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Introduzione
Critica
Webografia

Kings Of Convenience

di ©2004 Antonio Puglia, Edoardo Bridda e Stefano Solventi
Un collegiale dall’aria malinconica, tanto carino fuori quanto tormentato dentro, un occhialuto nerd, rosso di capelli, troppo timido per uscire con le ragazze: assieme sono i Kings Of Convenience, una ragione sociale fondata su un'ostinata ricerca di semplicità che da sempre si lega all'amore per Simon & Garfunkel.
Foto: Erik Glambek Bøe (cantante/chitarrista) e Erlend Øye (chitarrista)

Qualità e convenienza
introduzione ai Kings Of Convenience

di ©2004 Edoardo Bridda e Antonio Puglia

Avvistati per la prima volta ai festival estivi dell'estate del 1999, due ragazzi norvegesi di Bergen (da cui proviene anche il ragazzo prodigio Sondre Lerche) rispondenti al nome di Erik Glambek Bøe (cantante/chitarrista) e Erlend Øye (chitarrista), riescono ad attirarsi le simpatie dell'americana Kindercore che l’anno seguente darà alle stampe il primo, eponimo e sfortunato album.

L'approccio intimista, e strumentalmente “opportunista”, come loro stessi ammettono, non funziona; la formula necessita forse di qualche cambiamento, magari sarebbe opportuna una giustificazione a un sound che altrimenti non sortisce sufficienti entusiasmi, ma Øye e Bøe non demordono e ci riprovano l’anno seguente, cambiando label (la Source) e qualche arrangiamento.

Quiet Is The New Loud (sei tracce dell'esordio più alcuni inediti) è l'inaspettato risultato: un piccolo caso nel mondo indie di inizio millennio che, oltre a riscuotere consensi e successo, si fa portatore (suo malgrado, probabilmente) di una precisa weltanschaung palesata sin dal titolo. Così, se da una parte la formula del duo richiama smaccatamente l'estetica di una gioventù genuina, semplice, amante della natura e dell'innamoramento, dall'altra vi è una presa di posizione contro tutto ciò che è aggressivo, lascivo e urbano (leggi: rock).

L'approccio anti-alienazione, riferito all'impronta della stragrande maggioranza delle espressioni musicali attuali, li associa per opposizione massima ai Radiohead; laddove i ragazzi di Oxford sembrano essersi fatti carico di un disagio giovanile profondo e radicato negli adolescenti occidentali, i Kings of Convenience, a loro volta, rimarcano la loro estraneità come a voler sottolineare che, in qualche parte del mondo (l'incontaminata Norvegia), certe cose non sono state dimenticate e alcuni valori sono sempre al primo posto. Viene a mente anche la Scozia di metà ’90 dei Belle and Sebastian, teatro di storie di gioventù dei sobborghi che consuma i propri piccoli drammi esistenziali smithsianamente, nell’intimità della propria cameretta, tra una strimpellata all’acustica e un libro di Joyce. O le lande desolate dell’Islanda, tratteggiate musicalmente dai Sigur Ros, in cui è possibile perdersi e ritrovarsi ancora una volta.


Le posizioni della critica vanno da sé: i sostenitori, anche sull'onda dell'entusiasmo per il cosiddetto (e fantasmatico) New Acoustic Movement, applaudono un approccio pulito e cristallino, pacato e tranquillo, perfettamente armonizzato nelle parti vocali e oculato negli inserti di strumenti aggiuntivi alle chitarre acustiche (sax, pianoforte e batteria); altri s'indignano proprio per questa mancanza di originalità, dovuta soprattutto a un consapevole quanto stucchevole recupero dell'estetica Simon & Garfunkel (che fa tanto musica per gli acquisti all'Ikea).


