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Lenny Kravitz

di Stefano Solventi

 

 

 

 

 

  • Minister of Rock 'n' Roll
  • I Don't Want To Be a Star
  • Lady
  • Calling All Angels
  • California
  • Sistamamalover
  • Where Are We Runnin'?
  • Baptized
  • Flash
  • What Did I Do With My Life?
  • Storm
  • The Other Side
  • Destiny

Baptism (Virgin, 2004)

di Stefano Solventi

Siamo alla resa dei conti, per sua maestà Lenny Kravitz. Una resa dei conti a doppio senso: tra Lenny l'uomo e l'artista, tra Lenny e noi che ormai da anni (ben quindici) abbiamo l'onore e l'onere di ascoltarne le gesta. Se vien voglia di sorvolare sulla prima tenzone, scaturendo da una specie di messinscena che vedrebbe il "povero" Kravitz nauseato da orge, bagordi e frenesie in voga nello star system (seee, figuriamoci, poverino...), la seconda assume i crismi della bocciatura inappellabile. Sì perché il qui presente Baptism, che stando alle dichiarazioni dovrebbe addirittura segnare una rinascita artistica, si rivela nei fatti una piuttosto corposa e brodosa autoparodia. Volontaria o involontaria, fa lo stesso ai fini del risultato finale, che è molto ma molto deludente. A partire dall'aspetto sonoro, in cui ogni elemento (il basso, il piano, la batteria, la chitarra, gli organi, i synth, la voce) sembra giocare la partita per se stesso, sgomitando per primeggiare sugli altri, inseguendo la propria massima definizione, fottendosene dell'effetto d'insieme. Ne conseguono tentazioni d'ascolto piuttosto - come dire? - epidermiche, deconcentrate dalla e sulla esasperata evidenza delle parti, su tutte quel canto spesso fastidiosamente urlato, al modo di un'amante consapevole della propria mediocrità. Quanto alle composizioni, siamo al punto più basso mai raggiunto dal Nostro, e dire che il buon Lenny non è mai stato una penna particolarmente ispirata (Let Love Rule a parte). Basti la vacuità a go go del college-glam California (dall'incipit smitragliato che ricorda quello di Thunder Road), la banalità melodica di I Don't Want To Be a Star (maldestramente scopiazzata da All Along The Watchtower e tenuta in piedi a furia di riff monolitici), l'inutile folk ballad Baptized (che rubacchia più di qualcosa a Stairway To Heaven), o infine l'orrido bignami dei T.Rex più lenti e mielosi che risponde al nome di What Did I Do With My Life?, con quell'assolo di sax nel finale come un disperato tentativo di rianimazione.
Ci sono momenti che tentano, quantomeno, di volare un po' più alto, ma sono gli stessi che ci offrono la cifra definitiva di questo fallimento: come nel glam granitico di Lady, in coincidenza di quel bridge bowiano ostentato come un vezzo, o come nel funky soul Sistamamalover che però - a parte quell'aria da I Want A New Drug di Huey Lewis al ralenti - sta all'omaggiato Prince come gli Oasis stanno ai Beatles, o infine come nella ballata folk-rock The Other Side in cui il canto baritonale, il piano floydiano, le corde ruggenti e cupe e la vena psych imbastiscono una traballante scenografia Radar Bros, e peccato per quell'improvvida apparizione di sax (a cura di uno sputtanatissimo David Sanborn).
Disarmante invece il bilancio di tracce come Storm, errebì-soul arido e legnosetto che si rivela mero sostrato per la comparsata (trascurabile) del rapper Jay-z, o dell'iniziale apoteosi sboroncella di Minister of Rock 'n' Roll (che con il basso scippato a Inner City Blues, il ring di moog pseudo-Air e gli inserti fracassoni si propone quale perfetta canzone-Ikea, modulare, scomponibile, adattabile ad ogni situazione e programmazione), e soprattutto della sdolcinatissima Calling All Angels, in sdilinquimento tra leziosità orchestrali, la vocina uggiolante e un'accademia demente/demenziale di piano-batteria (al confronto un Robbie Williams qualsiasi ci fa un figurone).
Se non altro il singolo Where Are We Runnin'? sa trastullarci con la sua sfacciata citazione ZZ Top infarcita di corettini Hall & Oates, mentre la conclusiva Destiny (scritta assieme a Lionel Ritchie) è un folk-soul delicatino, chitarra e falsetto frastagliato, così nudarello che funziona, pure se a dirla tutta sta a Terry Callier come Mariah Carey ad Aretha Franklin, senza contare certi passaggi del testo ("no one can live for me/no one can see the things I see") che fanno sgorgare spontanei, incontenibili, catartici vaffanculo.
Almeno i N.E.R.D. ci mettono il loro talento scanzonato, una freschezza spietata, quel muovere miliardi con nonchalance inesorabile e genialoide. Qui invece siamo alla star non più giovanissima, in odore di declino, che spera di stare a galla grazie allo splendore dei bicipiti, degli occhiali e della Gibson, per la gioia della gran matrona di tutti i parties decerebrati, sua emittenza MTV. Okay, Lenny, per un po' - giusto un po' - ci hai fatto credere d'essere persino interessante. Divertiti pure ai tuoi festini. Lecca qualcosa anche per noi. (4.2/10)

