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Lepers Productions

di Stefano Solventi
Uno sberleffo sferzante, una libera irriverenza, una sbalorditiva e tenace versatilità. La barese Lepers Produtcions si propone fin dalla ragione sociale - portatrice sana di uno screanzato refuso - come una realtà peculiare nel già particolarissimo mondo delle net label votate (giocoforza) al free downloading. Nata come naturale propagazione di una band incontenibile, dall’estro febbrile costantemente in cerca di nuove metodologie di sconcerto, il suo catalogo non smette di proliferare, di battere sul chiodo, di bersagliare il fronte.
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Libere farneticanti fornicazioni

“Ti auguro tante cose, non necessariamente belle, ma anche un po’ così così.”
Superfreak
 
Non è facile venire a capo di questa cosa. Così piccola eppure così intrattabile. Così semplice ma intricata d'intenti e stili e vite che si scozzano, s'incrociano, annaspano di fervore febbrile e utopia cazzona. Così lontana così vicina come vuole il mito pervadente di quest'epoca votata a tutto controllare, prevedere, raggiungere. Parliamo della Lepers Produtcions e prima che prendiate la matita rossa lo ripetiamo: Lepers Produtcions, non “productions”. Così è, così deve essere. Un refuso ostinatamente, fieramente voluto. Nei refusi c'è una ribellione momentanea alla perfezione dell'accadere, un incidente spaventoso solo per chi non ne contempla la possibilità o finge di poterne contenere in ogni caso gli sviluppi. Se invece ne consolidi la funzione, finendo addirittura per adottarla in pianta stabile nella ragione sociale, regali al mondo un segnale di sbrigliata, invidiabile libertà.
Ecco quindi perché in questo caso "free net label" significa ben più che musica “aggratis”. Certo, è vero, c'è il particolare nient’affatto indifferente che Lepers ti permette di scaricare tutto il catalogo senza chiederti un millino, con l'innocuità apparente e trasparente d'un click. Quel che non è affatto innocuo e scontato è invece il quid, il nocciolo della questione, ciò che ti esplode nel pc una volta estratto dalla cartellina compressa e sottoposto al play. Un virus di quelli che non gliene frega nulla dei semiconduttori e dei codici, preferisce mangiucchiarsi le sinapsi, strizzare i capezzoli dei pensieri, spengere le cicche sui palmi delle quiete emozioni.

Germogli irrefrenabili

L'indirizzo virtuale è un semplicissimo www.lepers.it, ma nel mondo delle geografie concrete, nella realtà esemplificata dalle cartografie, occorre stringere le coordinate su Bari, dove un tempo neanche troppo lontano – anno domini 2005 all’incirca – agivano gli Altierjinga Lepers. La band - il cui nome in un idioma aborigeno (forse) significa “tempo del sogno” - cospirava le proprie scellerate cospirazioni hard-art-noise-punk già da un paio d'anni, con riscontri non certo paragonabili alla fecondità dell'ispirazione, capace di mettere assieme d'emblé un repertorio d’una cinquantina di pezzi. L'organico del combo annoverava tipi parecchio entusiasti ma poco raccomandabili, a partire dagli scellerati nickname che poi sono le uniche pendenze cui possiamo appenderci per riferirne le gesta: Alexander De Large, Frogwomen, Pete Jones, Superfreak.
La fregola scambista mutuata dal post esigeva flessibilità nei ruoli, quindi gli strumenti presero a passare di mano in mano. Tutto ciò era bello ma non poteva bastare, quindi presto s'innescò uno stillicidio di progetti solisti, tutto un pullulare di germogli irrefrenabili. Non bastava ancora, no, ed ecco i side project, frammenti di Altierjinga in libera uscita, liberi di fornicare in combinazioni e posizioni diverse, coinvolgendo altre entità più o meno affini (Gigi, Benni the Bungler, Arial Messia…), dando quindi vita ad un vero e proprio pantheon fertile e mostruoso dalle ragioni sociali forse improbabili ma di certo inebrianti (Texans From Bari, Fresh Scum For Castenado...).