In effetti la somiglianza con gli autori di The Sound Of Silence c'è, nulla da nascondere a riguardo, ma è altrettanto vero che il riferimento al duo newyorchese è opportunamente denaturato e svuotato di quella retorica post-adolescenziale radicata negli anni '60. Se infatti Paul Simon era il cantore di una generazione bisognosa di imparare la lingua dei sentimenti nell'aridità della società del tempo, intenta a rincorrere il boom economico e lasciarsi alle spalle l'orrore della guerra, Erik Glambek Bøe s'accontenta, ben più umilmente, di parlare a tutti coloro che all'intrattenimento urbano preferiscono una giornata nel parco tra amici e un falò.
Questo elogio della quotidianità nei suoi aspetti più semplici, filtrata dal uno sguardo romantico e naif, è alla base dell’odierno successo dei Kings Of Convenience che, dopo inaspettate incursioni elettroniche (l’album di remix Versus) e parentesi soliste (i giochi dietro al consolle di Erlend Øye, artefice anche dell’ultimo DJ Kicks), sono finalmente giunti a un nuovo capitolo, Riot On An Empty Street, nel quale, tra conferme e piccole squarci sul futuro, perpetuano la loro ricerca di una semplicità voluta cocciutamente, ma senza alcuna urgenza comunicativa. Ancora una volta, il silenzio è il nuovo rumore …e forse dall'Ikea si è passati a Habitat.

Copertina: S.t (Kindercore, 2000)
01. Toxic Girl
02. I Don't Know What I Can Save You From
03. Failure
04. Leaning Against the Wall
05. Brave New World
06. An English House
07. Days I Had With You
08. Parallel Lines
09. Winning a Battle, Losing the War
10. Surprise Ice

S.t. (Kindercore, 2000)

di ©2004 Antonio Puglia

Il primo album di Bøe e Øye non è altro che una raccolta di bozzetti quasi interamente acustici, fedeli a quelle intenzioni primarie del gruppo rivendicate già nella ragione sociale (“i re della convenienza”, intesa come risparmio di mezzi espressivi). Si tratta di dieci tracce appena sfiorate da una produzione che cerca, senza artifici, di fotografare la genuinità e la spontaneità della proposta originaria dei due norvegesi: un suono cristallino di sole chitarre e voci, disturbato talvolta da qualche percussione e dalla batteria. In breve tempo, il contratto con la Source porterà a un rimescolamento sonoro e a un’ulteriore messa a fuoco, il cui risultato sarà il blasonato (e sicuramente meglio prodotto) Quiet is the new loud, vero e proprio debutto dei Kings of convenience.
A conti fatti, ben sei tracce di questo disco sono praticamente delle demo, versioni embrionali di canzoni il cui potenziale fiorirà pienamente soltanto nella prova successiva: I don’t know what I can’t save you from, abbassata di tonalità, qui è ancora scolorita e sfuma poco prima dell’inciso di cello e dei cambiamenti significativi della versione “principe”; Leaning against the wall ha un suono più aperto, con la chitarra acustica a ricamare invece dell’elettrica; Parallel lines è ancora incompleta, con soli accenni di cimbali sul finale al posto della futura coda di piano, e allo stesso modo Winning a battle losing the war è solo un acquarello acustico privo dello squisito arrangiamento di Quiet is the new loud; Toxic girl e Failure infine presentano missaggi differenti e qualche finezza in meno.
Al di là di questi germogli dunque, l’interesse dell’ascoltatore si restringe alle restanti quattro tracce, non prive di spunti interessanti e finezze compositive. Brave new world, gioco hip hop di botta e risposta da Beta Band in versione soft, che canta l’inadeguatezza e la paura di un mondo nuovo ("A brave new world its all around/ You're walking to fast to be able to see i"t), è una delle migliori del lotto, mentre la scheletrica e ipnotica An English house, memore di certi mantra Slowdive, si perde un po’in un soporifero finale a cappella; ad ascoltare queste ed anche Days I had with you, che nella sua incompiutezza ricorda i primissimi Cure, viene da pensare che queste composizioni avrebbero meritato una sorte più felice, e in effetti il ripescaggio in tempi recenti di Surprise Ice, malinconica ballata tra echi glaciali di Nico, è in tal senso eloquente. In definitiva, Kings of Convenience è un album incompleto, ricco di spunti interessanti ma allo stesso tempo colpevole di quella monocromia che risulterà il limite più evidente del duo anche nelle prove seguenti. (6.0/10)

