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Karlsruhe, Germania del sud. Corre l'anno 1998 e un tale Thomas Weber, un accredidato polistrumentista, si rinchiude letteralmente nella sua stanza da letto con l'intento di dar vita ad un progetto musicale d'ambiente. Sforna così due 12" in edizione limitata per la tedesca Payola, sotto lo pseudonimo di Kammerflimmer Kollektief, raccolti l'anno successivo nel primo album Mäander. Non pago, a distanza di poco tempo, Weber affida le partiture di queste composizioni ad un gruppo di musicisti (quello che diventerà il suo sestetto in pianta stabile), curioso di vedere quali direzioni la sua musica possa prendere nelle mani di altre persone. Il risultato è Incommunicado, in cui le sperimentazioni elettroniche del suo creatore si sostanziano di complesse orchestrazioni. A questo punto il Kollektief è un collettivo a tutti gli effetti e, dopo la parentesi del mini cd Hysteria del 2001 uscito per la After Hours, pubblica il terzo lavoro in studio: Cicadidae, un concentrato di folk e psichedelia, con slanci post rock imbevuti di jazz.
In questi anni, in cui non sono certo stati con le mani in mano (chi riesce a dare alle stampe praticamente un disco all'anno? Conor Oberst non vale come risposta), la loro fama è cresciuta, anche se in un ambito ancora molto ristretto, e con il nuovo Absencen cercano di aggiustare il tiro. Aggiustare perchè, diciamolo pure, non sono proprio di facile ascolto. Queste undici tracce, in misura maggiore rispetto ai precedenti album, sono infatti incentrate in primo luogo sull'improvvisazione, sul free jazz. Non quello degli hard bopper e di Charlie Parker (in cui le variazioni ruotano intorno a temi o sequenze di accordi particolari, più semplici da seguire), ma la forma libera di Ornette Coleman e del Coltrane di Ascension. Un'interpretazione, quella di Weber e compagni, del tutto personale quindi, che sceglie un centro qualsiasi dello spartito per dare sfogo alla fantasia, costruendo melodie multistrato. Non a caso l'opener track Lichterloh parte in sordina, tra piatti appena sfiorati e pochi accordi di piano. Passerebbe quasi inosservata se non intervenisse il sassofono impazzito di Ditrich Foth a muovere le acque, con i suoi accenti striduli, simili all'urlo di un neonato, per poi smorzarsi nell' iniziale quiete, dando così un senso di circolarità.
Esplosioni che apparentemente non rispettano alcuna linea melodica, quasi prendessero vita da sole, sostenute dalle incursioni rumoristiche della mente prima del gruppo (gli ultimi due minuti di Equilibrium ne sono un ottimo esempio). Veri e propri maltrattamenti degli strumenti, come nel delirio cotrabbassistico di Johannes Frisch in Betäubt (corde violentate dall' archetto, su un crescendo di effetti digitali). In realtà questo estremismo è voluto e ben strutturato, calibrato da composizioni maggiormente distensive (in Nach dem Regen potrebbero essere dei Múm cupi e pensierosi) e più affini ai tradizionali canoni jazz (il sax di Shibboleth fa meno le bizze, pur mantenendo una certa autonomia di movimento). E' chiaro come ci sia un lavoro artigianale dietro Absencen, fatto di intarsi e sovrapposizioni, di ricerca e sperimentazione sonora che vuole incontrare il gusto dell'ascoltatore, guidandolo, ascolto dopo ascolto, attraverso il suo intreccio tra assenza e presenza, chiaro e oscuro, pieno e vuoto. Aperture e contaminazioni necessarie al genere per riprendere un percorso che sembrava ormai bloccato da tempo, ma che riuscirà difficile, se non incomprensibile, a chi di jazz non ne ha mai masticato. (6.8/10)

Il Kammerflimmer Kollektief si è ridotto da sei a tre elementi, Thomas Weber, Heike Aumuller e Johannes Frisch, più una pletora di collaboratori per l'occasione, ma non per questo sembra voler mutare di una virgola la collaudata formula: jazz noir per animi inquieti. Con Jinx siamo al capitolo numero sei, se si esclude il disco di remix di un anno fa. La scenografia è, come al solito, allestita con grande cura del dettaglio, ma per forza di cose, la trama strumentale di oggi è leggermente diversa rispetto al passato. Il nuovo disco suona così meno jazzy degli immediati predecessori, Cicadidae e Absencen, ma è come di consueto rigonfio di struggimento nero. La visiera calata sullo sguardo, l’impermeabile chiuso fino all’ultimo bottone, giusto il tempo di fare due tiri, prima di immergersi nei vicoli bui di una Berlino illuminata dalle insegne dei peep show. Palimpsest si muove così, fumosa ed elegante, notturna e fatalista, un po’ James Ellroy, un po’ Black Heart Procession, ma il piatto forte è la maledizione esorcizzata nella successiva Jinx: sette minuti di grovigli vocali su una cadenzata e mesmerica dark lounge, con quella micidiale steel guitar ad aprire l’orizzonte. Le qualità cinematiche del collettivo tedesco risaltano al meglio nei brani più lunghi, come nei dieci minuti della conclusiva Subnarkotisch, ma il meglio lo ottengono quando appaiono anche le parti vocali di Heike Aumuller (Jinx e Both Eyes Tight Shut) come inintelligibili enigmi di puro suono da miscelare con il consueto impasto di piano/harmonium, steel guitar, contrabbasso ed elettronica. L’album ideale per gli animi inquieti della Mitteleuropea. Che mettano su questo disco quando si sentiranno soli nella prossima stanza d’albergo. (7.0/10)