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The Lemonheads

di Edoardo Bridda
Una scheda (incompleta) dedicata ai Lemonheads, gruppo pop punk (ma sotto sotto folk dalle parti del country) famoso-amato-odiato nei Novnata recentemente tornato sulle scene con un album omonimo ...e una veste più anonima.

Teste da novanta

di Edoardo Bridda

"Evan Dando? Chi è costui? Evan Dando, dai... quello dei Lemonheads! Ah, quelli della cover di Mrs Robinson? Già, quel gruppo partito dall’hardcore, finito in qualche copertina di Melody Maker e poi sparito nel nulla…"

Una storia molto Scritti Politti - esordio duro e puro

Quanto tempo è passato dall’ultimo album dei Lemonheads. Era il 1996 sembra un’eternità, proprio come sembra sia passato un tempo infinito da Crooked Rain, Crooked Rain dei Pavement, e ancora da In Utero dei Nirvana… Si direbbe erano i Novanta, più precisamente i primi della decade, quelli trascorsi giusto prima dei masterizzatori e degli mp3, anni in cui il gruppo aveva ottenuto un successo sempre crescente, annunciando infine il suo scioglimento al Reading Festival nel 1997. Lovey (1990), ricevette modesti consensi su Mtv (merito quella cover di Luka di Suzanne Vega), It’s A Shame About Ray (complice la cover del Laureato di Simon & Garfunkel e con Juliana Hatfield al basso) fu un successo strepitoso, Come On Feel The Lemonheads disco d'oro e Car Button Cloth, una dignitosa fine.

Le teste di limone erano Evan Dando, un ragazzo patito di Gram Parsons decollato con la rabbia melodica di Hüsker, Replacements e Squirrel Bait in corpo e arrivato a una felice sintesi di pop-punk poco più tardi, un veicolo potente d'impressioni quotidiane adolescenziali e senza tempo. Grazie alla bellezza e un atteggiamento al tempo hippy e punk, il ragazzo di Boston era riuscito senza difficoltà a entrare nella testa di una bella fetta di liceali e universitari, confusi e felici, cannati e innamorati; una mossa resa ancor più efficace grazie al successo dei Nirvana di Nevermind.

Una storia molto Scritti Politti - e un prseguo piacione per ragazzine adulanti

Icona minore rispetto al Cobain ma pur sempre simbolo, il suo era uno spirito sixties alla Kevin Ayers dalla scanzonata attitudine Jonathan Richmann; con quest’ultimi condivideva la scarsa volontà a prendersi sul serio e la poca fiducia nel comunicare se stesso attraverso le canzoni, ma con il primo ebbe in comune la più tragica delle debolezze: l’incapacità a gestire il successo.

Drogato marcio già dal 1993, alla fine del 1997, dopo abusi di crack, alcol e altre droghe che quasi lo uccidono, da forfait. Ci vogliono quattro anni per rivederlo e nel sito ufficiale le cose vanno così, parole sue: "mi tagliai fuori da tutto perché non mi sentivo più a mio agio. Poi ho conosciuto mia moglie nel 1998 [Elizabeth Moses supermodel e musicista nata a Newcastle]. Mi sono spostato nel 2000 e sono tornato a rivivere come musicista un paio d'anni dopo".

E così sia. Nnel 2000, l’ex teen idol partecipa alle session dell’album delle Blake Babies con l’amica storica Juliana Hatfield, dopo un anno esce una raccolta live di vecchie canzoni con qualche novità (Live At The Brattle Theatre/Griffith Sunset). Nel 2003 è la volta del primo album solista (Baby I’m Bored, Setanta, White'n'Black, 2003), apprezzato dalla critica e meno dal pubblico e infine, dopo 41 date a far da frontman per la reunion degli MC5, Dando pensa pure alla sua, di reunion.