Copertina: Quiet Is the New Loud (Astralwerks, 2001)
01. Winning a Battle, Losing the War
02. Toxic Girl
03. Singing Softly to Me
04. I Don't Know What I Can Save You From
05. Failure
06. The Weight of My Words
07. The Girl from Back Then
08. Leaning Against the Wall
09. Little Kids
10. Summer on the Westhill
11. The Passenger
12. Parrallel Lines

Quiet Is the New Loud (Astralwerks, 2001)

di ©2004 Edoardo Bridda e Antonio Puglia

Semplicità melodica, situazioni minime, accompagnamenti cristallini guidati dalla chitarra, testi esili e disimpegnati, ritratti quotidiani nelle pieghe di temi amorosi: questa la ricetta dell'eterna giovinezza dei Kings of Convenience, che trova piena espressione in questo Quiet is the new loud.
Alla ricerca di un idillio semplice, di un focolare domestico, dell'imprevedibile mondo dei sentimenti nel prevedibile vivere di piccole cose, l’album è una testarda ricerca di verità nella semplicità: una raccolta di quadretti animati da una vena poetica naif, che non sempre riesce ad andare oltre l'immaginario plastico e sempreverde ikeano. È un nice design for everyone, piacere estetico immediato appeso a una vite a incastro, quello che si prova respirando con lo stomaco (gonfiandolo e riempiendolo d'aria) le melodie trasognate di molte canzoni; eppure, espirando, in quell'attimo di svuotamento, fanno capolino, come flebili segnali di sirene, momenti di ammaliante dolcezza. Episodi che andrebbero estrapolati e gustati a parte, piccole molliche dal gusto salato da assaporare quietamente, come una tinta di tromba sopra un contrappunto di chitarra, un violoncello che si insinua nella melodia, spazzole jazzate, intrecci di corde che si producono in sinuose bosse; piccoli attimi sonori che cullano, accarezzano e distraggono dal tormento del quotidiano vivere.
E nonostante tutto, non sempre si riesce ad oltrepassare lo steccato di un’adolescenza inquieta: se Winning A Battle, Losing The War, tra delicati arazzi in un discreto aprirsi di più voci, parla con garbo e sensibilità di un amore non corrisposto, (“Even though I'll never need her / even though she's only giving me pain”), fino all’auto-umiliazione (“I'll be on my knees to feed her / spend a day to make her smile again”), Toxic Girl si rivolge al classico teenager che s'innamora della ragazza che va con tutti, ma chiaramente non con lui (“She's intoxicated by herself / everyday she's seen with someone else / and every night she kisses someone new/ never you”).

Allo stesso modo, il classico in miniatura I Don't Know What I Can Save You From descrive i pensieri di una telefonata da parte di una vecchia fiamma che si ripresenta al telefono a notte fonda dopo tre anni di silenzio, tra un riff acustico alla Marr e bei ricami strumentali nella parte centrale; ma il piccolo gioiello dell'album è Failure, forte di una memorabile melodia, di ottime dinamiche tra gli essenziali strumenti coinvolti e di un altrettanto efficace testo, tra l'estetica truffautiana della strofa (“Using the Guardian as a shield / to cover my thighs against the rain / I do not mind about my hair /Your jacket may be waterproof / but I know the moment you get home /you're gonna get your trousers changed) e un ritornello tra i migliori dei Nostri, un fare da loser proiettato verso spiragli di luce (“Failure is always the best way to learn / retracing your steps untill you know / have no fear your wounds will heal”).

E se i limiti sia stilistici che poetici cominciano a farsi davvero evidenti in The Weight Of My Words, l'ermetica The Girl From Back Then (“I sat down and said / "I don't want to suffer." /But she told me /she had nothing to offer / no more”) non fa di meglio; e quando le immagini semplici di una lei che sta per mollare lui tra le mura di un appartamento di Leaning Against The Wall (Your eyes are cold / know you'll tell me all / Not to fall /I lean against the wall/I'm on the floor/not listening anymore/ I should have known/ the things to which you're prone”) risollevano un po’ gli animi, ecco il trittico soporifero e poco significativo di Little Kids, Summer On The Westhill e The Passenger (attraversata da un comunque interessante fraseggio di chitarra) scorrere via senza lasciare il segno.

