Caratteri: [Small] [Medium] [Large]
Introduzione
Critica
Webografia

Kaiser Chiefs

di Edoardo Bridda
...
Foto: Kaiser Chiefs

 

 

  • Everyday I Love You Less and Less
  • I Predict a Riot
  • Modern Way
  • Na Na Na Na Naa
  • You Can Have It All
  • Oh My God
  • Born to Be a Dancer
  • Saturday Night
  • What Did I Ever Give You?
  • Time Honoured Tradition
  • Caroline, Yes
  • Team Mat

Employment (Universal, marzo 2005)

di Edoardo Bridda

In un'intervista concessaci nella primavera del 2005, Micah P. Hinson non si era risparmiato alcuni sprezzanti commenti sugli allora poco conosciuti Kaiser Chiefs: il cantautore parlava di perfetti damerini da rotocalco, ideali seguaci di quel fenomeno che noi abbiamo chiamato emul rock, il sinonimo, nelle sue parole, di un ondata di musicisti più attenti all'abbigliamento che al bisogno d'esprimersi e al piacere di far musica assieme.

Appena un mese prima l'Universal aveva pubblicato il debut album del quintetto - Employment - e si stava preparando a promuoverlo in grande stile mentre la stampa già parlava dei nuovi Franz Ferdinand e di una seconda età d'oro del brit-pop. La trafila mediatica, il successo, la fama e la gloria, come le ambizioni e le bramosie, non costituiranno di certo delle novità per il lettore emancipato e informato sui meccanismi dell'industria musicale dell'ex impero, basterà dunque aggiungere che i favoriti dell'estate duemilacinque, i prossimi a essere spinti nell'arena del sex, drugs & r'n'r, nonché i candidati al Mercury Music Prize (e questo sì, ricordiamolo: la vincita ammonta a 20,000 pound), sono proprio loro: cinque ragazzi di Leeds che per l'oramai consueta rincorsa alle alci sul muro hanno scelto d'appendere quella di Paul Weller. Proprio dal primo gruppo del cantautore - The Jam - sembrano esplose queste veloci e stilose canzoni, eleganti a partire dal vestiario, giacché fu proprio lo Style Conuncyl a riportare in auge lo stile mod in epoca punk rivestendolo musicalmente di febbrile e amfetaminica energia, senza mancare d'omaggiare quell'accento working class che diventerà tratto distintivo del punk inglese. Weller dunque come modello per quest'ultimissima generazione - Maxïmo Park e Art Brut - cresciuta a pane, gessati Strokes e Interpol, quella che ritorna là dove il vestiario era una vera e propria filosofia di vita, quella fatta da kids che parlano ai kids.

I Kaiser Chiefs parlano proprio delle vicissitudini dei ragazzi nei sobborghi della loro città, Leeds, dei locali da ballo, delle squinzie, e lo fanno nel più campanilista e retorico dei modi, senza l'ironia esasperata Eddie Argos o il pathos di Paul Smith, tuttavia sbandierando una manciata di cartucce punk-melodiche zeppe di riferimenti seventies, più una serie di quadretti in mid-tempo à la Kinks dove il riff è tenuto dal pianoforte e la chitarra infila gli assoli. Sono proprio quest'ultimi a catturare l'attenzione con una You Can Have It All tra Beatles e Duran Duran (!), il fortissimo ascendente Damon Albarn di Team Mate e la migliore di tutte Oh My God per cori sixites e chic glam. Employment, è un album vario, modaiolo che predica il verbo della nuova wave anglosassone fallendo la mira (Everyday I Love You Less and Less, I Predict A Riot, Na Na Na Na Naa), ma che si salva in zona cesarini con buone trame vocali di puro, purissimo english pop. (6.0/10)

  • Ruby
  • The Angry Mob
  • Heat Dies Down
  • Highroyds
  • Love's Not A Competition (But I'm Winning)
  • Thank You Very Much
  • I Can Do It Without You
  • My Kind Of Guy
  • Everything Is Average Nowadays
  • Boxing Champ
  • Learnt My Lesson Well
  • Try Your Best
  • Retirement

Yours Truly, Angry Mob (Universal, 26 febbraio 2007)

di Edoardo Bridda

“Ruby Ruby Ruby Rubeee” dice Ricky Wilson, “ahaa-ahaa-aaaa, aaaa” risponde il coro. La canzone è Ruby, il singolo prescelto dalla band del febbrile tormentone Everyday I Love You Less And Less per girare la seconda puntata nel più classico degli schemi dello show biz. Il tornaconto è immediato: ritornello banale, struttura rock canonica e riferimenti placidamente ruffiani, tra una citazione Stones nel titolo e il timbro McCartney di Wilson ridotto a un automatismo pop plastico e fugace. È un altro segnale forte e chiaro della brit music targata duemilasette: dopo la sbornia angolare è giunto il momento delle “produzioni” e in seguito al pessimo ritorno dei Bloc Party (pomposo e soffocante), il restyle dei brani dei Klaxons (alcuni riusciti, altri forzatamente Ottanta), la svolta semimatura Rakes, ora tocca ai più decorati e attesi del lotto, i Kaiser Chiefs.

È Stephen Street (già, il sig. Smiths e Blur) l’uomo di Yours Truly, Angry Mob, (insieme a Cenzo Townshend al missaggio) a lavorare per un sound pulito, con microfoni ben settati che diano a Wilson il massimo risalto possibile. Del resto, è lui l’unico brand possibile del marchio, nonché un leader maturato e sicuro dei propri mezzi, soprattutto dal vivo, come proprio la lunga tournée post Employment rappresenta la chiave di volta dei nuovi brani (qui in vestito da sera ma dal chiaro potenziale live).

Non stupisce pertanto che una specialità dell’esordio come The Angry Mob – come dire Jerry Lee e Macca che leggono un testo dei Kinks di allora – fallisca nell’unire critica sociale e briosità d’accordi e strofe. E va da sé il resto, tra chitarre punky domestiche e brit melodies tuttifrutti (Heat Dies Down), accordi glam-rock da manuale e i riff (quasi) hard rock (Highroyds). Una partita folgorante, a effetto, ma anche un boomerang, perché sono brani da pop star che si vogliono tali (soprattutto star), lontani dagli smalti indie che s’apprezzavano nell’esordio e a volte anche vicini al sospetto di un cinico calcolo. Non sorprendono infine le tre ballate che prendono il posto dei mid-tempo del debutto: Love's Not A Competition (But I'm Winning), l’apprezzabile piano-voce di Boxing Champ e la take in stile Blur di Try Your Best (un po’ come Leave The City And Come Home dei Rakes). Episodi genuini, nonostante tutto, non mancano: sono le discrete Thank You Very Much e Learnt My Lesson Well (la più bella), entrambe canzoni dal retrogusto angular. (5.0/10)