  • Love Revolution
  • Bring It On
  • Good Morning
  • Love Love Love
  • If You Want It
  • I'll Be Waiting
  • Will You Marry Me
  • I Love The Rain
  • Long And Sad Goodbye
  • Dancin' Til Dawn
  • This Moment Is All There Is
  • New Door
  • Back In Vietnam
  • I Want To Go Home
  • Uncharted Terrain
  • Confused

Lenny Kravitz - It Is Time for a Love Revolution (Virgin / EMI, 1 febbraio 2008)

di Stefano Solventi

Vi capiterà di leggere da qualche parte che questo It Is Time for a Love Revolution è, oltre che l'ottavo album di Kravitz, anche il più bello che abbia mai fatto. E, prima che vi si accenda il tipico sorrisetto di sufficienza tra naso e bazza, il vostro serio recensore vi ammonisce: badate che non è un'affermazione peregrina. Non del tutto, almeno. Perché Lenny torna a fare quello che sapeva fare meglio, ovvero far scoppiare dinamite nella atavica palude del rock per poi setacciare i pesci venuti in superficie, morti stecchiti o catatonici, tutti comunque a pancia in su. Qualche esempio? Una Dancin' Til Dawn che riesuma vivi e vegeti gli Stones periodo Black And Blue. E il Lennon inzaccherato black di Good Morning. Le sincopi granitiche dei Grandfunk Railroad in Bring It On. La crasi Prince-Sly And The Family Stone di Will You Marry Me. Una palpitante New Door colta da qualche parte tra Chicago, Bee Gees e Stevie Wonder.

Eppoi tanti Led Zeppelin in salse diverse: quelli di Thank You più che evidenti in If You Want It, quelli di Baby I'm Gonna Leave You latenti tra le spire melò-hard à la Scorpions di I Love The Rain, a grattugiare mollezze soul in This Moment Is All There Is. Eccetera, che le tracce sono ben quattordici più due bonus, tra cui l'ipersoul grondante languore & inquietudine di Confused, per inciso quello che Kravitz sembra nato per fare. Alla ricchezza del programma fa eco un prosciugamento delle forme sintonizzate sulla ruvida quadratura delle chitarre, sul basso corposo, sull'asciutta fragranza della batteria più un parco uso di tastiere e un sax quando occorre. Col risultato di sembrare un tour nella cittadella del rock-soul sul furgone carburato a urgenza e senza troppi comfort. Parente in qualche modo degli ultimi Red Hot Chili Peppers, di cui peraltro riprende la calligrafia in Love Love Love, pezzo che declama appunto la dorata austerity del nuovo corso kravitziano.

Da qui a farne qualcosa di "autentico" ce ne corre. Suona tutto ben delineato, pianificato, la cosa giusta da fare a questo punto di carriera, compreso il pacifismo innocuo di Back In Vietnam e I Want To Go Home. Ma tirate le somme, proprio perché offre a chi lo acquista ciò che cerca e anche di più, a questo disco non si può rimproverare nulla. Ciò non ci leva certo dalla testa la convinzione che il Kravitz intrigante fautore di visionarie post-modernità degli esordi deve aver esaurito la vena tra un festino e l'altro sul jet privato. Il quale, vista la nuova way of life del Nostro, presumo sarà stato messo in vendita. Lo avete visto per caso su E-Bay?

(6.3/10)