Le metafore geometrico-esistenzialiste di Parallel Lines (“Parallel lines, move so fast / Toward the same point / infinity is as near as it is far”) chiudono il programma tra malinconici e minimali interventi di piano, lasciando l’ascoltatore gonfio ma non sazio, come se il raffinato menu proposto dai Kings of Convenience alla fine, se pur ineccepibile nella forma, risultasse carente proprio nella sostanza. (6.2/10)

01. I Don't Know What I Can Save You From
02. Weight of My Words
03. The Girl from Back Then
04. Gold for the Price of Silver
05. Winning a Battle, Losing the War
06. Leaning Against the Wall
07. Toxic Girl
08. Failure
09. Little Kids
10. Failure
11. Leaning Against the Wall
12. The Weight of My Words [instrumental]

Versus (Astralwerks, 2001)

di ©2004 Antonio Puglia e Stefano Solventi

Versus. Ecco la sfida dei Kings of Convenience. E quale sfida più grande del confrontarsi con quello che è l'esatto opposto dell'etica dei due norvegesi, ovvero l'elettronica? Naturale vs artificiale, acustico vs sintetico, spontaneità di esecuzione vs manipolazione, e così via.
Oppure, cerchiamo di vederla diversamente: l'opera del duo si strutturerebbe da sempre su una sorta di ossimoro "genetico", aspirerebbe cioé ai simbionti pop-funky-soul alla Royksopp (tanto per rimanere dalle loro parti) e su di essi modellerebbe la propria sensibilità, salvo poi forzarla entro le forme e i modelli che ben sappiamo (l'apoteosi acoustic-folk Simon & Garfunkel). Questa proprietà omeopatica spiegherebbe molto del loro fascino, la qualità intrinseca che li distingue dal resto della truppaglia NAM.
Sia come sia (che voglia cioé azzardare il contrasto tra opposti o svelarne l'intima coincidenza), l'operazione Versus appare tanto azzeccata quanto furba: questo disco, uscito sull'onda dell'inaspettato (ma siamo sicuri?) successo di Quiet is the new loud, è infatti una raccolta di remix da quello ad opera di maghi europei della consolle quali Royksopp, Four Tet, Ladytron, Andy Votel, Bamboo Soul, Alfie, David Whitaker ed Erot. A partire dagli U2 più danzerecci passando per i Radiohead (si pensi all'abortito progetto di un remix integrale di Ok Computer da parte dei Massive Attack), fino ad arrivare alle fusioni di Bjork, Chemical Brothers e Notwist, il rock non è certo nuovo a episodi del genere. D'altronde la serpe dell'elettronica che cova in seno ai due ineffabili nerd norvegesi si paleserà ben presto, pizzicando il buon Erlend Øye il cui "outing digitale" Unrest alternerà con nonchalance la cameretta al dancefloor.
Una rapida scansione della scaletta: I Don't Know What I Can Save You From acquista in leggerezza per perdere in carica emotiva in un remix decisamente bruttino di Royksopp; il trattamento di Four Tet a The weight of my words conferisce al brano una personalità impensabile, trasfigurandolo in un ipnotico mantra; The Girl from Back Then riceve soltanto una spolverata da Riton, che le conferisce un'aria Style Council; echi del Weller più pop sono più che evidenti anche nel rimaneggiamento, ad opera di Erot, di Gold for the Price of Silver (inedita su long playing), dall'andamento plastic soul che si perde in ingenuità. Winning a Battle, Losing the War, con qualche accorgimento strumentale in più (ottime divagazioni sul finale), esce fuori quasi migliorata, d'altronde è affidata alle esperte mani del guru inglese Andy Votel, già con Badly Drawn Boy, e si sente.
Ma se il trattamento elettronico rende di certo la musica dei Kings of Convenience aliena (intesa come qualcos'altro da quello che è nata per essere; il remix Ladytron di Little Kids è l’emblema di questo processo), Versus è una scommessa vinta solo metà. Vale a dire, non conoscendo gli originali queste melodie possono anche ambire ad un considerevole livello di carineria, con quella patina di elettronica anni '80 che le ricopre, con quei rigurgiti pseudo Bacharach (la Toxic Girl rivista da David Whitaker), con quella disinvoltura inquieta e slittante (la nevrastenica Failure di Alfie), con quell'impalpabile mestizia stemperata tra cotillon versicolori (il cartiglio latino di Leaning against the wall nella versione di Evil Tordivel) e ologrammi bristoliani (in quella di Bamboo Soul).
Tuttavia, si continua a rimpiangere di non avere sul piatto un disco dei Notwist. Ovvero, fatte salve poche eccezioni che fanno testo a sé, i risultati raramente entusiasmano, finendo con lo sbandierare e applicare espedienti e cliché fin troppo noti, quasi fosse una produzione estetica di seconda mano, oppure - se preferite - una seconda mano di vernice su una tela che non abbiamo più voglia di appendere.
In conclusione, sono preferibili le versioni originali, col loro esile, irreprensibile, tedioso e intrigante "out of time". (5.5/10)