Nel 2005 i Lemonheads tornano grazie al contributo di Bill Stevenson (Descendents, Black Flag) alla batteria (e produzione) e di Karl Alvarez (Descendents) al basso. Sono più compatti e grintosi che mai, eppure il lavoro dal titolo omonimo (uscito per la Vagrant/Universal nel settembre 2006) soffre della mancanza degli Hit Single dei Novanta (No Backbone non è proprio Confetti). Suona come il prodotto di un buon gruppo di punk-rock, ma i Lemonheads erano molto di più.

  • Repeat
  • My Idea
  • Rancho Santa Fè (aka Arise)
  • Waking Up
  • Hard Drive
  • Shoots Is Fired
  • It Looks Like You
  • The Same Thing
  • Why Do You Do This To Yourself
  • All My lLfe
  • Stop My Head (aka Fall Down Dead)
  • In The Grass All Wine Colored

Evan Dando - Baby I’m Bored (Setanta, White'n'Black, 2003)

di Edoardo Bridda

Oggi finalmente esce una raccolta di canzoni inedite, un album che in verità era già pronto oramai da tre anni ma che solo oggi l’ex lemonhead è riuscito a pubblicare. In Baby I’m Bored, il ragazzo di Boston è un trentenne fragile e ispirato che ci ricorda quel che tutti abbiamo scordato: l’ispirazione c’era fin dagli esordi, acerba magari, ma c’era, anche quando il Nostro faceva il doppio gioco, quando canticchiava If I Could Talk I’ll Tell You alludendo al fatto che la voce che gli mancava era per le droghe che s’era fatto e non perché era timido. Dando, certo, teen-idol ipocrita ma anche ispirato autore di Ride With Me, Buddy, Hannah & Gabi, Being Around, The Outdoor Type, canzoni Novanta, soffio vitale che si rinnova ora, sinceramente.      

In Repeat si respira la stessa leggerezza di Rudderless, in My Idea l’eco della magia di Ride With Me. Dando ha la capacità di farti tornare indietro a qualche momento felice della tua vita, e lo fa in modo garbato e innocente. Momenti speciali li abbiamo inoltre nello svogliato risveglio di Waking Up, con contrappunto di pianoforte e battito di mani e nell’acustica In The Grass All Wine Colored, fanciullesco ricordo offuscato dell’ebbrezza del vino. Completano il disco una psichedelica Rancho Santa Fe, una incantevole ballata come Hard Drive con la versione country dei Lemonheads di It Looks Like You. Complessivamente, l’album è sia una versione acustica e nostalgica dei Lemonheads, sia espressione di un uomo artisticamente maturato che tuttavia non riesce a convincere del tutto (pur avendone le capacità). (6.5/10)

  • Black Gown
  • Become The Enemy
  • Pittsburgh
  • Let's Just Laugh
  • Poughkeepsie
  • Rule Of Three
  • No Backbone
  • Baby's Home
  • In Passing
  • Steve's Boy
  • December

Self Titled (Vagrant, settembre 2006)

di Edoardo Bridda

La Vagrant non è più etichetta indie stellestrisce: è un’impresa con i suoi target e come tale ha deciso di scegliere band che finiscono nelle soundtrack di Serie Tv tipo The OC come base per le proprie scelte di mercato. Nulla di male per carità, roba radiofonica, fresca e diretta che vuol dire Dashboard Confessional, ovvero pop-punk (o pop rock fate voi) con una scorza di limone emo, prodotti dal gusto tipicamente mainstream californiano che probabilmente mal s’esportano a un Europa molto più incline alle pose arty della terra d’Albione.

Questa volta a farsi prendete in questa rete sono i redivivi Lemonheads, uno dei gruppi più rappresentativi dei Novanta, alle prese con il classico coming back. Dopo una prova solista che aveva raccolto consensi (e qualche rimbrotto) e 41 date a prestare la voce ai riformati MC5, Evan Dando, grazie soprattutto al contributo del batterista Bill Stevenson (Descendents), decide di rimettere mano alla sacra sigla. I due, grazie all’aiuto di turnisti amici quali Juliana Hatfield e Josh Lattanti, fanno un tour nel 2005 con tappa a Benicassim poi entrano in studio spensierati, con il leader completamente rinsavito.

