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Ogni tanto lo shobiz sente il bisogno di band così, di un disco così.
Che sappia colmare il vuoto tra il pop formattato Mtv e quello portato avanti
con alterne fortune dal carrozzone cosiddetto alternativo.
Non necessariamente "avanti" quest'ultimo, però più vispo,
brulicante, col naso attento a fiutare le brezze senza disdegnare alloccorrenza
i miasmi dei bassifondi. Talora anche precursore, geniale sovvertitore di mode
e modi, fattore di squilibrio che innesca più o meno effimere "scene".
Precursori e sovvertitori furono ad esempio i Primal Scream, allorché bersagliarono
il mercato dei primi novanta col missile terra aria Screamedelica.
A loro, tra gli altri, i Kasabian si rifanno sfacciatamente. Ma sapete comè,
di questi tempi non me la sento di biasimarli per questo. Non totalmente, almeno.
Anche perché sono bravi questi cinque ragazzi di Leicester (che diresti
di Manchester, per quel che conta negli anni delle low cost airlines e della
rete onnisciente) a stemperare il tutto tra sapienti profluvi new wave e kraut,
a sbaragliare sul nascere tensioni e sberleffi, tanto che alla fine il confine
tra cazzonismo militante e livido allarme non riesci a tracciarlo con facilità.
E' certo però che i Kasabian sono un gruppo pop, e lo rimarranno. La
loro principale urgenza sembra appollaiarsi sulla prima classifica disponibile,
accaparrarsi il massimo di airplay, imbucarsi nelle playlist più fighette
e poi staremo a vedere. Quanto all'airplay, prendete il caso di LSF:
si è già dimostrata efficace soundtrack per lo spot d'una nota
compagnia telefonica, quindi siamo a posto. E, amici miei, LSF non è altro
che Primal Scream liofilizzati tra spezie electro funk, tastierine kraut e
laconico raga Stone Roses.
Tutto molto chiaro, lampante. Un gioco a carte scoperte. Club foot fa
più o meno lo stesso allentando la manopola dell'elettronica in favore
di salaci ondeggiamenti sixties (il riff adesivo, lo sfrigolio di corde, il
coretto selvaggetto). Test Transmission si aggira dalle parti di una
boogie dance ibrida, aerea, frastornante, tanto poco pretenziosa quanto in
fondo buona. Ovary Stripe è quel frangente gustoso e improbabile
in cui la causa sintetica dei New Order s'impasticcia di sequenze Kraftwerk,
salsa soul/RnB e chitarrine western per poi spalmare la marmellata sul dancefloor.
Le tracce sono tredici, non tutte - va detto - all'altezza della "missione".
Spesso anzi sembra che la scenografia si mangi ogni velleità contenutistica,
come quella ID che tenta la carta della blues ballad "spaziale" alla Zero 7 senza avere né la voce appropriata né un adeguato livello
di soul nelle vene, o come quando Cutt Off prova a mettere i Portishead nel
buglione, incrementare il tasso hip-hop, imitare gli spigoli Red Hot Chili
Peppers abbozzando così un bel rosario di colpi a vuoto.
Alla fine della corsa scopri tuttavia che in fondo non è male avere
nei dintorni una band da classifica con la voglia di far balenare clangori
western morriconiani, hip hop, synth-pop e brume Hammill nel corso della
stessa canzone (Running Battle), con nel caricatore certi kraut-boogie
allucinati e pulsanti (Reason is Treason), che ti congeda da un languido
pulpito folk-blues, tra riff di tastiera, algidi inneschi di batteria ed elettroniche
piovute da qualche recesso anni ottanta (U Boat).
I Kasabian sono contemporanei e già vecchi, una novità già esaurita,
un domani nato vecchio dalle ceneri tiepide di ieri. I Kasabian sono ciò che
auguro a tutti i giovanotti della generazione SMS che da un giorno allaltro
si sono trovati superati da quella MMS, e domani chissà, poco conta.
Cè un gap incolmabile che dovremmo provare a colmare: tanto vale
celebrarlo al meglio, e gettare piccoli ponti di nascosto. (6.0/10)

Ci si aspetta che un gruppo come i Kasabian viva in un mondo diviso tra pressioni discografiche e gaia stupidità, in cui tutto si risolve al momento della produzione. Ma Empire, album che deve raccogliere l’hype esploso dopo il disco d’esordio, non sfigura nel qualunquista revival new-wave che sta facendo uscire di testa l’Inghilterra. Ci sarebbe da discutere sull’utilità di clonare i cloni (meglio pensare a come controllare i controllori); resta il fatto che queste canzoncine reggono abbastanza bene il divertimento di un ascolto.
Alcune riescono ad essere trascinanti, almeno finché non pretendono di evolversi - Last Trip (In Flight) -, altre sono più che passabili in un dj-set, proprio perché snelle. Una volta di più abbiamo la conferma del potere degli avi: la title track, così come Shoot The Runner, By My Side (e forse tutte le tracce del disco) vivono serenamente la paternità sinfonica dei primi wavers che raggiunsero la maturità, con un metodo certosino di costruzione del rapporto riff-tastiera ormai a prova di mainstream.
Ci sono pure momenti (Apnea) in cui si riesce a combinare una cantilena da Highway 61 ad una struttura techno-wave; le melodie, come strumenti di distinzione, appaiono ora molto inglesi (Sun Rise Light Flies), ora addirittura vicine ai Subsonica (Stuntman). Tutto sommato, Empire svenderà pure la creatività di sé e di chi gli ha spianato la strada, ma, in fondo, qualcosina da vendere ce l’ha. (5.8/10)