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The Klaxons

di Antonio Puglia

Gli déi hanno parlato. New rave. Ecco il nuovo verbo da diffondere. I prescelti, tre ragazzi londinesi (si aggiungerà presto un quarto ausiliario). Diversi segni ad annunciare il loro avvento: un paio di singoli per etichette cult come Angular e Merok, un videoclip lo-fi in stile Atari (Gravity’s Rainbow); e poi un contratto con la Polydor, un altro singolo, altri video (sempre più prodotti, visionari e trash), un EP (Xan Valleys).

Tutto nel giro di pochi mesi. Nel frattempo, non hanno tardato a levarsi orde di proseliti, folgorati sulla via del NME, pronto a sciorinar copertine; tanto che già dalle platee dei festival di Carling e Leeds dell’estate scorsa si potevano sentire alcuni invasati urlare a squarciagola “Klaxons!!!”, invocando l’epifania.

  • Two Receivers
  • Atlantis To Interzone
  • Golden Skans
  • Totem On The Timeline
  • As Above, So Below
  • Isle Of Her
  • Gravity's Rainbow
  • Forgotten Works
  • Magick
  • It's Not Over Yet
  • Four Horsemen Of 2012

Myths Of The Near Future (Polydor / Universal, 29 gennaio 2007)

di Antonio Puglia

Che avviene, definitivamente, con Myths Of The Near Future. Mettiamo subito le cose in chiaro: questo non è un gran disco. O meglio, non è neanche un disco vero e proprio, dal momento che un buon 45% del materiale era già edito in precedenza (con la prevedibile alternanza singolone vs riempitivo). Questo semmai è un fenomeno. Di quelli che vanno e vengono come le maree, si sa.

E però viene voglia di cascarci, vuoi perché non ci si limita a riciclare la solita wave nel solito modo o, come qualcuno potrebbe aspettarsi, a riesumare certi groove madchesteriani. E’ il - decisamente cattivo – gusto di questi ragazzi che alla fine fa la differenza: come altrimenti giudichereste una band che include nel suo debutto una cover di It’s Not Over Yet, hit techno-pop-trash del 1995 targata Grace? Il bello è che funziona, insieme a tutte le altre trovate: cori in falsetto finto disco – 80’s gay pop (le reminiscenze Jimmy Somerville nel refrain di Golden Skanks), spinte hardcore (la spietata Magick, le scorrettezze Prodigy - con tanto di sirena - in Atlantis To Interzone), collisioni ossessive e dissonanti di quattro e sei corde (su tutte, il riffone di basso in Gravity’s Rainbow), testi demenziali a sfondo sci-fi… Un mix perfetto di presa in giro e cattiveria, di estetica (new, appunto) rave e dissacratoria attitudine (post)punk, con ineffabile piglio arty-trash. Micidiale, una volta abboccati all’amo.

Certo, ora qualcuno vorrà ricordare che gente come i Faint (o gli El Guapo, prima della conversione) cose del genere le faceva già da tempo. Ma non scherziamo, mica sono inglesi, quelli… (6.8/10)

Live: Klaxons + Disco Drive - Rolling Stone, Milano (8 marzo 2007)

di Antonio Puglia

La possibilità di verificare se questo benedetto new rave esiste davvero o è solo un’etichetta inventata dalla stampa d’Oltremanica arriva al pubblico italiano nel tiepido giovedì sera di una primavera anticipata, per l’appuntamento con la prima Brand New Night organizzata da MTV (mandata in onda il 21 marzo). Sarà l’ingresso gratuito, sarà l’hype arrivato fin qui, ma ben presto il Rolling Stone si riempie a tappo, lasciando poco - o nullo - scampo ai numerosi astanti, quasi tutti rigorosamente ventenni.

Di quello che i “nostri” Disco Drive (di cui aspettiamo l’ormai imminente prova in studio sulla lunga distanza, prevista per il prossimo giugno) sono capaci di combinare su un palco abbiamo parlato di recente; diciamo che in questa sede i torinesi vanno vicini al rubare la scena ai “cugini” britannici, con un p-funk abrasivo e tribale di scuola fine ‘70, che trova nell’elemento percussivo il suo principale punto di forza, con il basso di Matteo a sostenere un’impalcatura su cui Alessio e Jacopo sono liberi di costruire figure ritmiche e rumoristiche ai limiti del free. Forse manca ancora il brano definitivo, l’anthem che in questi casi è la chiave di volta, ma in ogni caso l’impatto è sicuro, il live è un trip sudato e anfetaminico, e viene proprio da pensare che dall’altra parte della Manica questi ragazzi giocherebbero già da tempo in premier league…

Che poi è quello che è successo in pochissimo tempo agli headliner della serata, fino a non più di un anno fa degli emeriti sconosciuti e oggi uno degli act più caldi in circolazione. Come calda è la – poca – aria che circola già dalle prime note di Two Receivers, futuristica e kitch opening track di Myths Of The Near Future. A vederli, i Klaxons non sarebbero poi così diversi da tanti altri emul-wave rockers: appaiono assolutamente normali nelle loro felpe e pantaloni larghi, altro che quelle caricaturali mise dei rivali Horrors; non è invece così “normale” il loro arsenale di riff schizoidi, ritmi impossibili e falsetti tirati all’inverosimile, almeno a giudicare dalla bolgia che si solleva quando partono i singoloni spaccatutto Magick e Atlantic To Interzone. L’esperienza su palco non è molta e si vede, ma i quattro si difendono bene, compensando i limiti con entusiasmo contagioso; sarà la loro musica, o quella nebbia di sudore misto ad alcol che ha preso il posto dell’aria, ma star fermi è impossibile.

Certo, i pregi e i difetti sono gli stessi riscontrati su disco, con l’alternarsi di brani killer a riempitivi, anche se dal vivo il divario si avverte molto meno; e così non stupisce che Totem on the Timeline e la cover di It’s Not Over Yet di Grace diventino uno degli highlight di un concerto che, per quanto breve (il repertorio è pur sempre quello che è), ha raggiunto livelli di intensità e partecipazione che mancavano da un po’ a concerti rock di band emergenti (Franz Ferdinand degli esordi compresi). Un attimo, abbiamo detto rock? Scusate, è l’abitudine…