Si palesò quindi il problema di come organizzare queste energie brade, quei formidabili diverticoli dal flebile comune denominatore stilistico ma dalla ferrea identità di vedute circa un paio di cosette, un certo sdegno per lo stato delle cose e soprattutto l'incontenibile propensione all'approccio spontaneistico, al flagrante accadere naif che se ne sbatte della mise conciliante e punta al cuore dell'immaginifico mondo dell'espressione sonica. La soluzione era una splendida gatta da pelare: un'etichetta autocratica, indipendente, fieramente partigiana che mettesse il cappello su tutte quelle germinazioni selvagge ribadendone la comune scaturigine.
Era giunto quindi il tempo della Lepers, vera e propria corte dei miracoli dove i freak-straccioni si divertono a stanarsi diamanti dal lerciume nelle tasche per poi spargerli nel suono brullo e acre del lo-fi circostanziale, nessuna posa solo un metterci testa e cuore con la tenacia della ruggine che - si sa - non smette mai un istante di erodere il pilone, e chissà che prima o poi non crolli tutta la struttura. Facile immaginare allora che tra il cigolio mostruoso e i tonfi tragicomici dei colossi in caduta libera, questi irascibili carbonari delle cause incendiarie farebbero il diavolo a quattro, cavalcherebbero con tremendo splendore l’apoteosi di chi ha scommesso sul cavallo vincente quando la quotazione grattava la pancia al cielo. Sempre che non fossero troppo impegnati a sorreggersi il ventre scosso da un’irrefrenabile, feroce ilarità.

Lievitanti stranezze

Ma il futuro è ora, tra cinque minuti o cinque giorni fa, un presente vivo, pulsante e infetto che attira come mosche fameliche altre realtà più o meno dissociate dalla consueta paranza patinata e cialtroncella. Gente che smeriglia un linguaggio forse marginale ma affilato alla mola dell'originalità, stridente e stordente, immaginifico e inafferrabile. Volete i nomi? Ad esempio gli Underdog da Roma, gocce di jazz a correggere il denso sangue avant rock. Oppure i Bread Pitt da Altamura, farragini hardcore che spingono sul pedale della wave più avanzata e indefinibile. Eppoi ancora i Selvaggi del Borneo coi loro spasmi allampanati, l’inospitale scenografia electro di Solquest, il pop caliginoso di Greg Houwer... Elettronica e acid-blues, sgarberie matematiche e concettosa impudenza, pop citrullo e folk stralunato, germi improv e sghembe scenografie per l'alieno che zitto zitto ci cresce dentro mangiandoci l'ultima parvenza di ragionevole ragionevolezza. 
Nuove alcove, nuovi incroci, nuoveoccasioni di copule tanto più feconde quanto più innaturali, diciamo pure strane e non sentiamoci a disagio. I titoli frullano uno dopo l’altro come ali di passeri assassini, il catalogo cresce e non smette d’ingravidare nuove situazioni, ti distrai un attimo e son già pronte le pagnotte nel forno a lievitare. Ed ecco arrivare meritati segnali d’intesa, riscontri piuttosto carbonari ma anche autorevoli, principalmente quello di Mike Watt che ospita nella playlist del proprio podcast (il The Watt From Pedro Show, reperibile all’indirizzo http://twfps.com/ ) un pezzo degli ineffabili Texans From Bari. Che l’ex-Minutemen riservi particolare attenzione ai sommovimenti sotterranei italiani non è una novità, ma l’attestato resta di quelli capaci di fornire tonnellate di motivazione. 

Insomma, in questa seconda metà degli anni zero l’etichetta più lebbrosa dello stivale (del pianeta?) è in buonissima salute, formidabilmente multicefala, gioiosamente irrequieta, scontrosa, indefinibile. Scevra di velleità, perché del tutto disinteressata a misurarsi coi parametri del mercato. Quel “gratis” che sta in calce a tutto il discorso – e che pure non preclude la possibilità di donazioni, anzi graditissime e caldamente auspicate, con buona pace dei Radiohead che hanno solo alzato il volume (bella forza) di una pratica in uso da tempo nei “bassifondi” della rete – quel gratis dicevamo significa svellere a priori i binari che attraversano i consueti topos dell’appeal sonico. Quelli che preconfezionano i codici sui filoni stilistici congetturati chissà dove tranne nei luoghi dove la musica avviene davvero. Quelli che evitano di rispondere alla domanda che nasce contestualmente al processo chimico/fisico che sta alla base della scossa sonica-emotiva-intellettuale. Che poi eventualmente possiamo chiamare rock. Eccheccazzo, sì.