Copertina: Erlend Øye - Unrest (Astralwerks, gennaio, 2003)
01. Wanna be that way
02. Wake in the city
03. Jackpot
04. Modern feeling
05. I'm with stupid
06. Rewind
07. Waste ground
08. Hows the world gonna take you now
09. Motorway
10. Repro/roadshow/nightmare
11. Day draws thin
12. Automatic

Erlend Øye - Unrest (Astralwerks, gennaio, 2003)

di ©2004 Antonio Puglia e Edoardo Bridda

Dopo i consensi ricevuti dall’operazione Versus, Erlend da Bergen drizza le orecchie e si prepara a montare in groppa al revival '80 imperante nei primi anni del nuovo secolo: lesto come un gatto, fa una pernacchia all'amico collegiale, assolda un paio di scagnozzi nel giro elettro-pop (Prefuse 73, Schneider TM e altri conosciuti in quel di Berlino, dove si è trasferito) e ci dà in pasto un dischetto tutto a suo nome, Unrest.
Dieci brani di synth pop facile facile, carino e orecchiabile, carico della stessa malinconia sfigata dei Kings of Convenience, ora filtrata tra una pulsazione in quattro quarti e un riffettino di tastiera, ora camuffata da esotica saudade (sembra di ascoltare un cugino di Arto Lindsay che ha studiato a Yale ma ha pensato solo a come rimorchiare le ragazze); ambienti sonori da cocktail lounge/ chill out, da chioschetto-in-spiaggia-ad-Ibiza-con-le-fighe-in-riva-al-mare, che quel ragazzo carino carino, che innocuamente scrive il diario sulla copertina, ci propina con la promessa di non dare fastidio alcuno, di non promettere altro che intrattenimento frivolo e onesto.
E quella promessa è mantenuta, almeno in brani come Every Party (con Prefuse 73), l’ideale per far la spesa alla Ipercoop, e Like Gold (con Schneider TM), sul piatto del dj mentre il barista ti fa un mojito senza ghiaccio, che sale in testa e va tutto alla grande (almeno prima di pagare il conto).
E il momento di fare i conti prima o poi arriva, tra un techno pop à la Kraftwerk in una discoteca chic di Monaco (Ghost Trains con i synth di Morgan Geist), spettri dei peggiori (one) hit (wonder) pop degli ottanta (Sheltered Life con Soviet), mestume di bassi roland - breakbeat con tanto di strofa Wham-ai-Caraibi e immancabile ritornello esotico (Prego Amore con Jolly Music); in fondo queste canzoni assomigliano al buon Erlend: uno smalto cosmetico che nasconde i difetti di un ragazzino ahilui brutto come uno struzzo, che sfrutta tutta la ruffianaggine possibile di ogni speculazione revivalistica , cercando comunque di apparire un simpatico sfigatello. Spiacente, ma stavolta non ci siamo cascati. (4.5/10)

