L’uscita della centesima pubblicazione targata Labrador, un imponente cofanetto composto da quattro CD, offre l’occasione per ripercorrere la storia dell’etichetta che della malinconia ha fatto un credo e della chitarra acustica un monumento. Ché la Svezia, in fondo, non è così lontana.

Immaginate la scena. Ve ne state nella vostra cameretta, a sospirare malinconie tardo – molto tardo – adolescenziali e a strimpellare canzoncine sdolcinate con la vostra chitarra acustica. Il ciuffo biondiccio ad offuscare lo sguardo e il pallore lunare della vostra pelle che vi fa sembrare dei personaggi usciti da un film di Tim Burton. Tutto questo mentre i vostri amici cantano La Canzone Del Sole e la più bella della compagnia sta limonando con il vostro migliore amico.
Ma vi fate forza. Con la chitarra declinate in la minore le vostre tristezze di geni incompresi e iniziate a fantasticare. Ché la Svezia, in fondo, non è così lontana. Tre ore di volo o giù di lì per arrivare a Stoccolma. E poi un taxi – no, meglio l’autostop – fino ad arrivare alla sede della Labrador, l’etichetta che della malinconia ha fatto un credo e della chitarra acustica un monumento. Basti pensare che quando ha deciso di dare una botta di vita al proprio catalogo si è affidata ai Radio Dept. Quasi come cercare un’ubriacatura con una lattina di coca cola.
Si parla di Labrador, dunque. Si parla di pop svedese, di musica indipendente, di progetti nati per scommessa e di scommesse vinte sul mercato internazionale. E l’occasione per fare una panoramica su tutto questo è delle più importanti. L’uscita della centesima pubblicazione targata Labrador. Un imponente cofanetto composto da quattro CD – più un interessante libretto che ripercorre le tappe fondamentali dell’etichetta – per un totale di cento canzoni, una per ogni album o EP pubblicato nel corso di questi nove anni di vita e musica.
D’altronde, il titolo scelto per un’operazione simile non poteva che essere altrettanto imponente, grandioso e tutto sommato legittimamente autoreferenziale. Labrador 100, A Complete History Of Popular Music (Labrador / Goodfellas, aprile 2007) riassume con rara efficacia quello che è stato sin dall’inizio l’obiettivo che cinque ragazzoni scandinavi – Bengt Rahm, Johan Angergård, Joakim Ödlund, Niklas Angergård, Mattias Berglund – si sono posti: promuovere musica popolare. Dove per popolare si intende accessibile ma non facilona, tiepida all’apparenza ma calda e appassionata nella sostanza. Indie pop, insomma. I cui suoni sembrano in gran parte convergere geograficamente in una città situata al di fuori dei confini svedesi: Glasgow. Dove, guarda caso, sono nate due band che senza timore di smentita si sono rivelate seminali nella costruzione del suono Labrador: i Jesus And Mary Chain e i Belle And Sebastian. Come dire, lo shoegaze in fase germinale e l’indie pop – appunto – nel pieno della maturità. Più altre sporadiche puntate nell’Inghilterra dell’electroclash e della new wave.