Sette dischi emblematici


Altierjinga Lepers – Greatest Heats (2004)

Questa la scaturigine del tutto. Non si fatica a capirne il motivo. Una scorribanda eterogenea, un rollercoaster furioso e semiserio tra punk, hardcore, slackerismo coatto, crossover, psych iperblues, escandescenze soniche eccetera. Le quattro personalità si lasciano trasfigurare dalla foga magnetica, frantumano l’estro precipitando nel gorgo e gli argini tengono a stento. Selvatici e deragliati come un Jon Spencer con la motosega che infierisce sul cadavere del punkfunk ancora scosso dai rantoli. Eccessivi e splendenti come una fregola Kiss tirata a lucido dai primi scellerati Flaming Lips. Una poltiglia di fangosa incandescenza che impasta MC5, Jane’s Addiction, Sonic Youth, Dead C e compagnia sferragliante. Una bomba ad orologeria costantemente sul punto di esplodere, inesplicabile estasi del coito interrotto per tutte le anime prave raminghe sul sentiero del rock alternativo. Ma alternativo veramente.

Superfreak Vs Alexander de Large - Kiss Me (2006)

Due colonne portanti della Lepers fanno il botto più sbruffone e spinoso immaginabile. Disarticolati, impertinenti, ombrosi, ruvidi ragli hard-funk oppiaceo o rock blues scanzonato come slacker all’ultimo stadio. Le voci sguaiano echoizzate tra batterie esagitate e chitarre spinose, oppure tra forme sformate e freevolezze acide e sbrigliati svarioni, in un vasto sbeffeggiamento disincantato tra coretti appiccicosi come potrebbero dei Jane’s Addiction o dei Flaming Lips poco prima di collassare. Raffiche rock blues dalla nevrastenia Shellac-Marta Sui Tubi, una tensione che non smette un momento di sembrare posticcia ma è proprio quel che vuole, infatti suona del tutto necessaria e inevitabile come un Jon Spencer invalvolato Sonic/Pavement. A questo punto quindi perché non caracollare sul lato selvaggio loureediano con ineffabile filologia beckiana? E perché non svaccare svaccando Whit A Little Help From My Friends?

Fresh Scum For Castenado – Self Titled (2006)

E’ il combo-monstre dell’etichetta. (Superfreak + Alexander De Large + Pete Jones + Gigi + Arial Messia). A volte – sia detto senza offesa – sembrano una via di mezzo tra i Pearl Jam meno addomesticati e dei Pogues sotto sedativo, altrove macinano marcette caracollanti come burattini esplosivi dileggiando odi alla legna norvegese, oppure te li ritrovi a sciorinare selvaggia generosità arty come dei Butthole Surfers primitivi(sti) o dei Pere Ubu tribal blues. E via con le chitarre strappate al garage, le percussioni tumide, tastierine, blues agri e agresti, saltarelli nonsense per titillare gli stanchi timpani, ballads malferme da Langhorne Slim fetido (e un po’ feticista), pop rock sprimacciato come dei Pumpkins aizzati a Pavement. Un patchwork sconcertante e (quindi) godurioso.

Bread Pitt – Ipseon (2006)

Ad Altamura fanno il pane buono ma ai Bread Pitt interessa più che altro l’impeto algebrico e sfarfallante della new new wave, soprattutto quando tenta di mediare percorsi arty e fisicità elettrizzante. L’asprezza arguta dei Wire fa il girotondo con la matematica spigolosità dei Polvo, certi sdrucciolevoli deliri noise-psych fanno il solletico alle geografie post irrorate di bucolici angosciosi diversivi. I testi in italiano sono folate che si stemperano nell’eco sonica, tra i siparietti devoluti e le angosce bische-disco dove giochicchiano gli spasmi incandescenti col passo marziale che neanche dei CCCP pasturati a Sonic Youth e Minutemen, cosa dire poi del lungo delirio ultrasonicominimale a fine scaletta? Mah. Son già tre album per la Lepers. O qualcuno li ferma, o non si fermano più.

