

Partecipazioni proficue che la vedono sempre più nel ruolo di musa ispiratrice, come parte attiva di un circuito musicale in ascesa (quello canadese in particolar modo) e che le vale nel duemilasei l’album Open Season (Arts & Crafts, 18 aprile 2006). Una stagione aperta, appunto, al contributo di quanti negli anni si sono dati il cambio per supportarla, dal mentore Gonzales che fa di One Evening una delicata filastrocca per solo piano, agli Apostle Of Hustle per una versione live alla BBC di Inside And Out che volutamente si assesta sul morbido accompagnamento della chitarra, ai Postal Service con l’elettronica giocattolo di Jimmy Tamborello e il controcanto di Ben Gibbard ad aggiungere frizzanti bollicine a Mushaboom. Un lavoro di remix e rivisitazioni per un repertorio già buono di suo, un gradevole riempi pista per tenere caldo l’ambiente in attesa di ben altre prove. (6.6/10)

cover

E non si fa desiderare troppo la Nostra con questo secondo The Reminder (Arts & Crafts / Universal, 23 aprile), cogitato nei due anni trascorsi in tour e assemblato in poco meno di una settimana con l’aiuto, oltre che dell’ormai inseparabile Jason Beck, di Jamie Lidell e di Dominic "Mocky" Salole. Con nomi simili al seguito ci si potrebbe aspettare una produzione esagerata, che punta magari molto sull’elettronica, sugli effetti, e invece l’unico effetto qui è la voce, sempre in tiro, di Leslie. Semmai è proprio tutto il contrario, ovvero un “ricercato” tono dimesso, come fosse stato registrato in presa diretta (la folk ballad a là Micah P Hinson di The Park). Che si tratti di nuovi brani (l’indie rock di I Feel It, il country pop di 1 2 3 4, la ballad a lume di candela con Eirik Glambek Boe di How My Heart Behaves) o di cover (il gospel accelerato di Sea Lion Woman, già omaggiata da Nina Simone) oppure di un ritorno al passato (lo scintillante notturno pianistico di The Water, già pubblicata nei Red Demos sotto il falso nome di The Eastern Shore, la solitaria in fingerpicking Intuition tratta dalle session di Let It Die) il flessuoso fascino di Feist rimane inalterato, se non più reale e diretto di un tempo. Scommettiamo che con il fulminante singolo My Moon My Man farà ballare ancora? (7.2/10)