Unire Buddy Holly a Zappa, suonare dirompenti e dimessi, cercare di fare, insomma, un concerto grosso esageratamente frizzante inquadrandolo come una serie di gag l’una maggiormente bislacca dell’altra.

I King Kong sono uno dei tanti rivoletti musicali in cui sfrangiarono gli Squirrel Bait prima e gli Slint poi. Ethan Buckler ha da sempre vestito i panni giullareschi dello Zappa di Louisville. Magari, di tanto in tanto, facendosi anche invischiare dalle sonorità friendly che furono di certi B52’s. I primi singoletti, che invasero il mondo dei college statunitensi appena sul finire degli anni ’80, erano fatti di poche, parche, intuizioni sonore. Unire Buddy Holly a Zappa, suonare dirompenti e dimessi secondo i dettami del lo-fi allora agli albori, cercare di fare, insomma, un concerto grosso esageratamente frizzante inquadrandolo come una serie di gag l’una maggiormente bislacca dell’altra. A Ethan, c’è da crederlo, il sense of humor patafisico non manca. E neanche quella vena di sano, caustico umorismo à la Monthy Pyton.
Old Man On The Bridge (Homestead, 1991) si spinge ancora più oltre. Alla consueta serie di facezie in note, Buckler aggiunge una sottile ispirazione blusey. Niente di dolente comunque in questo ripescaggio delle cosiddette blue notes. Anzi una certa aria di disinteressato, quanto curioso, scazzo nell’osservare i fatti del mondo si fa sempre più evidente. Funny Farm (Drag City, 1993), con numeri di funk clownesco quali la title-track, ed altrettanti che si muovono dalla musica per piano bar a quella da party sulla spiaggia (vedi Uh-Oh e White Horse), aggira le bizzarrie iniziale dell’ispirazione del nostro e le tramuta in pura, pur se coltissima, music for fun. Me Hungry (Drag City, 1995), Kingdom Of Kong (Drag City, 1997), The Big Bang (Drag City, 2002) e l’ultimissimo Buncha Beans vivacizzano l’essenza “neutra” dei tanti e tanti stili enciclopedicamente trattati (dal gospel al country) inacidendola con basi musicali velatamente parodistiche. To Love A Yak, o anche Animal, su Me Hungry, coniugano fantasiosamente l'idioma del dancefloor più sconnesso alle pulsioni dancey che furono di Talking Heads e B52's. La differenza, però, risiede tutta in quella bizzarra pillolina - sopra le righe, fricchettona anche - che i nostri riescono senza fatica alcuna ad indorare e fare ingurgitare alle Teste Parlanti. Affinché parlino tanto. Troppo. Senza senso alcuno. Ed eccoci al tema nonsense nei King Kong. Non è forse un caso se il nome della band rimanda, sottolineandone la vocazione identica, a quel capolavoro di gigantesca fusione di stili che fu, nel 1968, la suite King Kong del compianto Frank Zappa. Come il maestro di Cucamonga aveva un gusto per una piega porno-satirica che prendevano le cose nelle sue storie, il buon Ethan condensa invece le sue capacità descrittive sul particolare idiota, ridotto ad infantile filastrocca 'nonsense' (Bulldozers, ad esempio). Ne viene fuori una narrazione dove gli oggetti, le cose tutto a torno all'osservatore, si susseguono le une dopo le altre, talvolta alternandosi alla nominazione (mai caratterizzata nel dettaglio psicologico) dei singoli individui (presentati sempre come macchiette generiche), a formare una sorta di circo bizzarro delle velleità inespresse, della mediocrità divertente e divertita. In Kingdom Of Kong, ad esempio, il tutto è evidentissimo. E tocca, estremo suo naturale e conseguente, quel locus amenus che è il cabaret. Cabaret da dopolavoro. Traballante nell'esecuzione medesima (Amy Greenwood e Ethan che bisticciano finte scaramucce alla voce, e poi quei ritmi funky scavezzacollo che girano e girano senza però andare in nessun luogo...un funky astratto, il loro, non nell'esecuzione, quanto nelle intenzioni estetiche). Più che divertire, in questo LP, la band pare divertirsi e basta. Ma in tale pianobar delle assurdità, il nostro King Kong è indubbiamente sovrano. E allora che si diverta pure, se almeno un poco ne godiamo di riflesso anche noi compiaciuti ascoltatori.
Buncha Beans, simile in questo al precedente The Big Bang, è l'ennesimo albero magico nato in una sola notte dopo aver piantato un unico semino di follia degenerante. Oramai composto e irriverente del medesimo, il crogiolo di stili della band è esso stesso puro stile e marchio di fabbrica KK. Dementi e divertenti, Ethan e i suoi viaggiano, senza temere ritorsioni, da una isola stilistica all'altra, quali novelli corsari del suono fun-ky. Dove fun indica la radice del giocoso divertimento, e ky, se solo vi aggiungessimo una e di mezzo, potrebbe darci la chiave di lettura del puzzle (s)combinato dai nostri. Ma questo non è dato!

Buncha Beans ultimissimo e festosissimo parto discografico del nostro buon Ethan, inizia come meglio non si può. Freak Off You ricalca, infatti, lo scheletro blusey che fu della Cross Town Traffic di hendrixiana memoria, incrociandolo con un testo, bislacca canzone d’amore ("…You like zebras, i like ‘em too, you like Kangaroos, i like ‘em too, we both like the zoo, what about that?"), che subito ci precipita nel cuore forte della follia pagliaccesca del nostro. Meglio ancora fa Sue Na Mi riuscendo, che irriverente Ethan!, a portare nelle lande dei B52’s persino Child In Time (Deep Purple) e la sua originaria matrice It’s A Beautiful Day (Bombay Calling). Genio e sregolatezza.
La parodia qui, invece che diventare demistificatoria, come spesso avviene, ha un qualcosa di segretamente affettuoso, sa di omaggio, di tributo dovuto. Monkey Business, tiritera iper-realista, Tough Guys, con tanto di voce femminile, la vacanziera Orange Ocean nonché la conclusiva Ride The Funky Mule, con tanto di ragli e sax starnazzante, confermano la tecnica dell'accumulazione – di nomi, verbi, aggettivi – che da sempre consente a questi testi di rendere con piglio divertito la realtà circostante. Un album, in conclusione, aperto a mille e mille stili differenti, suonato bene e arrangiato anche meglio. Un album che come un maglio picchierà duro sull’emisfero irrazionale del vostro cerebro. (7.0/10)