I selvaggi del Borneo –Self Titled (2006)

Da Lecce con tanta voglia di sembrare l’anello di congiunzione tra Battisti e Bugo, o forse i cugini svampiti di entrambi, strattonati di agra follia psicoacustica che scomoda l’irrequieta silhouette dei Marta Sui Tubi più disincantati. Tra surreale e demenziale, ovvero un grado zero di taglio Skiantos, un sarcastico nonsense al confine tra alienazione e isteria. Però s’avverte anche una tenacia melodica ammirevole per quanto scombiccherata, di cui lo sconcerto naif si nutre, così come la follia circense, le trasfigurazioni iconico/laconiche, e certi azzardi elettropop farraginosi come brogliacci Belle And Sebastian ubriachi e non poco, e last but not least quelle ballate da salotto scarno a sbattersi la solitudine dall’anima fingendosi folletti Wyatt e Barrett. I testi snocciolati con sconclusionata fragranza improv scompaginano ulteriormente la situazione. Che, considerata nel suo complesso e in faccia a tutti i celentani, è piuttosto buona.

Gemoschio Fulbio - Auguri ciccione (2006)

Quando Frogwomen stacca la spina del terrorismo hard-punk, gli capita di implodere nell’entità Gemoschio Fulbio. Ovvero, folk cantautoriale straccione, squallore disincantato ironico stomp, cuginastro acustico (forse) del Bugo acustico (di cui coverizza l’epica Cellulare scarico), quel grado zero esistenzial/intellettuale qui corroborato di squallore surreale nevrotico (stomp?). Poi, se vogliamo, c’è un sospetto di Battisti scarnificato che potrebbe essere un De Gregori stravolto, svaccato, dissacrato, ma anche un Gaetano senza metafora. Un filmino amatoriale ipoblues infettato da background a base di videogiochi e droghe leggere (forse), delirante e disarmante al punto da impastare necrofilia e pedofilia con lo spleen post-berlusconiano come se nulla fosse e converrete che ce ne vuole. Alla fine ci dicono che sia l'album che riscuote più successo di tutto il catalogo. Ci può stare, come no.

Texans From Bari - If Your Truck Could Talk (2006)

Più o meno, trattasi di Benni the Bungler che incrocia la strada degli Altierjinga Lepers, e siccome c’ha il fucile li convince a seguirlo in questo sogno country rock. Ciò spiega se volete queste trame folk perlopiù acustiche pervase di mistica sintetico/psichedelica, rimagliate ad armonica, percussioni, oscillatori, cori, deserto e periferia, sogni e desolazione, proprio lì sulla linea di confine tra la mascherata morriconiana e la tragicomica immedesimazione, una messinscena struggente e dissacrante, il canto da baritono floscio come un Beck in overdose di negramaro (il vitigno, cazzo, il vitigno!), ieratica baldanza svampita ai lati di strade senza senso, particelle Grant Lee Phillips contagiato Robyn Hitchcock e Alice In Chains (unplugged). In più, se gradite, improvvisi strali impro a sgranare contorni folk-psych CSN&Y d’ebbra teatralità anche waitsiana. Se vi par poco.

Tre (belle) novità



Solquest – Private (2007)

Entità basso e sintetizzatore, una sola mente, due mani, tre album all’attivo prima di prodigarsi per Lepers con questo sei tracce a base di caligini wave, evanescenze robotiche, minimalismi minacciosi, pigolii cibernetici e un torvo vibrare di corde tra sbuffi, scarichi d’immondizia cosmica e funk masticati fino alla sfibrante defibrillazione. Solleva dubbi di sci-fi concettosa, fa sospettare angosce Eno e visioni floydiane senza appigli, dimostrando en pessent che un found voices di Martin Luther King procura sempre dei signori brividi. Ipnotici sibilanti sogni post Warp.

