Un nuovo disco con una lineup differente. Nuove sonorità, rock, psichedeliche, kraute e lunghi trip strumentali con misurate dosi d'improvvisazione seventies. Ne abbiamo parlato con Nicola Caleffi e Luca G.

Il 2006 per i Julie’s Haircut si è aperto con alcuni cambiamenti importanti: un nuovo disco, After Dark, My Sweet, uscito a gennaio, ed una line-up sempre più fluida, che ha visto l’ingresso di Andrea Scarfone, terza chitarra ed effetti, ed una temporanea sostituzione. Nelle date live, infatti, Laura Sghedoni dei Joe Leaman ed M? subentra a Laura Storchi al basso. Le curiosità da soddisfare erano tante, merito di questo quarto album, apparentemente così diverso dai precedenti, in gran parte strumentale e carico di suggestioni psichedeliche. Perciò abbiamo incontrato Nicola Caleffi e Luca G. nella recente data romana del gruppo. Quel che è certo è che si tratta di una band dalle mosse imprevedibili, che non si ferma mai dove ti aspetteresti. File under indie rock/kraut/r’nr/psycho?
Luca G.(L): A noi piace considerare i dischi come delle testimonianze di un periodo, dei momenti che decidiamo di fissare… stavolta c’è stato un cambiamento di metodologia di lavoro:in precedenza a scrivere i pezzi eravamo io, Laura e Nicola, poi col gruppo li arrangiavamo. In questo caso avevamo due-tre pezzi pronti, il resto avevamo intenzione di comporlo in studio, improvvisando. E’ vero che questo aspetto veniva fuori poco dal vivo e dai dischi, ma in realtà anche in precedenza alcuni brani nascevano da improvvisazioni. Per il pubblico probabilmente lo scarto sembra maggiore, la nostra intenzione era focalizzare questo aspetto improvvisativo nel fare musica.
L: Per noi, come puoi immaginare, ogni disco è di transizione! Non ti poni un punto d’arrivo, cerchiamo ogni volta di trovare una chiave di lettura diversa. Questa volta possiamo dire che la differenza consiste nel fatto che ci siamo presi una pausa dall’attività live, un periodo di stop che è stato necessario per concentrarci unicamente sull’attività in studio. A proposito delle differenze di “genere”, sin dagli inizi eravamo bollati all’interno di un certo genere, poi il gruppo si è allargato,siamo in sei, e considera che ascoltiamo tutti cose molto diverse, mi sembra inevitabile che si cambi. Inoltre ciò è dovuto anche alla musica che suoniamo, e un gruppo che sta insieme da tanti anni si affiata sempre di più, ci si sente più liberi di fare la musica che si preferisce.
L: In realtà il titolo proviene prima da un libro del ’55 di uno scrittore noir americano, Jim Thompson (tradotto in Italia E’ già buio, dolcezza nell’edizione uscita per la Fanucci nel 2004 ndr), da cui è stato tratto un film nel 1990 di James Foley, che fra l’altro nessuno di noi ha ancora visto! Il titolo è stata una delle prime idee che abbiamo avuto per questo album, ci abbiamo pensato su per mesi valutando altri titoli, per poi tornare all’idea di partenza. After Dark, My Sweet ci sembra rispecchiare bene le atmosfere del disco, i suoi contrasti, come tra l’oscurità e la dolcezza. Perché nel nostro disco ci sono ancora delle melodie, che sono nel nostro dna, ma in maniera più nascosta rispetto al passato.
Nicola(N): Lo scorso settembre io e Laura ci siamo sposati, come regalo di nozze gli altri Julie’s hanno pensato di invitare Sonic Boom alle registrazioni, a nostra insaputa. E’ stato contattato via mail da Scarfo (Andrea Scarfone), gli abbiamo spedito un cd, i pezzi gli sono piaciuti e così è venuto in Italia. Nel giro di un paio di giorni, molto intensi, siamo stati in studio a registrare (ha suonato in Sister Pneumonia e Ingrid Thulin ndr).
N: E’ stato molto emozionante, sul palco non abbiamo realizzato del tutto dove eravamo, non ci stavamo pensando, in seguito ti rendi conto dell’importanza dell’evento.
L: Anche perché la cosa buffa è che il Cavern, nel momento in cui entri, è un posto molto piccolo, simile a molti altri come ce ne stanno anche in Italia, quando suoni pensi soltanto a divertirti e al pubblico che si deve divertire con te.
