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Les Fauves

di Stefano Solventi

Les Fauves

  • Doremi
  • How Our Dildo Can Change Your Life
  • 5th Avenue
  • Meteor Swing
  • Spank Me
  • February Lullaby

Our Dildo Can Change Your Life (Urtovox/Shinseiki / Audioglobe, aprile 2006)

di Stefano Solventi

Un quartetto dal piglio sferzante, certo, ma non “bestiale” come suggerirebbe il nome. La loro ricetta è una razione di prozac sonico rivolto allo psych-pop garagioso dei sixties, pur se opportunamente ibridato con la veemenza graffiante del post-punk e le cyberdinamiche della wave. La voce del leader ha l'impudenza sprimacciata del caso, synth e chitarre tendono agguati folgoranti, la ritmica procede ammiccante e umorale. Suoni che grugniscono con bella definizione, come prevede la prassi produttiva del sempre puntuale Giacomo Fiorenza. Gli emiliani Les Fauves sbattono sul tavolo una bella padronanza dei mezzi e della materia, puntando sull’effetto senza ricorrere all’eccesso, tenendosi anzi bene entro i ranghi, tanto che alla fine rimpiangi quel po’ di furore che manca.

Our Dildo Can Change Your Life non sembra quindi il classico debutto "tutto e subito", ma un ep ben meditato, sei tracce che provano ad infilarsi nella breccia: apre il programma una specie di caricatura tex-mex screziata d’isterie cow-punk (Doremi) e chiude una ballata luccicosa di tastiere, chitarrine e coretti dream-pop (February Lullaby). Nel mezzo, c’è tempo e modo per muovere il culo sul post-glam appiccicosetto di 5th Avenue (un Lou Reed supportato dai Jesus And Mary Chain), sullo swing acre e salace di Meteor Swing (aciderie sparse, tocchi di vibrafono, ululato di theremin) e sul garage boogie per organi caldi & caramellosi di Spank Me.

Infine, non si può tacere circa la quasi-title track How Our Dildo Can Change Your Life, una "rosco" beffarda e lubrica tipo gli One Dimensional Man sulla pista d’un club privé, ragion per cui vi lascio immaginare. Insomma, come inizio non c’è male. Se affilano la lama, diverranno pericolosi. (6.7/10)

  • Please Please Please
  • In The Fallout Shelter
  • Fava Go Go Dancer
  • Twister Twist
  • Atomic Winter
  • Novara
  • No Spaghindie
  • Freak Riot
  • Tom Ponzi's Boogie
  • The Holy Church
  • Alright
  • Bombs On the SIAE
  • The Heroin Melody

N.A.L.T. 1 A Fast Introduction (Urtovox / Audioglobe, 10 settembre 2007)

di Stefano Solventi

Da Sassuolo, con screanzato furore, tornano i Les Fauves. Anzi debuttano, visto che il precedente lavoro non era che un mini, recensendo il quale mi/gli auguravo che affilassero la lama. Ebbene, lo hanno fatto. Eppoi, birbantelli, l'hanno lasciata arrugginire, così che l'arma impropria divenga intrattabile, capace di sbreghi infetti mentre ti danza davanti sculettando insidiosa. Certo, okay, son tutti effetti speciali, è un film e ci tengono a farlo sapere. Sequenze brevi, barbagli graffianti, turgido citazionismo caricato a ormoni e sberleffo. Che non sono nulla senza una passione sincera, ma lasciamo stare, che i nostri giovanotti non sono tipi da perdersi in smancerie.

Meglio prestarsi alla matematica spasmodica del punk funk, corroborato beat e psych come si conviene, crogiolo nel quale affiorano spesso e volentieri evanescenze & effettistica dal lunare retrogusto - ebbene sì - Brian Eno. Ascoltare per credere la strana teoria pop di Atomic Winter ed il minimale spaesamento da ciber-marionetta di The Heroin Melody, che tra l'altro trova il tempo di strizzare l'occhio ai compagni di scuderia A Toys Orchestra. Sono questi, assieme al ciondolante smarrimento di The Holy Church, i momenti in cui si tira il fiato. Il resto è assalto febbrile ma con stile, questione di chitarre scheggiate, basso ossuto e tastierine acide (In The Fallout Shelter), bombardamenti flemmatici (Bombs On The SIAE) e sarcasmo sferzante (No Spaghindie), tastierine Human League nella giga invasata PIL riciclata dai !!! (Twister Twist) o sberleffo glam dalla squinternata scontrosità Cramps (Freak Riot), per non dire di quella specie di Marquee Moon al fulmicotone che risponde al nome di Novara.

Non era facile sfornare un disco tanto accattivante e ruvido senza scivolare nell'artificioso, nel costruito a bella posta come vitamine per l'autunno incipiente. Invece sono stati bravi, il caro Crop Sfroocer e compagni, compreso il producer Giacomo Fiorenza. Vuoi per la dissacrante autoironia che stempera i ghigni e le pose, vuoi per quel suono che picchia diretto e duro senza rinunciare a preziosismi di contorno come un bolide che fa la scia. Un'impertinenza sapiente, quindi. Non stupisce che anche gli Swayzak se ne siano accorti, ospitandoli in una traccia del loro ultimo lavoro. (7.0/10)