
Si chiamano come una canzone di David Bowie. Sono freschi come potevano esserlo Jeff Buckley e la sua band poco più di 10 anni fa. All’arroganza di quei ragazzacci dei Babyshambles preferiscono il romanticismo pop alla Morrissey, ma non come lo intendevano quei piagnoni dei Coldplay: molto meglio l’attacco strumentale assassino dei Police e della punk wave più “suonata”. E così i Kooks nel volgere di pochissimo sono diventati i cocchi della scena musicale inglese, quella più votata al mainstream (ma con mezzo piede dentro l’indie, che non guasta mai).
Tutto normale, quindi: una volta intese le regole del gioco, l’ascolto di questo Inside In / Inside Out, opera prima del quartetto di Brighton, fila liscio che è un piacere, tra una You Don’t Love Me che guarda alla spinta dei primi Clash e Cure (quelli pre-depressione, ai tempi del disco col frigo in copertina), una Ooh La che ammicca all’airplay con un occhio rivolto agli U2 (quelli acustici, sbarazzini e ingenui di Party Girl), una I Want You Back che sfoggia un interplay memore dei Radiohead (quelli in vena di incastri micidiali alle sei corde di The Bends), una Time Awaits che sfuma in funambolismi in odore di Sting & co. (non quelli sofisticati di Syncronicity, per capirci); e se She Moves In Her Own Way e If Only sono refusi Libertines, Seaside e Got No Love paiono con nonchalance fare il verso a Chris Martin.
Verrebbe da dire che questi ragazzi hanno azzeccato una via alternativa al guitar pop inglese che non sia né la sfacciataggine dell’emul garage, né il revival della wave post ’77, né l’autoindulgenza dell’emo brit dei primi 2000, prendendo comunque input da tutti questi elementi e fondendoli in un songwriting che sa di stories for boys da provincia inglese (Jackie Big Tits); d’altronde l’accento non addomesticato del frontman lascia pochi dubbi.
Successo garantito quindi, anche perché il target della band, subito fiutato da quei volponi della Virgin, è rigorosamente adolescenziale (il più vecchio di loro ha 23 anni); ma se non siete troppo ideologicamente - allergici ai giovanotti che incidono su major e non vi viene voglia di cambiare stazione ascoltando un singolo spudoratamente radio friendly come Naive (ballad smithsiana, “sentita” come sapeva esserlo il Buckley figlio), questo disco potrebbe farvi passare qualche sfizio. (6.7/10)

Non era esattamente il piatto più fresco in tavola, l’esordio dei Kooks, ma sapeva concedere qualche sfizio anche all’ascoltatore più smaliziato. Se Inside In / Inside Out (2006) aveva un pregio, era quello di azzeccare i suoi bei centri in maniera relativamente “insolita” – cioè più rock oriented, e meno indie & trendy - rispetto alle band coetanee, puntando in ultimo luogo verso un suono e un target decisamente mainstream. Risultato: 2 milioni di copie vendute, e susseguente trasformazione dei ragazzi in questione in rockstar anni ‘70. Con tutto ciò che di negativo può conseguirne. Come definireste qualcosa come Do You Wanna (che fa, pressappoco, “do you wanna make love to me” su un tremendo ritmo simil disco) se non come il peggiore dei cliché, roba che scrivi quando troppe groupies ti hanno dato alla testa?
Basterebbe questo esempio per liquidare senza troppi rimpianti Konk, ma sentiamo comunque il dovere di aggiungere che: 1) la produzione dell’egregio Tony Hoffer conferisce quell’aroma californiano tutto clapping e coretti (cfr. Shine On) che affiora insistentemente fra un assolo AOR e una strizzata d’ugola alla Sting; 2) il fatto di aver registrato negli studi di Ray Davies – i Konk, appunto - deve aver stuzzicato una certa vena kinksiana (Mr. Maker), che però si annacqua nella totale e palese mancanza di ironia del tutto; 3) l’emotività Smiths / Morrissey che fa capolino qui e lì cozza titanicamente con rocckoni da stadio del calibro di Love It All, cose che manco i Razorlight più compiaciuti e piacioni (loro hanno qualche bella canzone, però). (4.0/10)