Greg Houwer - The Sun Behind The Hill (2007)

Chiamatelo se volete lo-fi folk pop, esplicato in cinque tracce immerse nell’orzata di caligine & brividi come esala da certe ossessioni sixties, qualcosa come un ruspante anello di congiunzione tra Clientele e Jens Lekman via Elephant 6, se proprio dobbiamo azzardare coordinate. Un ragazzone belga che si fa i trip a base di organo, piano, chitarra acustica ed elettrica, sospirando soul con l’aria fervida e spiegazzata dei Belle and Sebastian implumi, impastandosi nell’incanto melmoso dei Left Banke, congetturando wave pop e gospel accorato come un rigurgito Beta Band, suggellando il tutto con i cori da taverna festaiola che è puro Lekman impuro. Beh, beh…

Frogwomen & Superfreak – Volume 4 (2007)

Cinquanta magmatici minuti senza soluzione di continuità, una suite irriguardosa & appassionata di hard-funk-blues-psych-noise-math-punk, sospensioni meditabonde e spurghi heavy rugginosi, ossessione doorsiana, impeto Crazy Horse, irredentismo Glenn Branca-Sonic Youth, tour de force muscolare altro che quei segaioli del grunge. Con quel mettere a ferro e fuoco il “locale da schifo” in cui registrano live, ti fanno pensare ai primi fumiganti Flaming Lips, ti fanno cogliere frutti MC5 e Dead C, Grateful Dead e Motorhead, verve punk funk cingolata a tutta scabrezza e in flagranza di reato, delirio Hendrix anzi gli Spirit più duri (puri), tentazioni glam distorte, stralci dada (armonica, fischi, ukulele, organino, campanellini, cinguettii, elettroniche…), para-citazionismo e intermezzi situazionisti sarcastici. Bailamme per bailamme, bisogna sgretolare la liturgia rock, perché il rock è un linguaggio da sporcare e non il grembiulino per chi vuole uscirne pulito. Amen.

  • Super Wurthluss
  • Massive Tone
  • Crackle Morning Sunshine
  • People Are Confusion
  • Kinda Down
  • Left Wing Blues
  • Isla Mujeres
  • Let Go
  • Pot Smoker
  • Someone To Love
  • Level Out
  • Super Wurthluss

Luke Lukas - Super Wurthluss (Lepers, marzo 2008)

di Stefano Solventi

Ben quattro nuove uscite in simultanea per la beneamata Lepers Produtcions, tutte meritevoli non fosse per il sempre ragguardevole rapporto qualità-prezzo, tra le quali questo Super Wurthluss, uscita atipica rispetto all’anomalo catalogo della free-download label barese. Nel roster lebbroso il texano (?) Luke Lukas sembra infatti il bambino con la pistola di legno tra i teppistelli armati di scacciacani, ma la sua morbida acidula remissione lo-fi procede inesorabile, consapevole che non c'è vittoria ma neanche sconfitta per chi procede sul lato defilato della strada. Loser totale, slacker senza scampo, micro punto di vista col cuore in vena di sarcasmo e delirio.

Che poi in fondo è una roba semplice e banale. E il difficile è proprio questo. Quanti ne abbiamo sentiti e risentiti di malanimi svampiti come Pot Smoker, valzerini oppiacei come Someone To Love e ciondolamenti da hobo lunari come Kinda Down? Eppure, se il giochino ancora funziona al punto di incantare o sbalordire secondo i casi, è perché ogni tanto spunta qualcuno che conosce l'ingrediente misterioso. Uno come Luke, ad esempio. Capace di vagare lascivo e visionario come un Barrett alla frutta (People Are Confusion), di stemperare lo Young di Pocahontas e i Neutral Milk Hotel più diafani con farraginosa disinvoltura (Left Wing Blues), di sbrigliare arguzie vocali su beatbox sincopato come dei Beta Band busker (Massive Tone), per poi rivogarci non una ma due title track, in versione ballatina accorata prima (distillando frugale tenerezza Okkervil River) e bradipa ebbrezza poi (tipo un Beck col piede nella fossa riempita a scotch).

E non vi ho ancora detto di quanto suoni toccante Let Go, voce, una pianolina e la malinconia più dolciastra del mondo. Andate. Scaricate. Godete. (7.2/10)