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Joy Zipper

di ©2004-2005 Stefano Solventi
Teneri e squilibrati, dolci e asprigni, leggeri e insidiosi. Una tenace nostalgia psych tra compassate istanze indie e cascami shoegaze. Vinny Cafiso e Tabitha Tindale mettono in gioco la loro passione per il pop-rock con generosa - a tratti volitiva - disinvoltura. Con molti pregi, e sostanziosi difetti.
Foto: Vinny Cafiso e Tabitha Tindale

Vero amore pop: Joy Zipper

di ©2004 Stefano Solventi

Di Vinny Cafiso si sa che proviene da Long Island e amava i Beatles finché non amò i My Bloody Valentine. I primi e i secondi suonò con devozione adolescenziale, come un ragazzo che cerca una strada che porti a quell’idea pop che cova nel cuore. Ci riuscì, ma non ci riuscì davvero finché non incontrò Tabitha Tindale. Di Tabitha si sa che proviene da Long Island e che incocciò Vinny in occasione di un rock contest, ancora impegnato a suonare la propria infatuazione in una band devota al culto Kevin Shields. Se si infatuarono a loro volta l’un l’altro proprio lì e allora – e se mai si siano realmente infatuati – non è dato sapere. Fatto sta che la ragazza decise prima di occuparsi della band in qualità di manager, quindi delle canzoni che Vinny aveva composto in solitudine, in qualità di cantante. Quelle canzoni sognanti e asprigne, il distacco torbido di quella voce, divennero il debutto omonimo dei Joy Zipper.

Così, col nome della ragazza scelta per la copertina, sceglie di chiamarsi il gruppo composto appunto da Vinny e Tabitha, il cui sodalizio pare essere anche sentimentale, se è vero che – come narra la vulgata – è intervenuto il matrimonio a sancirlo. Ma non son cose che ci interessino più di tanto. Non più almeno di ciò che i Joy Zipper fanno. Ovvero, un pop vorace di modelli referenziali (dai già citati MBV agli Sparklehorse, dai Beach Boys ai Pavement) però attento a tenere alto il peso specifico della scrittura, di modo che la mancanza di tregua emotiva, il susseguirsi di brillantezza e struggimento diviene un vero e proprio marchio di fabbrica. Già, perché quando la tensione cala fa subito capolino la derivatività, e allora son dolori. Rimangono però un fenomeno notevole proprio per la specificità implacabile del loro manifestarsi: in altre parole, se è il pop che cercate, se nel grigio volete mettere un po' di colore e nel sereno la giusta dose di languore, i Joy Zipper fanno al caso vostro. In questi casi, il niente di meno vale almeno quanto il niente di più.

Copertina: Self Titled (Bar None, 1999)
  • Like 24 (6+1=3)
  • Transformation fantasy
  • Check out my new Jesus
  • Pillow
  • Christine Bonilla
  • Pan moota
  • Booda
  • God
  • Everyday
  • The power of Alan Watts
  • Apathy

Self Titled (Bar None, 1999)

di ©2005 Stefano Solventi

Un fiore in boccio che esala profumi antichi. Una contraddizione insidiosa che conduce di traccia in traccia, di leggerezza in leggerezza, fino a farci indovinare più ombre di quante non sia lecito attendersi. L’esordio dei Joy Zipper ha il difetto delle troppe direzioni intraprese, di sparare qualche proiettile tracciante un po’ a casaccio. Eppure, l’effervescenza di quei tentativi (il folk acidulo trasfigurato tranqui-funky à la Bran Van 3000 di Transformationfantasy, il soul languido circa Edwin Moses – ma senza la loro devozione – di Booda) è capace di lasciarti col rimpianto di ciò che avrebbero potuto diventare e invece. Invece, come sappiamo, Vinny e Tabitha prenderanno direzioni – diciamo così – più orizzontali, ragion per cui potremmo catalogare come bizzarrie passeggere il ritornello soul in mezzo all’acido disincanto Radar Bros di God, o la rumba jazzy di Apathy, o le fregole garage-funk che squarciano il soul sonnacchioso di The power of Alan Watts. Ben più significative quindi le “prove d’orchestra” come Everyday e Check out my new Jesus, in cui tra sciropposità My Bloody Valentine e fideistiche aspersioni Beach Boys si profilano squarci di languore Velvet Underground (quelli di Candy Says) e folk estatico Grandaddy.

La cifra melodica sembra accontentarsi di vivacchiare dietro allo sforzo formale, e in fondo è giusto così: non è così speciale la melodia dell’iniziale Like 24, anzi si avvita su una nenia un po’ stucchevole, però val bene a sostenere questa specie d’incontro tra dei Beach Boys sotto formalina e le caligini dello shoegaze, così come di Christine Bonilla quel che conta è il passo da raga rappreso, il morboso ascendente di Tabitha e quelle percussioni nel finale come certe marcette Jim O’Rourke. Insomma, lo so che è facile fare i profeti da posteri, però in questo omonimo debutto i Joy Zipper sembrano spendere già tutti i loro limiti e il loro potenziale: geniali sintetizzatori di istanze altrui, compositori discreti, interpreti intriganti. (6.2/10)

Copertina: American Whip (13 Amp, 2003)
  • Sunstroke
  • Christmas Song
  • Baby You Should Know
  • 33x
  • Out of the Sun
  • Drugs
  • Dosed and Became Invisible
  • Alzheimers
  • Ron
  • In the Never Ending Search for a Suitable Enemy
  • VSX
  • Valley Stream