Il brand ce lo spiega lui stesso: “Louder, faster, more like BUZZCOCKS pop-punk-and way less introspective”. È lui, il mirror del sound del gruppo epoca It’s A Shame About Ray. E sentire i Lemonheads che suonano come una qualsiasi band di genere, per giunta senza la forza comunicativa che ne siglava la firma, delude e rattrista.

Volendo pescare nel mazzo, forse il brano migliore è Become The Enemy, l’unica a farsi carico di quell’abbraccio fraterno che solo Dando un tempo sapeva dare. Il resto è fatto di quelle carinerie che ascoltate in macchina sono il massimo e messe sullo stereo di casa fanno venire voglia d’attaccare l’aspirapolvere. Che Garth Hudson (The Band) in persona suoni le tastiere in Black Gown e December, e J . Mascis la chitarra in No Backbone e Steve’s Boy poco ci importa, il giudizio finale non cambia. (5.0/10)

Dando all'estragon fonte: http://flickr.com/photos/32056302@N00/292414688/

Live: Estragon, Bologna (7 novembre 2006)

di Edoardo Bridda

In un anonimo martedì si celebra un mito dimenticato dell’indie rock anni Novanta, primi Novanta per essere precisi. E per i nostalgici il momento è dei più intensi. Pop punk, se non folk elettrificato tout court, per la generazione X. Pozzo di strofe e di ricordi scolastici e universitari. “I know a place where i can go”, “I’ve never been too good with names. The cellar door was open, I could never stay away”, “That pencil smell reminds me of School”, “If I could talk Id tell you / If I could smile I’d let you know”, e ancora “I’m too much with myself, I wanna be someone else”.

Canzoni fatte di piccole impressioni quotidiane. Provincia americana, e perché no provincia anche nostra. E le canzoni dal vivo ci sono tutte, queste e altre. Sono loro a sopravvivere, dopotutto. Tra tutte le reunion possibili, dopo il pienone dei Dinosaur Jr (all’epoca dirimpettai di fama e appeal universitario) adesso ci sono loro, anzi lui + 2, Evan Dando e i riformati Lemonheads, quei due ragazzi già membri dei Descendents (e sul disco omonimo). Ma il pubblico non riempie nemmeno la metà della sala e la data è un flop. Pochissima gente è accorsa e, come se non bastasse, un po’ di pasticci nella prima parte del concerto, complice un roadie ultra capelluto (ma decisamente incapace nel sistemare un problema di amplificazione), peggiorano ulteriormente la situazione.

Ma a Dando, più che mai anonimo nel cappello di lana che quasi gli copre il viso - e un atteggiamento a metà tra junkie menefreghista e quel cazzone che è sempre stato - basta poco per attivare il teletrasporto. La seconda metà dello show inizia in acustico. In sequenza quasi tutti i brani di It’s A Shame About Ray (senza la cover del Laureato però). Un paio di episodi felici del penultimo Car Button Cloth (If I Could Talk I’ll Tell You, Hospital) e una terzina di Come On Feel The Lemonheads. È quanto basta per rincuorare i pochi fan; infine arriva un inaspettato terzo momento con le ultime cartucce. Del resto il cavallo di razza It’s A Shame About Ray non era ancora stato sfoderato e così la band esce di scena, con Dando a negare il saluto.

È finita, ma l’odiata icona dell’indie pop ci ha ricordato d’aver scritto alcune delle canzoni pop tra le più belle e incisive dei Novanta. Se Cobain era lo struggimento, la stomacale incapacità di vivere, Dando era quell’eden della mente, l’efebo eterno innamorato senza amore in un quotidiano senza tempo. La più romantica delle solitudini fallocentriche. Grande concerto nostalgico quello dei Lemonheads. Dell’ultimo disco nessuno s’è manco accorto, ma è così che vanno tante reunion. Goodbye Dan, anzi fuck you.

