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The Lights On... Larkin Grimm

di Teresa Greco
La forza di Larkin Grimm sta nel potere evocativo della sua musica e nell’interpretazione sciamanica che ne dà, come un rito liberatorio. Canzoni in bilico tra questo e un universo più sottile.

Don’t Come Down, Darkness

di Teresa Greco

Canzoni sofferte che nascono dal profondo, come flussi di coscienza che emergono e si espandono circolarmente in mille direzioni. La forza di una voce intensa, tra sussurri e grida, in tormentate folk song in bassa fedeltà. Cresciuta in Georgia tra gli Appalachi in una famiglia hippie di cantanti e violinisti, un interesse per l’arte (studia pittura e scultura), una collaborazione con i Dirty Projectors (e una relazione con David Longstreth), Larkin Grimm sviluppa - va da sé - una sensibilità nomade; uno spirito libero che esprime anche la sua parte più oscura in gothic e folk ballad che raccontano di corpo, mente e anima, di amore e morte, di ricongiungimento alla Natura, con lyrics piuttosto simboliche.

Seguendo illustri precedenti, viene naturale accostarla alla prima Joni Mitchell e a Buffy Saint-Marie, a culti come Linda Perhacs e Vashti Bunyan, con cui condivide l’amore per la vita agreste e lo spirito da zingara. E al presente all’intensità di una come Christina Carter e all’eclettismo di Bjork, uno dei suoi miti, peraltro, insieme a Joni. Dopo un lungo peregrinare in giro per l’America inseguendo la sua strada, Larkin, dopo la fine della sua collaborazione con i Dirty Projectors, si stabilisce a Providence, dove viene a contatto con la fervida scena noise locale. E da lì il resto. Due album per la Secret Eye di Jeffrey Alexander, molti tour condivisi con amici artisti (Jack Rose, Espers, Edith Frost, Spires That In The Sunset Rise…) anche in Europa, una personalità musicale ben definita e una crescente affermazione.

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Larkin comincia a scrivere il suo primo disco influenzata dalla fine della tormentata storia con Longstreth. L’esordio avviene su Secret Eye con Harpoon Baptism (2005), album autodefinito “acoustic blackmetal”, in realtà un’ introduzione al suo universo: chitarra, dulcimer, voci doppiate, percussioni assortite, un minimale incantesimo lo-fi che richiama in primis la Perhacs e certo folk inglese dei ’70. Una voce intensa e dark modulata con sapienza. Ancora incerta tra luce e oscurità, alla ricerca di un personale equilibrio, anche musicale, Larkin confeziona un disco piuttosto eterogeneo in cui si avverte qualche appiglio luminoso. Tra incipit per voce e dulcimer (Entrance), una ballata black per voce con corredo di percussioni tribali (Going Out), folk ballad riverberate (Pidgeon Food), umori psichedelici in acido free-form (Future Friend), l’appena accennata murder-song I Killed Someone (che si ritroverà nel disco successivo in una magistrale forma compiuta), la trance ipnotica come un mantra per doppia voce di Touch Me Shaping Hands, l’album scorre come un unico blues, un canto lacerante e malinconico che tocca recessi sottili nascosti nel profondo. Come un'autoterapia per l’artista per scacciare fantasmi e paure. Che vale per chiunque abbia la voglia di accostarvisi. (7.0/10)

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L’approdo al secondo album viene dopo un ampio rodaggio live e una crescente affermazione nell’ambiente. The Last Tree (Secret Eye/Goodfellas, 10 ottobre 2006) appare come un disco più maturo ed omogeneo nel suo insieme. Più suonato e consapevole. Nato dalla collaborazione con la musicista/performer e amica Lara Polangco, vede la presenza di numerosi ospiti (tra amici e familiari); le atmosfere restano le medesime, con un’accentuazione più definita della matrice dark-blues.

L’incipit da brividi della title track, una ballad folk in crescendo tra chitarra acustica, marimba e violini introduce nell’oscurità dell’artista, in un mondo parallelo, tra giochi e rimandi. Ci si trova tra blues neri (Into The Greay Forest, Breathing Love) e death ballad (I Killed Someone II, ripresa in chiave psych, per sola voce e chitarra), la mitchelliana lunga suite Little Weeper (e all’artista canadese rimanda anche la conclusiva Waterfall), il blues malato e orgasmico di The Most Excrutiating Vibe (cantata con la Polangco), tra melodie e dissonanze (No Moonlight, Strange Creature), e ballad in apparenza solari (Link in Your Chain); così si snoda l’universo della Nostra, creatura dei boschi e dei grandi spazi, sempre in bilico tra questo e un universo più sottile, di cui sembra invitarci alla scoperta. Un invito alla comunanza umana, insieme alle forze naturali, da buona hippie di ritorno. La forza di Larkin sta quindi nel potere evocativo della sua musica e nell’interpretazione sciamanica che ne dà, come un rito liberatorio. The Last Tree resta così un album che continua a crescere ad ogni ascolto, mentre se ne scoprono via via le sfumature. Freak folk sciamanico che entra sottopelle, song malate e torbide. Difficile liberarsene una volta entrati nel loro sottotesto. (7.2/10)