Copertina: Erlend Øye - Dj Kicks(Astralwerks, aprile, 2004)
01. So Weit Wie Noch Nie
02. Sheltered Life/Fine Day [Acappella]
03. Drop
04. If I Ever Feel Better
05. Radio Jolly/Prego Amore [Acappella]
06. Rubicon
07. 2D2F eseguito da Avenue D - 2:51
0 8. I Need Your Love
09. Lattialla Taas/Venus [Acappella]
10. 2 After 909/Intergalactic Autobahn [Acappella]
11. The Black Keys Work
12. Airraid
13. Poor Leno
14. Metal Chix/Always on My Mind [Acappella]
15. Dexter
16. Winning a Battle, Losing the War
17. Lullaby/A Place in My Heart [Acappella]

Erlend Øye - Dj Kicks (Astralwerks, aprile, 2004)

di ©2004 Antonio Puglia


Non è per eccesso di mala fede, ma sinceramente le avventure dietro la consolle del giovane Erlend cominciano a farsi pesantucce da digerire. Passi (ad essere buoni) il giochino dell’anno scorso chiamato Unrest, ma addirittura vedergli affidato il nuovo episodio della collana Dj Kicks della !K7 (già sipario di lusso per gente del calibro di Kruder & Dorfmeister e Thievery Corporation) sembra una concessione fin troppo generosa ai suoi capricci da neo disc-jockey.
Per carità, il “re della convenienza” nelle interviste continua (apparentemente) a non prendersi troppo sul serio, confessando in simpatia quell’atteggiamento ludico-amatoriale a cui ci ha abituato: ama giocare coi suoni, usa solo cd player invece dei tradizionali piatti e, cosa che lo distingue da certi suoi colleghi, è un “singing dj”, uno che si diverte a cantare sui dischi che suona, in una sorta di karaoke a tempo di house.
Il risultato di tanta “sprovvedutezza” è questo set di 18 canzoni, ovvero una trasposizione su dancefloor dell’innocua innocenza del gruppo di provenienza di Øye: Dj Kicks si rivela infatti diretto discendente di Versus (si veda l’ulteriore trattamento computerizzato, con tanto di vocoder, di Winning a battle losing the war da parte di Minizza) e del precedente disco solista (stesso strato di melassa, stavolta applicato alle canzoni degli altri), finendo per riproporre, purtroppo per Erlend, gli inesorabili limiti di entrambi i due episodi.
Qualcuno forse potrà sorridere di fronte alla naiveté coi cui il timido norvegese, come un cantantello pop prestato all’insolito (per quelli come lui) mondo della club culture, reinterpreta Drop di Cornelius e If I ever feel better dei modaioli Phoenix; o davanti all’assoluta naturalezza con cui intona, su una base di Royksopp (Poor Leno), There is a light that never goes out degli Smiths (ma Morrissey non voleva impiccarli, i dj?), magari trovando il modo di citare qua e là gli Shocking Blue (Venus) e classici melensi come Always on my mind. Ma tra un duetto virtuale coi Rapture, inutili remix di proprie composizioni (Sheltered life, Prego Amore), riproposizioni del synth pop ’80 più deleterio (Rubicon), imbarazzanti e becere pulsazioni sexy (2d2f, too drunk to fuck), scherzi kraftwerkiani (Intergalactic Autobahn) e rimandi indiretti ai primi Depeche Mode (Black keys work, con una tutto sommato buona prova canora), a lungo andare questa innocenza può diventare anche irritante.
Sarebbe ora che qualcuno ricordi ad Erlend Øye, dj per caso, che un bel gioco dura poco. (4.5/10)

Copertina: Riot on an Empty Street (Astralwerks, 2004)
01. Homesick
02. Misread
03. Cayman Islands
04. Stay Out Of Trouble
05. Know How
06. Sorry Or Please
07. Love Is No Big Truth
08. I'd Rather Dance With You
09. Live Long
10. Surprise Ice
11. Gold In The Air Of Summer
12. The Build Up

Riot on an Empty Street (Astralwerks, 2004)

di ©2004 Stefano Solventi

Il ritorno dei Kings Of Convenience dopo la sbornia di hype del predecessore (rinfocolata dalla furbastra ancorché riuscita e tutto sommato conseguente raccolta di remix Versus) ci offre la fotografia di un duo in netta maturazione, per quanto stilisticamente aggrappato agli stessi criteri portanti del passato.

