

Nella realmente sterminata produzione discografia “in proprio” che caratterizza questi ultimi anni, è possibile che emergano dal marasma generale piccoli gioielli destinati – vedi tirature limitatissime – a passare totalmente inosservati. Non mi riferisco qui alle laccate next-big-thing alla MySpace, ma a tutto il sottobosco di etichette cd-r che costellano il firmamento di internet con stelle piccole ma vivide. Nel caso in questione, l’aggettivo piccolo è usato a sproposito, trattandosi di un disco a dir poco mastodontico: doppio cd-r ultralimitato (100 copie nella prima, 79 nella seconda tiratura) per qualcosa come due ore e mezza di musica (!) che rappresentano un sunto retrospettivo delle varie uscite precedenti sempre in cd-r. Proveniente dal giro avant-rock newyorchese, La Otracina è un collettivo aperto ruotante intorno al batterista Adam Kriney, titolare della Colour Sound e membro di una infinità di band cittadine, tra cui i Quivers di Ninni Morgia.
Continuamente oscillante tra le due anime del collettivo, l’album si snoda lungo tour de force chitarristici di matrice kraut e ipnotici rilassamenti tra fusion e psichedelia anomala debitori allo stesso tempo sia di Neu! e Amon Duul che di alcuni passaggi prog-spacey dei King Crimson; nomi ai quali si potrebbero aggiungere senza timore le versioni attualizzate come Bardo Pond e Ghost per la capacità evocativa di alcuni mammuth sonori. Se l’intro offerta da California Orange Sunshine (Creation) accompagna sognante verso il cuore del primo disco, questo esplode già nei seguenti due pezzi: Acide Cervau… è un assalto sonoro epicamente krauto trascinato da distorsioni spaziali e vuoti cosmici, mentre Hazy Mazes, dall’alto dei suoi ventun minuti, si muove pachidermica tra free-jazz d’accatto, dilatazioni ambiental-rumoriste e acidi strimpellamenti di piano.
L’incedere agonico e ipnotico di Mu’s Muse prelude al tributo all’acid rock in salsa impro di Blurred Vision Netherworld, mentre i venticinque minuti divisi in sei movimenti di Sky Journey mostrano un gruppo capace di giocare e ricombinare fusion, elettronica e motorik teutonico. Neon Nova e Blue Magnetic Time tributano il giusto omaggio alle cavalcate di Neu! e Hawkwind / Blue Cheer, mentre California Orange Sunchine (Prism) riprende la psichedelia sognante e onirica della sua gemella. Love, Love, Love è un prisma onnivoro e acido, un frullatore di ascolti ed esperienze precedenti che merita tutta l’attenzione possibile, perciò fatevi del bene. Cercate questo disco direttamente presso l’etichetta, pregateli affinché ve ne inviino una copia, corrompeteli. Perché certi dischi si ha l’obbligo di farli continuare ad esistere. (7.0/10)

Neanche il tempo di assorbire quel mastodonte post-kraut che era Love, Love, Love ed ecco che ce li ritroviamo di nuovo di fronte. Dopo una strepitosa messe di uscite in cd-r per la Colour Sound, etichetta di casa, il combo newyorchese dal sangue italiano (la chitarra è quella della nostra vecchia conoscenza Ninni Morgia) approda per questo esordio ufficiale nientemeno che alla Holy Mountain, etichetta che più di tutte ha ultimamente incarnato al meglio il nuovo sentimento cosmic-psichedelico americano. Non un caso, d’altronde, dato che di quell’afflato cosmico e dilatato tipico delle uscite targate Holy Mountain è pervaso l’intero album del collettivo americano.
Musica follemente spaziale che si abbevera delle mire cosmiche di Sun Ra - dopotutto Space Is The Place, ricordate? - annegandole in una tempesta sonora in cui psichedelia espansa, visionarietà prog, accenni kraut e frammenti di atavico blues distorto si frangono in un tutt’uno. Musica come polvere di cometa cristallizzata, come recita lo sticker in copertina. Come a dire le aperture alari degli Amon Duul, la fuga in avanti che fu dei primi, immensi King Crimson, l’amore per la reiterazione di alcune frasi musicali à la Can ed in più l’amore per l’improvvisazione che non scade quasi mai nel senso di distruttiva catarsi di molti compagni di etichetta. Un piacere per l’orecchio e per la mente, se ancora non si fosse capito. Musica che stimola alla visione, che induce allo stato di trance senza bisogno di additivi psicotropici. Nei cinque lunghi pezzi strumentali si trovano così detriti di trenta e passa anni di storia della musica con la S maiuscola, come nella paradigmatica Sailor of The Salvian Seas, in cui passaggi epocali lungo una linea rossa che dai Black Sabbath/Blue Cheer arriva agli Sleep/Om approdano inermi su marziani lidi sludge.
Ma è il senso del tutto a rimandare a qualcosa di lontano ed alieno, ad un suono che nell’immaginario collettivo si è fatto esemplare visione su pentagramma di mondi lontani e sognati, tanto quanto su carta si è materializzato, esempio tra i tanti, negli incubi Lovecraftiani. Non a caso la finale, lisergica Ode To Amalthea incorpora quel fraseggio altro che l’entità aliena di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo inviava sulla Terra come messaggio di saluto. Colonna sonora del cosmo per come lo possiamo intendere noi terrestri, Tonal Ellipse Of The One rischia di diventare uno degli album classici del genere che non possiamo non definire psichedelico. Ottimo, non c’è che dire. (7.5/10)

Non nuovo a repentini cambi di repertorio (dal noise rock di White Tornado al kraut-free-rock de La Otracina, passando per il free-jazz di Quivers e Right Moves) dimostrazione di un animo irrequieto ma anche di un eclettismo fuori dal comune, Ninni Morgia condensa in 30 minuti di improvvisazione per chitarra tutto il suo scibile chitarristico.
In un crescendo inarrestabile il siculo trapiantato a New York passa agilmente dall’ambient isolazionista della parte iniziale all’ecatombe della saturazione psych-rock della parte finale mostrando senza risparmio le sue capacità strumentali. Ninni da così prova di una ottima padronanza sia dello strumento, sia degli possibilità offerte dall’amplificazione, oltre che di una notevole dose di creatività disegnando paesaggi ora sconvolti dalla saturazione, ora di una quiete surreale.
Difficilmente un disco di impro radicale come questo live registrato al Foundry di New York nel maggio del 2006, si lascia ascoltare con tale interesse, sfrangiando la resa chitarristica in mille rivoli. E questo è proprio il suo miglior pregio. (7.0/10)