Una vita nomade, spesa fra Europa, America e Israele. Una carriera che l’ha vista affermarsi progressivamente come cantautrice e musicista a 360°, in bilico fra chanson ed ambizioni più ampie. Fino all’ultimo, omonimo album, che la consacra definitivamente come autrice ed interprete pop-rock di primo livello. La grazia discreta di Keren Ann.

Si muove tra Parigi, dove ha vissuto a lungo, e New York, in cui si è stabilità da qualche anno, passando per Israele (dove è nata, da padre ebreo russo) e Olanda, dove ha trascorso l’infanzia (la madre è metà olandese e metà javanese). Basterebbero queste coordinate per fare di Keren Ann il personaggio nomade per eccellenza; una vita cosmopolita in bilico tra culture diverse, da cui le deriva anche - va da sé - un senso acuto di nomadismo culturale, oltre che fisico, e una curiosità innata per il multiculturalismo. Oltre ad un comprensibile senso di sradicamento, da classica apolide.
Una grazia discreta la sua, un fascino non eclatante che conquista sottilmente. Classe da vendere. Minimale Keren Ann. Cantautrice raffinata, volutamente in disparte, come la sua musica, del resto. Un songwriting classico, profondamente malinconico e piuttosto ricercato, che da una dimensione acustica contaminata da elementi di jazz, rock e classica, si è evoluto man mano verso stilemi pop-rock e orchestrazioni più ampie, partendo dai modelli Serge Gainsbourg/Francoise Hardy.
Pianista e chitarrista, si occupa anche degli arrangiamenti ed ha prodotto i suoi ultimi album. Una carriera già abbastanza lunga, iniziata nel 1998 con dischi pubblicati prima in francese poi in inglese e numerose collaborazioni, che culmina in aprile con l’uscita dell’album omonimo su Capitol, in cui la sua musica si evolve naturalmente verso una “classicità” pop di fondo ed una compiuta maturità artistica. Ultima uscita che ci ha offerto l’occasione per un incontro faccia a faccia con l’artista. Che si conferma una delle realtà femminili pop (e non solo) più interessanti al momento in circolazione.
La mia casa è dove mi trovo in quel momento, che sia Parigi o New York o un altro posto, ma devo dire che ho uno speciale attaccamento alla terra da cui provengo e sono cresciuta nei primi anni di vita, Israele, a cui mi sento molto legata, naturalmente. Attualmente vivo tra Europa ed America, ma quando ho bisogno di un contatto vero con la natura, ritorno nel posto dove sono nata. Questo nomadismo ha avuto chiaramente degli effetti sulla mia musica, infatti mi sento sempre alla ricerca di qualcosa. Ecco perché mi piace così tanto New York, una città così eclettica - che non appartiene a nessuno e allo stesso tempo appartiene a tutti - , dove si possono trovare differenti tipi di musica nello stesso momento.
I primi album erano in francese perché allora vivevo in Francia (ci ho vissuto a lungo da quando mi sono spostata con la mia famiglia dall’Olanda), mi sembrava perfettamente naturale usare quella lingua. D’altra parte ho cominciato a parlare inglese prima che francese, per cui, volendo ritornare a un mondo di emozioni più profonde, sono passata alla scrittura in inglese. Del resto ero già nota al tempo dei primi dischi, per cui non è stato un calcolo, piuttosto un’esigenza. Nello stesso tempo mi sono avvicinata alla musica americana, ascoltavo molto Bob Dylan per esempio…
Ah sono moltissime: Billie Holliday, Francoise Hardy, Chet Baker, Serge Gainsbourg, ma anche Bruce Springsteeen (per la scoperta delle radici americane), Velvet Underground, Suzanne Vega che ho amato molto e che ho avuto il privilegio di conoscere…oggi ascolto anche classica e contemporanea, Philip Glass ma anche Lee Hazlewood…
Sono molto coinvolta nel processo creativo, e sono anche interessata al suono, che è una cosa molto importante per me; ho infatti due studi di registrazione a Parigi e New York e mi occupo in prima persona anche dell’aspetto tecnico. Ci sono molti modi di produrre un disco, ma solo uno corrisponde a quello che vuoi sentire veramente; e in questo caso sono molto soddisfatta del suono che abbiamo ottenuto, impressionistico direi: ho usato infatti vari tipi di frequenze, dal coro al basso alla batteria, e mi è piaciuta molto l’architettura sonora che ne è scaturita.

