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Lasse Marhaug è uno dei più celebrati e rispettati nomi nel genere noise e malgrado la sua giovane età – 32 anni - , ha già alle spalle una miriade di releases accumulate sia in veste solista, sia in collaborazione con John Hegre sotto il nome di Jazzkammer (che nella sua variante “metal” si trasforma in Jazkamer), sia con numerosi altri collaboratori, tra cui Kevin Drumm, Maja S. K. Ratkje, Merzbow e ultimamente anche Carlos Giffoni e Smegma.
Registrato e prodotto dal duo John Hegre e Jørgen Træen, nello studio professionale di quest’ultimo, The Great Silence - suo primo disco per la noise label americana PacRec - è uno delle più belle e lucide uscite pubblicate dal ragazzo prodigio norvegese. Fulcro del disco è la traccia The New Sound, che lungo i suoi 29 minuti di durata riporta le nostre orecchie ad un nuovo stato di primitività, in cui Lasse mescola sapientemente l’onnipresente drone di rumore bianco con urla, vetri rotti, voci e sigle campionate dalla tv e dalla radio, e chissà cos’altro. Sì perché l’album è fatto soprattutto di infinite stratificazioni di suoni, tanto che ogni nuovo ascolto mette sempre in luce elementi inediti. Sono 51 minuti e 59 secondi di assoluta violenza e purificazione in cui si può assistere alla trasformazione, dopo alcuni ascolti, del caos sonoro in una assoluta serenità estatica, non lontana da quello che la copertina del disco, con il suo paesaggio incontaminato, ci vuole suggerire. (7.5/10)
Con la raccolta Alive non ci discostiamo poi così tanto dal tema sonoro di The Great Silence ma la diverse nature delle registrazioni (cassetta, minidisc, hard-disc, videocamera, DAT) donano una certa eterogeneità alla raccolta. No Sleep 'til Haugesund e Schwitters' Pistol Support sono le due tracce che preferisco: la prima da un nuovo significato alla parola "saturazione", mentre la seconda dall’alto dei suoi 11 minuti e 52 secondi di durata, equivale a un calderone di feedback e whitenoise da incubo che farà la felicità di tutti i fan del genio giapponese Merzbow. Nel complesso sicuramente un disco per completisti, che nulla aggiunge a nulla toglie alla gloriosa, ma ancora promettente carriera del terrorista sonico norvegese. (6.0/10)

Grand Mutation ovvero sinfonia e rituale pagano assieme. Prendete un poderoso ed imponente organo da chiesa (proprio come quello in copertina) che si mette a dialogare con un corredo di oscillatori sinusoidali ed intonarumori del Ventunesimo secolo.
Si potrebbe sintetizzare così l’esordio di Lasse Marhaug su Touch (in coabitazione con il compositore norvegese Nils Henrik Asheim) che prende le mosse dal progetto Spire (che si propone di indagare le affinità e le diversità tra, un antichissimo strumento, ovvero l’organo e le odierne sperimentazioni elettroniche, documentate da esibizioni live e pubblicazioni in cd) ma al tempo stesso se ne distacca sensibilmente; in Grand Mutation troviamo meno calcolo, più cuore e la volontà di creare un disco che possa fare della compattezza e della monoliticità la sua bandiera.
Per fare questo ai due norvegesi è bastata una notte chiusi nella seicentesca cattedrale di Oslo, che ospita il già citato organo (uno dei preferiti da Asheim), per mettere insieme questa cavalcata minimalista e dronante di un’ora, registrata nel giugno del 2006 e successivamente mixata e divisa in cinque capitoli.
Ecco allora la solenne Phoneuma, la frammentata e noisy Magnaton, la quieta ma minacciosa Philomela, che ci introducono in stanze oscure dove si dimenano inquietanti fantasmi gotici.
Un disco che si colloca a cavallo tra la ricerca colta e il noise, e che ci dimostra almeno due cose: la prima che Touch riesce ancora a sorprendere e a licenziare dischi eccellenti, la seconda è che la carriera “vera” di Lasse Marhaug sia appena agli albori. (7.5/10)