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King Creosote / Fence Records

di Stefano Renzi e Valentina Cassano
Per tutti gli amanti del pop di pura marca scozzese, c’è una città da segnare sulla mappa: Anstruther, dimora e residenza della sempre più interessante Fence Records di Kenny Anderson, a.k.a. King Creosote.

Fence Records: il vero D.I.Y.?

di Stefano Renzi

C’è una nuova stella nel firmamento delle etichette britanniche: si chiama Fence Records, ha sede ad Anstruther - una piccola località sita nel nord est della Scozia più famosa per i suoi ottimi campi da golf che non per la musica - può vantare la bellezza di circa dieci anni d’attività ma soltanto adesso sembra cominciare a godere dei frutti del tanto lavoro dispensato nel corso di questi ultimi due lustri. Merito di una sorta d’eccellente fanzine/magazine stampato e distribuito in proprio, il supporto di tanti illustri concittadini come il cantautore James Yorkston ed un catalogo estremamente trasversale, capace di muoversi tra psycho pop e folk, electronica e spoken word, concedendo poco e niente alla commercializzazione del proprio sound, fedele ad un’estetica ed un’etica fieramente indipendente, il vero e proprio valore aggiunto della label scozzese.

Per fare luce su questa irresistibile ascesa, abbiamo contattato via mail uno dei responsabili della Fance, il fantomatico addetto stampa Johnny (chi sarà mai...?), che si è dimostrato estremamente disponibile nel farci fare un giro virtuale tra le meraviglie della propria etichetta.

Puoi raccontarci come è nata la Fence Records?

La Fence è nata nel 1996. E’ stata fondata da Kenny Anderson, che al tempo militava in una band chiamata The Skhoubie Dubb Orchestra (la pronuncia esatta è Scooby Doo Orchestra, nda) con la quale produceva materiale fortemente ispirato alla tradizione bluegrass, riuscendo nell’impresa di crearsi un buon seguito, almeno nel circuito dei locali scozzesi. L’avventura della band terminò nei primi mesi del 1996 e Kenny si ritrovò da un momento all’altro senza niente da fare, così decise di cominciare a fare musica da solo nascondendosi dietro al moniker King Creosote. Le sue erano autoproduzioni a tutti gli effetti, in quanto pensava da solo a tutti gli aspetti dell’album dalla registrazione, al packing, all’artwork…per gestire meglio il lavoro mise in piedi anche una piccola etichetta che battezzò con il nome di Fence Records. I suoi primi show nei locali di St.Andrews andarono molto bene al punto di catturare l’attenzione dell’intera scena musicale cittadina che in breve tempo si strinse attorno a Kenny immedesimandosi nel marchio della Fence. I primi lavori che l’etichetta diede alle stampe (eccezion fatta per quelli di King Creosote) furono quelli dei Lone Pigeon e di Pip Dylan, entrambi pubblicati in cd-r ed entrambi impreziositi da un artwork molto casalingo. Non furono vendute molte copie dei due dischi, ma il lavoro si rivelò in ogni modo importante in quanto permise di far circolare il nome dell’etichetta tra i musicisti e gli addetti ai lavori.

Kenny Anderson a.k.a. King Creosote

Quali sono i problemi maggiori che deve affrontare un’ etichetta piccola come la vostra per poter rimanere in vita?

Non è stato molto difficile creare l’etichetta, visto che non ci sono stati grandi investimenti economici. I primi cd sono stati realizzati in modo quasi casalingo, evitando così un inutile sperpero di denaro. Le cose si sono fatte più complicate quando abbiamo iniziato a lavorare su cd veri e propri, soprattutto per ciò che riguarda la vendita e la distribuzione del materiale. Credo che il segreto più importante, in questo campo, sia quello di non investire molto denaro ma tempo ed energie in quantità industriale. La Fence Records non farà mai guadagnare milioni di sterline a nessuno ma, allo stesso tempo, non farà mai perdere milioni di sterline a nessuno.

Considerando la situazione estremamente difficile in cui versa il mercato musicale odierno, credi sia ancora possibile sperare nella nascita di etichette discografiche di riferimento come in passato lo sono state, seppur in ambiti diversi, Touch And Go, Mo Wax oppure Creation?

Credo che oggi sia molto facile realizzare e pubblicare un album. Di contro, credo che sia praticamente impossibile, per le piccole etichette, riuscire a fare molto denaro con i propri gruppi. Gli artisti hanno molti modi per far veicolare la propria musica, pensa ad esempio a My Space, ed il ruolo della label come eravamo abituati ad intenderlo sino ad ieri non ha più senso, i musicisti sono in grado di far circolare i propri prodotti in totale autonomia. La politica della Fence Records è quella di mettere in contatto, in comunione, tutti gli artisti che gravitano attorno alla nostra orbita, tutti si devono aiutare a vicenda, sia per quello che riguarda le registrazioni sia per quello che riguarda le performance live. Le registrazioni casalinghe sono, da tempo, una realtà consolidata anche sotto il profilo qualitativo. Non è necessario spendere cifre folli per noleggiare uno studio di registrazione, quando si può ottenere lo stesso risultato (talvolta anche migliore) tra le quattro mura di casa. Sono i musicisti la cosa importante, non le etichette.

Trovo molto curioso questo progetto denominato Fence Collective, una sorta di supergruppo del quale fanno parte tutti i musicisti della vostra scuderia ed anche alcuni personaggi esterni. Vuoi spiegarci con maggiore esattezza di cosa si tratta?