La cosa interessante di questa operazione monografica è il modo scelto per compilare le scalette dei quattro volumi del cofanetto. Sulla copertina del primo – ricoperta da un fuxia aggressivo e accecante – campeggia una scritta enorme che traccia un segmento temporale preciso, dall’esordio discografico festeggiato nell’ormai lontano ottobre 1998 fino all’agosto 2002. In questo lungo arco di quattro anni si alternano quelle band – in molte delle quali militano i fondatori della Labrador – che detteranno la linea Maginot artistica della casa discografica. Dal pop sognante degli ottimi Club 8 alle paradossali tentazioni latine dei Céleste, i primi ad uscire col marchio dell’etichetta bene in vista. Un campionario di emozioni ben assortite – pur con qualche ballatona strappalacrime di troppo, vedi il melodramma pianistico di Lasse Lindh – che qualche anno più tardi porterà il prestigioso quotidiano inglese The Guardian a parlare della Labrador usando termini notevoli ed impegnativi come “Sweden’s most influential indie label”.
L’arco di tempo preso in considerazione dal secondo volume – stavolta vestito con un marroncino autunnale – è decisamente più breve: dal settembre del 2002 all’ottobre del 2003. Appena tredici mesi che segnano evidentemente un’accelerazione nella produzione della casa svedese. E che accelerazione. Tra gli onnipresenti Club 8 e le sorprese pop dei Legends, passando per le soffuse carezze notturne targate Douglas Heart, questo periodo è forse quello di maggior estro creativo per la Labrador, che comincia ad invadere il mercato europeo con più forza e convinzione. E l’ariete usato per sfondare le barriere geografiche e per conquistare le luci della ribalta prende il nome dei già citati Radio Dept. Figli naturali di My Bloody Valentine, Jesus And Mary Chain e Slowdive, i Dept escono con il loro primo singolo, Against The Tide, pubblicato inizialmente per la loro etichetta Slottet. La canzone è il manifesto del dream pop del terzo millennio, caratterizzato di registrazioni a bassa(issima) fedeltà, ritmi grezzi e spesso ossessivi ed emozioni che squillano ad ogni nota. Il resto sarà cronaca di un trionfo inaspettato. Articoli su NME, passaparola internazionale, colonne sonore per Hollywood (il film su Maria Antonietta diretto da Sofia Coppola).
E si arriva al terzo episodio, stavolta colorato di celeste. Dall’ottobre del 2003 all’aprile del 2005. Un arco di tempo che segna una flessione nella qualità generale dei lavori usciti per la Labrador. Qualche granello di sabbia comincia ad infiltrarsi nel meccanismo pop dell’etichetta. E a parte gli inossidabili – almeno per il momento – Radio Dept e Legends, non tutto gira come dovrebbe. Pelle Carlberg e le sue canzoni acustiche. L’allegria spensierata dei Corduroy Utd. La radiofonia – eccessiva? – dei Laurel Music. Tutta roba che, pur ben scritta e suonata, comincia a mostrare un po’ la corda. La formula sembra essere ripetitiva. Gli artisti si uniformano e non si differenziano tra di loro. La Labrador continua a macinare dischi su dischi. Ma forse non affascina più come prima. Forse.
E veniamo al presente, rappresentato dall’ultimo CD – viola – che parte dal maggio del 2005 fino ad arrivare al qui e ora del 2007. E se non è un colpo di reni ci manca poco. E dire che questo cd parla di una piccola grande delusione. Pet Grief dei Radio Dept, pubblicato lo scorso anno. Seguito del magnifico Lesser Matters di cui sopra, l’album che segna il ritorno dei Dept perde un po’ della spensieratezza shoegaze che aveva fatto grande il suo predecessore per lasciarsi sedurre dal pop oscuro dei Cure di Disintegration, senza averne lo stesso appeal dark, ça va sans dire. Un lavoro non male, se non fosse che viene da una band che amiamo alla follia e dalla quale ci aspettiamo molto di più. Ma la Labrador ha diversi assi nella manica. Come i soliti Legends, che virano verso l’electroclash e continuano a farci innamorare. Come gli Irene, che con le loro perfette canzoni pop portano la primavera nella gelida Svezia e nei nostri cuori. Come gli [ingenting], che cantano in svedese senza perdere nulla in credibilità e qualità (d’altronde, la lingua delle emozioni è unica ed universale).
Verrebbe da chiedersi allora quale sia l’eredità che la Labrador lascia alla musica moderna. Se questi primi dieci anni sono stati un fuoco di paglia o qualcosa di più. Se l’attenzione internazionale è dovuta più al richiamo modaiolo che, a turno, tocca tutte le etichette in circolazione, oppure se i gruppi che orbitano intorno alla scena svedese hanno davvero quelle armi in più che la stampa internazionale ha – pretestuosamente? – trovato nelle loro canzoni. Difficile dirlo adesso, con la mente ancora coinvolta dagli eventi. Come ogni impresa umana, il cammino della Labrador è pieno sia di picchi altissimi che di cadute di stile. Ma dopo l’esplosione creativa dei primi anni, l’assestamento seguente e la fase di stanca successiva, sembra che in quel di Stoccolma le cose abbiano ricominciato a girare per il verso giusto. E nei prossimi mesi le sorprese potrebbero non mancare.
Intanto, a chiudere tutto – il cerchio, la storia, il cammino – sono di nuovo i Radio Dept. Sono loro a mettere un punto a questa mastodontica celebrazione della Labrador. E lo fanno con un pezzo inedito, l’unico della raccolta, scritto per l’occasione e intitolato forse programmaticamente We Made The Team. Facciamo allora gruppo, squadra, muro. Stringiamoci forte e ripartiamo. Per altre cento avventure da raccontare. Per altri cento modi di intendere la musica pop. Per altri cento dischi da far girare negli stereo e nelle camerette di tutto il mondo. Tanti auguri, Labrador.

Ennesima uscita Labrador, ennesimo album pop crepuscolare, autunnale, delicato, a mezza tinte, romantico e chi più ne ha più ne metta. Il timore è che l’etichetta svedese si adagi troppo sugli allori finendo per replicare sempre le stesse creature. Però c’è ben poco da reclamarle quando sono i Club 8 ad essere chiamati in causa. Ché il duo in questione non è certo l’ultimo arrivato, anzi. The Boy Who Culdn’t Stop Dreaming rappresenta addirittura il loro sesto album in studio. La carriera musicale di Karolina Komstedt e Johan Angergård in dodici anni è ormai un’imprescindibile fetta di storia del pop scandinavo. È vero, la loro formula musicale è oramai un ripetere se stessa, ma sicuramente non ha pretese rivoluzionarie. E quando i risultati sono album come questo non c’è veramente niente da recriminargli. È tutto così raffinato ed elegante che le canzoni sembrano quasi sopraggiungere in punta di piedi lasciando impercettibili orme sulla neve circostante. Un accurato twee pop sospeso tra leggere, frizzanti e malinconiche melodie. Un ideale punto di contatto tra i Kings Of Convenience, i Belle And Sebastian e gli Stereolab. Che dire, infine, se non che la Labrador ha colto il bersaglio anche stavolta. Speriamo solo che in futuro riesca ad osare un poco di più, anche se i risultati dovessero essere meno convincenti di quelli finora raccolti. (6.5/10)