American Whip (13 Amp, 2003)

di ©2004 Stefano Solventi

Lieve e tenace, dolce e asprigno, questo secondo lavoro a firma Joy Zipper dimostra chiara l’intenzione di maturare le istanze apparecchiate nell’omonimo esordio, senza riuscire però a risolversi tra manipolazioni sapienti di istanze “indies” (con tutto ciò che il termine può ancora oggi significare) ed espedienti pop a pronta presa. Ciò spiega l’irritante retrogusto d’incompiutezza, come se si fossero fermati sulla soglia, remissivi al vento normalizzante che spira fino al sottobosco del cosiddetto alternativo. Peccato, perché il programma si presenta con una vera e propria terapia d’urto: licenziata la liquida introduzione di Sunstroke (un minuto di ipnotici campanellini e fatamorgane di corde), Christmas Song e Baby You Should Know graffiano punti di vista aciduli posizionandosi al centro di un ipotetico triangolo tra il sound del remmiano Monster (per l’impulsività propellente del basso e fuzz crepitante), la madreperlacea volatilità dei cori My Bloody Valentine (del resto co-produce Kevin Shields assieme a David Holmes) e l’allure atmosferica degli Air. Chimica pressoché perfetta, interpretazione compassata, risultato notevole. A seguire, la stupenda virata sui nostalgici landscapes alla Radar Bros e Delgados di 33x (valzer struggente – ah! - tra slide e voce) ci fa giustamente sperare in un mezzo capolavoro.

Il resto, come già accennato, non sarà però all’altezza di tante premesse. Vedi come il cedimento a tentazioni Grandaddy (Dosedand Became Invisibile sfiora il plagio di 2000 Man) e a certa sciropposa calligrafia folk di stampo corganiano (ibridato con jingle R.E.M. in Valley Stream ed emulsioni Grandaddy in Ron) suonino un po’ troppo risaputi, arresi ad una discrezione melodica al limite della piattezza, orchestrati con indubbio quanto prevedibile mestiere. Chissà, forse la paura di volare troppo in alto, o il comodo magnetismo del cliché, oppure – chissà - la consapevolezza dei propri oggettivi limiti, del resto ben evidenti nel mezzo pasticcio di Out Of Sun (barlumi kraut tra allibenti posture Cardigans-Roxettes).

Disco sottile e innocuo, vettovaglia da metereopati bramosi di stemperare i contorni delle cose con un senso di vaga nullità, di docile amnesia. Che è sempre meglio di tanto aggressivo orrore presente e pressante, tuttavia - anche col poco di buono che gira intorno – pur sempre un accontentarsi. (5.5/10)

  • Go Tell The World
  • 1
  • Thought's A Waste Of Time
  • You're So Good
  • Anything You Sent
  • No Time Pt. 1
  • For Lenny's Own Pleasure
  • You Run The Game
  • Windows
  • 2 Dreams I Had
  • World Doesn't Care
  • Rockdove
  • Holy Diver

The Heartlight Set (Mercury, 2005)

di ©2005 Stefano Solventi

Il sodalizio artistico e sentimentale tra Vinny Cafiso e Tabitha Tindale sembra non conoscere crisi. Le traversie che hanno gambizzato la distribuzione del precedente American Whip sembrano averli ulteriormente caricati, visto che mai la loro formula pop è apparsa tanto disinvolta e a tratti perfino volitiva. Volitiva, già: sarà che nel frattempo si sono fatti amici i White Stripes, ma l’impeto gommoso di You’re So Good (tra memorie glam e suggestioni wave) e soprattutto il piglio stradaiolo dell’iniziale Go Tell The World (nostalgie garage e tremiti moderni) tratteggiano una graffiante, impetuosa radiofonicità, di quelle da party e da sfogo, ottime sia per lo spot dei collant che per le scorribande a manetta sulla statale. Non è un caso che in entrambi gli episodi citati il canto sia affidato a Tabitha, a quel suo incedere bambolesco e intossicato, come a suggerire che in fondo è tutta una posa e il bello sta proprio in questo. Vinny invece spende il suo vago abbandono per compromessi folk-psych piuttosto vicini a certe indolenze Mojave 3, innervandoli ora di straniante freddezza (come la suadente World Doesn’t Care) o stemperandole di evanescenze Grandaddy (come la conclusiva Holy Diver).

Se già l’oscillare tra queste due modalità basta a rendere accattivante la scaletta, ciò che accade nel mezzo ne irrobustisce con decisione il peso specifico: l’irruenza addomestica à la Folk Implosion di 1, la fiaba e il disincanto un po’ Eels un po’ Malkmus di Anything You Sent, gli arpeggi byrdsiani e i synth quasi-Depeche Mode di Windows, gli Sparklehorse stregati da carezzevolezze Air di For Lenny's Own Pleasure, eccetera. Tuttavia, a parte la benedetta varietà delle forme e delle suggestioni, la tensione che sovrintende tutto è una sola, sempre la stessa: una voglia implacabile di farsi pop, un gioco di segni caricati ma essenziali, l’immediatezza costantemente a braccetto dell’incisività. Non è un caso che in ogni traccia ci sia un “hook” - sia esso un cartiglio di slide, un buffetto d’organo, un declinare languido della melodia – però mai disturbante, sempre ingentilito, attento a non oltrepassare il segno. La disarmante padronanza esibita dai Joy Zipper nel condurre la partita provoca così un senso di compiutezza totale, alla luce del quale dileguano il mistero e l’immaginazione. Canzoni che c’è poco o nulla da aggiungere. Che si esauriscono nella propria stessa efficacia. Che dire, non è certo la prima volta che il principale pregio coincide col più grave difetto. (6.3/10)