Fence Collective è un progetto, come tu stesso hai detto, nel quale convergono tutti gli artisti che incidono per la nostra etichetta. Molti di loro registrano i dischi in studi privati ma quando suonano dal vivo necessitano di altre persone che suonino i vari strumenti…e nella maggior parte dei casi queste persone sono altri artisti che fanno parte del nostro “giro”. Ti faccio un esempio: The Pietish Trail suona la chitarra con King Creosote e King Creosote suona la fisarmonica con The PietishTrail…Seguendo questa politica abbiamo registrato anche un intero album Lets Get This Ship On The Road, nato dalla collaborazione e dallo scambio di idee tra diversi musicisti della Fence.

Sappiamo che James Yorkston, oltre ad essere un vostro grande fan, è anche un collaboratore piuttosto assiduo dei vostri progetti…

James ha fatto parte del Collettivo per molto tempo. Nelle nostre compilation sono presenti molti suoi brani e sotto vari moniker ha persino realizzato interi album strumentali per noi. Cinque anni fa ha firmato per la Domino Records e questo ci ha permesso di entrare in contatto con i responsabili dell’etichetta che ci hanno dato una grossa mano per pubblicare i nostri lavori in tutta l’Inghilterra.

  • Twin Tub Twin
  • Saffy Nool
  • Klutz
  • Crow’s Feet
  • Spooned Out On Tick
  • pH 6.5
  • Circle My Demise
  • King Bubbles In Sand
  • The Things, Things, Things
  • A Month Of Firts
  • Thrills And Spills
  • The Someone Else

King Creosote – Rocket D.I.Y. (Fence / Domino, 2005)

di Valentina Cassano

Il regno del Fife (Scozia) ha un nuovo re e il suo nome è King Creosote, al secolo Kenny Anderson. Non più e non solo antica terra di pacifici pescatori, ora l’East Neuk può annoverare tra le sue bellezze anche il Fence Collective, moderna corporazione di menestrelli, che raccoglie band, dj ed artisti solisti dell’intero reame, di cui lo strambo re è il fondatore. Dopo aver militato nella Skuobhie Dubh Orchestra e nei Khartoum Heroes, il prolifico autore si rende conto che molto del suo materiale mal si presta sia per l’uno (non abbastanza folk/bluegrass) che per l’altro (troppo poche le corde a disposizione) progetto. Decide così di far tutto da solo. Dal 1994 inizia a produrre in proprio infiniti cd-r, circolati per vie traverse e semiclandestine, che finiranno per comporre Kenny And Beth’s Musakal Boat Riders, raccolta del 2003 per casa Domino, una sorta di panoramica dei suoi ultimi nove anni di attività. Siamo nel 2005 e con Rocket D.I.Y possiamo finalmente parlare di debutto ufficiale. Dodici nuovi e smaglianti brani, questa volta editi per la sua etichetta, la Fence Records, imbastiti grazie all’aiuto di alcuni membri del collettivo: James Yorkston, U.N.P.O.C. e i suoi due fratelli Pip Dylan e Lone Pigeon (co-fondatore della Beta Band).

Questo è un disco folk, lo diciamo subito, ma nella sua accezione più genuina. La tradizione scozzese, ed inglese tutta, è la base su cui si ergono semplici quanto affascinanti composizioni, che ora strizzano l’occhio al pop, ora civettano con giochi elettronici, ora si ubriacano di caustica malinconia delle highlands. E forse non è un caso (o forse è solo uno dei tanti scherzi del destino) che la voce di Anderson sia incredibilmete simile a quella del baronetto Mc Cartney, spietatamente suadente e melodica, perfetta sia da sola (in Twin Tub Twin si accompagna con un piano e un brusio di suoni in sottofondo, quasi un motivo gregoriano al contrario), sia nei controcanti (la seconda voce in Crow’s Feet si affianca alla principale, distorta ed effettata, dando un senso di meravigliosa diacronia). Ed è ancora lei a rendersi protagonista di una immaginifica Thrills And Spills, un falsetto appena sussurrato all’orecchio che si perde, sul finire, in un vocalizzo soprano mandato in loop. Piccole accortezze che rendono l’ascolto sempre nuovo ed intrigante, che spingono alla continua ricerca di particolari, nascosti tra le pieghe della più classica strumentazione folk.

Il portentoso ritmo di Saffy Nool (risposta sagace alla paura di un amico di fronte allo scorrere del tempo) cattura dal primo secondo, con un basso nervoso e pulsante, il banjo che si insinua nel ritornello e il rullare dei tamburi frenetico. Una tensione che sembra non esplodere mai, se non fosse per l’escursione di una fisarmonica proprio quando non ci si aspetta. Sound corposo anche in Klutz, aperta da chitarra acustica, piano e voli pindarici di synth, mentre cori di bambini fanno beatamente sorridere in pH 6.5. Momenti di quiete suggeriscono invece Circle My Demise (contraltare degli islandesi Sigur Ros, nenia che spira dall’alto di una scogliera a strapiombo sul mare) e The Someone Else (racconto poetico di un idillio infranto). L’impeccabile forma canzone torna prepotentemente nella raggiante e scanzonata King Bubbles In Sand, i cui numi tutelari sono senza ombra di dubbio i Beatles.

A questo punto, non resta che godersi la bellezza e l’eccentricità misurata di Rocket D.I.Y.. Oggi la Scozia non è solo Belle & Sebastian o Mogwai (per dirne un paio), ma anche il folk psichedelico e mistico di King Creosote. Un augurio al nuovo monarca perchè il suo regno - che immaginiamo in festa da tempo - duri il più a lungo possibile. (7.5/10)