L: In realtà la cura era più maniacale prima! In questo disco tutto è venuto in maniera più spontanea, è vero che in studio ci “misuriamo” a vicenda, cioè se senti che qualcuno ha trovato una soluzione interessante, ti tiri indietro. Inoltre in questo disco ha contato il fatto di registrare dal vivo in studio senza sovraincisioni.Prima invece l’aspetto arrangiativo era più meditato, perché i brani avevano una struttura più definita.
L: Si, in pratica tu stesso scopri il pezzo mentre lo stai componendo, ti accorgi se è riuscito o meno. La metodologia che tu citi non è stata utilizzata moltissimo nel rock, il nostro risultato a livello stilistico non c’entra nulla col jazz, ma la forma mentis che hai quando componi può ricordare quel genere di materiali.
L: E’ un lavoro di stratificazione, c’è una scoperta continua, come consiglio direi i Can, dei quali facciamo dal vivo la cover di The Thief, da Delay 1968. Non è detto che ogni cover che facciamo sia di un gruppo che riteniamo fondamentale, quel che conta è la canzone, se crediamo di poterla personalizzare.
L: Per il momento no, anche se i Les Fauves vorrebbero fare un nostro remix! In precedenza era accaduto, con Marmalade, che qualcuno voleva fare dei remix dell’album, e abbiamo fatto uscire un ep.
N: Invece sono rimasti fuori dei pezzi da AD, MS, ma non abbiamo ancora deciso cosa farne. Alcuni sono più vicini alla forma canzone, prima dell’uscita del cd li abbiamo suonati anche dal vivo.
L: Quei due brani in realtà fanno parte della stessa take, che noi abbiamo diviso in due, volevamo che i titoli fossero come dua lati di una stessa medaglia, sarà anche che in quel periodo guardavamo tantissimo Bergman! Ed è anche un omaggio a due grandissime attrici, naturalmente.

Il quarto lavoro degli emiliani Julie’s Haircut ci riporta ancora una volta faccia a faccia con la Homesleep, realtà nostrana che di recente si è rivelata capace di dialogare col mercato indie europeo sia con prodotti da esportazione (Yuppie Flu su tutti) sia da importazione (Ant e Austin Lace). Nel caso di After Dark, My Sweet la label bolognese sembra addirittura alzare la posta, pubblicando un disco che si allontana dai canoni indie (pop) della band per abbracciare il verbo della psichedelia, intesa nel senso più puro e “classico” del termine. Brani lunghi e dilatati, prevalentemente strumentali e largamente improvvisati, in cui Nicola Caleffi e compagni (con sporadiche incursioni di amici come Sonic Boom e Francesco Donadello) si lasciano andare ad esplorazioni in chiave seventies (leggi: free), senza tralasciare un certo approccio indie-garage e umori wave.
Si è detto che questo album è in buona parte strumentale, ma attenzione, guai a dire la “parolaccia” (quella che comincia con post e finisce con rock): a parte un paio di momenti in cui aleggia lo spettro di GDM / Mogwai (forse più per inevitabile suggestione, ma anche no, vedi Pistils), l’attitudine prevalentemente impro riesce andare oltre alle solite dinamiche “forte-piano”, per sfiorare piuttosto certi spazi infiniti floydiani (Ingrid Thulin), minimalismi kraut (Purple Jewel, senz’altro la più riuscita del lotto) e giochi electro-dark (Death Machine e Gemini, pt. 1 & pt. 2, dalle parti di Two Lone Swordsmen), non dimenticando comunque del sano guitar rock (le “canzoni” Open Wound e Afterdark, reminiscenti rispettivamente dei Sonic Youth più melodici e dei Radiohead ombrosi del My Iron Lung EP).
Sarà una questione di approccio, sarà l’alchimia ben calibrata tra le parti in gioco, sarà anche il saper rievocare in modo efficace determinate atmosfere senza essere calligrafici (soprattutto quando si lambiscono i Joy Division), di fatto la band riesce a fare suonare il tutto genuino e non pretenzioso. Sulla carta, operazioni di questo tipo sono un azzardo; per fortuna dei Julie’s, della Homesleep (e, vivaddio, di chi ascolta) stavolta è andata. (7.0/10)