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The King Khan & The BBQ Show / Mark Sultan

di AA. VV.

 

 

 

 

 

 

 

Copertina: ...
  • Treat Me Like A Dog
  • I'll Never Belong
  • Zombies
  • Blow My Top
  • Why Don't You Lie?
  • Suck It And Smell
  • Learn My Language
  • Captain Captain
  • Into The Snow
  • Dock It #8
  • Operation
  • The Ballad Of...
  • What's For Dinner?
  • Too Much in Love

The King Khan & BBQ Show - What's For Dinner? (In The Red / Goodfellas, settembre 2006)

di Stefano Pifferi

Dal cappello a cilindro di alcune etichette dedite per passione alla promozione di dischi dall’appeal commerciale vicino allo zero assoluto come la In The Red, saltano fuori delle vere e proprie gemme di follia.

King Khan, apolide stregone d’origini indiane, definito a ragione il Maharaja del soul o il figlio bastardo di Screaming Jay Hawkins, rappresenta l’ultima delle comete del r’n’r di questi tempi. E proprio al fagocitare tutto ciò che il rock ha prodotto nell’ultimo cinquantennio sembra dedicata l’attenzione del nostro che, in combutta con il degno compare BBQ (al secolo Mark Sultan, già con Les Sexareenos e Spaceshits), frulla in 40 minuti Buddy Holly e Screaming Jay Hawkins, Chuck Berry e i Cramps, l’r&b dei primordi e l’easy listening.

What’s For Dinner? è un’accozzaglia di boogie selvaggi dall’anima soul, melodie appiccicaticce di un anarchismo orgiastico suonate con un primitivo kit strumentale tra fede e eresia. Scorrono dunque ballatone pienamente fifties, come I'll Never Belong e Why Don't You Lie?, grezzi punk’n’roll à la Action Swingers (i più reietti transfughi del giro Pussy Galore) come in Zombies e Operation (tra l’altro cover dei Circe Jerks), il motivetto quasi Batman della title-track, i Ramones frullati di Blow My Top misti a reminiscenze anni 50 come una colonna sonora da Happy Days. Il tutto filtrato in salsa kitsch-curry, con tanto di turbanti in testa e orripilanti parrucche bionde en travesti.

Una musica arcaicamente garage ed etimologicamente boogie, cioè percussiva, sfrontata e libera di strabordare verso una delirante nuova/vecchia forma di canzone.
Molto easy ma consigliatissimo sia dal vivo, sia per feste casalinghe. (6.5/10)

  • Beautiful Girl
  • 100 Little Women
  • Cursed World
  • Spinning Ceiling
  • Two Left Feet
  • Je Ne Savais Pas
  • Mortal Man
  • Something Wrong
  • Warpath
  • We're Sinking
  • Unicorn Rainbow Odyssey

Mark Sultan – The Sultanic Verses (In The Red / Goodfellas, 15 maggio 2007)

di Gaspare Caliri

Questo disco è la solita creatura In The Red: sporco, cattivello ma in fin dei conti buontempone, facilmente catalogabile sotto il garage/lo-fi – con un suono davvero sporco. Un ritorno (speriamo parziale, per alcuni versi) all’origine per l’etichetta garagissima, dopo i fasti inconsueti dei Volt. Ma qui si parla di un sultano, ovvero di The Sultanic Verses di Mark Sultan, aka la seconda metà di the King Khan & BBQ Show, ma anche cantante e chitarrista dei Mind Controls, cantante/batterista dei Les Sexareenos, cantante dei The Spaceshits e molto altro (è evidente che ho citato questi ultimi per il nome che si sono scelti).

L’ironia c’è. Nel libretto ci informano che gran parte del disco è suonato da un musicista solo (Mark) che se la suona e se la canta come se fosse una band intera. Poi Mark puntualizza che non sopporta i musicisti che fanno tutto da sé, e soprattutto non sopporta il pubblico a cui piacciono queste cose; la chiosa esatta è “if you did like that shit, there is still solme of that on here, too”. L’effetto è un po’ strano. È come ascoltare con una certa soddisfazione la radio a manetta dell’auto che abbiamo a fianco della nostra, in coda a un semaforo. Guardando negli occhiali da sole il guidatore, che è rockabilly ma ha la coppola in testa, come Mark. Il quale sembra aver ascoltato le compilation dei Nuggets, conoscerle a menadito, dare continuamente prova di aver appreso la lezione in modo eccellente. Splendide le piccole pause del classico r’n’r, un po’ Little Rock, di 100 Little Women; per non parlare del finale psichedelico – da The Piper – di Cursed World, giusto per fare due esempi. E basta. Gli appassionati si divertiranno; i divertiti non credo si appassioneranno. (6.5/10)

  • Waddlin Around
  • Fishfight
  • Get Down
  • Hold Me Tight
  • Love You So
  • Got It Made
  • Am I The One
  • Take Me Back
  • Pig Pig
  • Shake Real Low
  • Bimbo’s Theme
  • Lil’ Girl In The Woods
  • Outta My Mind
  • Mind Body & Soul

The King Khan & BBQ Show – Self Titled (In The Red, 20 novembre 2007)

di Gaspare Caliri

The King Khan & BBQ Show sono King Khan, alla prima chitarra e alla voce, e Mark Sultan (in veste di BBQ) alla voce, alla chitarra ritmica e alle “baby footdrums”. Pochi cenni dalle note di copertina di questo disco sono altamente informativi, se conoscete Khan e Sultan. Nel caso contrario, basterà dire che quello che fanno (con sommo loro godimento, a quanto si ascolta) è un rock’n’roll molto sporcato, cioè come si faceva “allora” (e parliamo degli anni Cinquanta, come strutture musicali, del decennio successivo, per effettivo target di citazione) ma con tutte le antitecnologie lo-fi dei garage di oggi. La In The Red ha pensato bene allora di ristampare (in versione estesa) questo primo parto del duo dopo un paio d’anni dalla sua prima edizione, originalmente su Goner, presto diventata introvabile.
E, nuovamente, non si tratta di distorsioni, ma di vera estetica della sporcizia – ricercata per altro da Sultan anche in altre sue uscite – e in fondo diversa dal lo-fi, dove sarebbero i mezzi (mancanti) a dettare certe scelte produttive; di fatto qui la voce sembra uscire da un juke-box di un bar che non può permettersi investimenti audiofili, la chitarra manca di armoniche, al posto della batteria ci dobbiamo accontentare di tamburelli a sonagli (suonati coi piedi, a quanto ci dicono).
Ma appunto non ci sono rinunce o compromessi; questo è il solito suono della purezza nuggets per eccellenza (Get Down, ma soprattutto la successiva Hold Me Tight, ma in fondo tutti quanti i brani, compreso qualche numero psichedelico come Mind Body & Soul); c’è da ragionarci? O è meglio tacciare un disco così semplicemente di nostalgia, o tutt’al più vederlo come frutto di qualche sessione di due nostalgici che non si prendono poi troppo sul serio? Il passatismo può coprirsi anche di ridicolo, in certi casi. Pericolo sventato, ma grazie alla qualità di questa musica, che com’è o come non è, si fa sempre ascoltare con tanto piacere. (6.6/10)