    DVD
  • Two Weeks In Australia
  • It's A Shame About Ray (Music Video)
  • Ride With Me (Live)
  • Mrs. Robinson (Music Video)
  • Being Around (Music Video)
  • Alison's Starting To Happen (Live)
  • Hannah & Gabi (Music Video)
  • Half The Time (Music Video)
  • Rockin Stroll (Music Video)
  • Confetti (Music Video)
  • It's About Time (Live)
  • My Drug Buddy (Music Video)

Lemonheads – It’s A Shame About Ray Collector Edition (Rhino, marzo 2008)

di Edoardo Bridda

Mi ero perso un paio di cose a proposito di questi magnifici e istantanei trentacinque minuti: li avevano definiti campioni del Bubblegum Grunge e quest’etichetta - non lo nascondo - avrei voluto inventarla io. Rende esattamente l’idea della scorza del prodotto Dando/Hatfield: la capacità di comunicare a una generazione attraverso la caramella pop calata nell’urgenza dei tempi dei bragoni e degli anfibi, i maglioni XL a righe e i bulbi fluenti. In secondo luogo, queste canzoni erano anche camp e It’s A Shame About Ray fu eletto a miglior album omo dei Novanta. Quest’ultima è chiaramente una deformazione, evidente quanto la fame di appropriazione culturale dell’intellighenzia gay, battaglie di comunicazione che non dovrebbero ad ogni modo deformare (o caricare di parodia) quel che al tempo era un momento distensivo dalla giornata grunge-Breeders-Polvo, soprattutto, un esempio di femminilità ben più comprensiva e universale.

It’s A Shame About Ray è stato l’album cenerentola di un momento caldo dove si tornava a respirare dopo anni di maledetti Ottanta, mentre un auspicato revival su larga scala del cosiddetto rock si era materializzato come per magia. Eppure con Nirvana, Pearl Jam e Stone Temple Pilots tornavano antichi vizi di ribellismo giovanile. Tornava il senso del branco per soli ragazzi e alcune ambigue pose glam (vedi Cobain e co.). Dunque, anche qui, i Lemonheads come antidoto o meglio come forma rock democratica. One man band con un’illustre Juliana Hatfield, anch’essa cantautrice turbolenta, e un terzetto sui generis riuscito a convertire l’harcdore in una personale scrittura country pop. Perché dietro alle pieghe melodiche c’è un cuore americano che batte ma senza testosterone e, ancor più in profondità, tutta la solitudine e l’angoscia mascolina tenuta sottopelle. Da li lo scarto rispetto al camp menzionato prima: lo smarrimento della title track, la romanticità intossicante di My Drug Buddy, momenti di straniante bellezza di un album che non rinuncia neppure all’energia virata cartoon di Alison's Starting To Happen oppure al uptempo rock (da saloon) di Rockin Stroll.

Ancora, l’album rientra nello sbandierato periodo dello scazzo ma il suo sottrarsi è pari soltanto alla più romantica delle forme, un qualcosa di più grande della moda del periodo. Aspetto questo che fa del peccato di Ray un classico e la ristampa un affare, come al solito, per completisti e cultori. In quest’ultima veste infatti, oltre ai prescindibili demo del primo CD, il secondo disco (un DVD) contiene tutta la sezione videoclip. Ci troviamo un Dando che sembra Sandy Marton e riprese stile Melrose Place (Confetti), il bel bianco e nero di My Drug Buddy, la ragazzina minorenne e il video stile Nirvana di It’s A Shame About Ray, nonché le riprese in barca ad Amsterdam della famosissima Mrs Robinson. Molto memorabilia nientepiù. A completare l’offerta: un best (tre canzoni) dal vivo e altrettante catturate da una tournée in Australia (Two Weeks In Australia) più qualche commento di Dando ex-post. (8.0/10) al disco, (7.0/10) al resto.