Smorzati i riflettori su una scena che poi tanto scena non era (il famigerato NAM), i nostri cari Erik ed Erlend sembrano felicemente smarcarsi dallo scomodo ruolo di capofila, ragion per cui espletano la loro cosa con morbidezza e cocciuta passione. Che è poi, come dicevamo, più o meno sempre la stessa cosa, tenuto conto che - vista la semplicità della proposta - tanto il più che il meno possono fare una gran differenza.
Appurata l'identica propensione all'ossimoro concettuale del titolo (dopo la quiete rumorosa, la rivolta senza rivoltosi), il programma inizia nel segno di una suadente continuità, se è vero come è vero che le prime quattro tracce dispiegano in sequenza la spudorata citazione Simon & Garfunkel di Homesick (trepidi i panneggi vocali, se poi nel testo ci infili la parola "bridge" lo fai proprio apposta...), una bossa arzigogolata e croccante (il bel singolo Misread), l'evanescenza tropicale vagamente - e solo vagamente - drakeiana di Cayman Islands, quindi la fragranza d'archi (carezzati & pizzicati) della sorniona Stay Out Of Trouble.
Insomma, proprio quanto ci si poteva attendere, la morte di tutte le sorprese. Che piacevole tedio, che tediosa delizia. Tuttavia, con Know How avviene qualcosa: all'inizio si fa largo come un'altra bossa cartilaginosa, al cospetto della quale inevitabilmente mi viene da innescare una modalità d'ascolto a bassa intensità, però poi ci riserva la piccola sorpresa d'un finale acceso dall'apparizione di batteria e voce femminile (si tratta di Feist, giovane singer canadese). E' un segnale, cui fa seguito una svolta decisa in direzione pop-soul con più di qualche ascendenza jazzy.
Si veda al proposito la bossa strascicata di Live Long (tromba e zampettii di corde), il reggaettino da Police liofilizzati con spolverata banjo di Love Is No Big Truth, la diafana indolenza errebì di Sorry Or Please o l'up tempo piano in resta/batteria legnosa di I’d Rather Dance With You (come dei Notwist unplugged infatuati di violini e viole).
Avviandoci in conclusione di scaletta c'è come un ritorno sui noti sentieri: detto che Surprise Ice cesella una tipica palpitazione tenue delle loro e Gold In The Air Of Summer se ne esce con una declinazione ancor più vibrante e intimista dei soliti Simon & Garfunkel (siamo contemporaneamente dalle parti del capolavoro e della monotonia), la conclusiva The Build Up sintetizza quanto udito fin qui col suo svolgersi in sobrio tre quarti, strategia nudarella voce chitarra che circa a metà svolta jazzy affidandosi ancora alla voce dell'ineffabile Feist, non propriamente cristallina, spiegazzata e calda, tanto da provocare un languido, irresistibile contrasto.
Per quanto ben lontani dalla qualifica di geni, ai ragazzi non manca sensibilità per leggere il presente dal loro tenero punto di vista, e il mestiere per trascriverlo secondo una lieve ma inconfondibile calligrafia. A loro modo peculiari, in un certo senso talentuosi. Autori di ottima soundtrack per i momenti di transito da un motivo di stress all'altro, altrettante occasioni per decantare i pensieri e far precipitare emozioni.
La sensazione è che potrebbero proseguire su questa falsa riga ad libitum, sfornare album di genere con micro-variazioni e omeopatici slittamenti per un ventennio senza stancare né stancarsi, come se avessero già piantato i paletti della classicità attorno al proprio giardino, e lì si aggirassero in splendida, sbrigliata, dinoccolata autarchia. In un certo senso, più grandi della loro fama. (6,8/10)