Ho scelto infatti di registrare la voce in modo diverso, in una stanza molto ampia, dipende appunto dall’effetto che si vuol ottenere. In Nolita la voce era compressa e registrata in un piccolo spazio.
Parlo molto di movimento e di viaggio, e dell’attaccamento che si ha per alcuni posti, ma anche di complicità nell’amore e nell’amicizia. Non si parla infatti necessariamente d’amore quando sono nominate due persone, ma di vicinanza e complicità, di comunanza d’intenti. Anche di amici che non si vedono da molto tempo ma tra cui c’è un legame sempre presente. E c’è poi la malinconia, del resto onnipresente nella vita di tutti i giorni, uno stato mentale direi.
E’ un disco vario, in cui ho tra l’altro lavorato con molti musicisti, anche diversi a seconda del brano; In Your Back è in realtà una ballad molto seventies, alla Neil Young; Liberty invece riflette i miei ultimi interessi per la musica contemporanea e in particolare per Philip Glass; del resto come dicevo prima, negli ultimi tempi sto ascoltando parecchia classica e contemporanea.
Il gruppo è nato dal mio incontro con Bardi, e da comuni influenze anni ‘70, abbastanza normali per la mia generazione (Keren ha 33 anni); il disco è stato fatto per divertimento, ed è stato un episodio isolato, credo. Ci sono varie cose che abbiamo continuato a fare insieme, come musiche per documentari, infatti collaboriamo e facciamo tuttora musica. Oltre che condividere interessi comuni.
Non mi viene in mente nessuno di particolare in questo momento, d’altra parte io ho sempre lavorato anche con altri, da Benjamin Biolay (- nei primi due dischi - con cui ho anche co-scritto l’album del ritorno di Henry Salvador, sette o otto anni fa), ho contatti con registi e coreografi da quando ho scritto musiche per film e balletti, che è una cosa che mi piace molto fare, soprattutto musiche per film.
Ho avuto una formazione di cinema classico, da Ford a Hitchcock per citare alcuni nomi, anche se negli ultimi tempi mi sono avvicinata come gusti al cinema horror, che è una grossa sfida per me!

Faremo un tour in Europa, America, Canada e Asia (in Giappone e Corea i miei dischi in francese hanno venduto parecchio e ho una grossa audience lì); in Italia non sono mai stata finora, e mi piacerebbe molto, spero questa sia la volta buona, dipende dal booking management! Ho suonato in piccoli e grandi posti, dipende dalla città. Per quanto la mia musica finora abbia reso meglio in posti più raccolti, suonando in acustico, solo io e una chitarra, con quest’ultimo disco ho anche voglia di suonare in posti più grandi dove posso esibirmi con una band; non ho mai avuto un gruppo fisso, anche per i dischi, è sempre cambiato di volta in volta e anche per i concerti. Per questo tour sul palco saremo in quattro (a maggio Keren Ann terrà in Italia due concerti, l’11 a Milano alla Casa 139 e il 12 a Torino allo Spazio211).

Incuriosisce Keren Ann, per il personaggio volutamente non eclatante e piuttosto in disparte che ha saputo crearsi. Poco conosciuta nel nostro paese, una discografia abbastanza nutrita (i primi due album in francese, collaborazioni con Benjamin Biolay, progetti collaterali e alcune colonne sonore all’attivo) e un’esistenza nomade divisa tra Parigi e New York, esce ora con questo omonimo (il terzo disco cantato in inglese), di cui ha curato anche produzione e arrangiamenti.
Distaccandosi dalla dimensione acustica con cui era più conosciuta, eccola affrontare un pop-rock dagli arrangiamenti particolarmente curati, in cui canta finalmente a piena voce, dopo l’intimismo e il raccoglimento vocale del precedente Nolita (Capitol / Blue Note, 2004). Il songwriting richiama i suoi onnipresenti modelli, da Gainsbourg a Francoise Hardy e Suzanne Vega, per dipartirsi verso atmosfere à la Radiohead e Air (In Your Back per esempio, che fa pensare alle ultime cose di Charlotte Gainsbourg, dove non a caso c’è ben più che lo zampino del duo francese), influssi beatlesiani (la onirica Between The Flatland… ) e song atmosferiche (Liberty con vocals wyattiani) che rimandano a Eno e Philip Glass, ultima passione musicale di Keren.
L’album si snoda tra contrappunti vocali (il singolo Lay Your Head Down), un funk-wave-disco nel pezzo di chiusura (Caspia) e le consuete ballad (The Harder Ships Of The World, Where No Endings End in cui ritroviamo tutto lo spleen di cui è capace la Nostra). Sempre più raffinata, Keren prosegue il suo percorso, ancora teso verso una “classicità” di fondo che la immerge insieme in una dimensione atemporale al di fuori di qualsiasi moda, in cui lei vibra secondo le sue personalissime frequenze. (7.3/10)