...

Cofondatore degli Swans, chitarra ritmica di Rys Chatman e La Monte Young, Jonathan Kane, al primo lavoro solista della sua proteiforme carriera, cita compulsivamente lo stratificarsi del sound chatamiano, ottemperando alla propulsione seventies del krautrock alla Neu!.
Peccato, si fa per dire, dover fare i conti con il blues…
Cinque brani cinque d’eccellente, decibelistico, power blues minimale e giudizioso; ispirazioni dilatate, quasi cosmiche; una mente autostradale, proiettata nelle ombre di ciò che è a venire. Il viaggio inteso più come tappa che come trip, salva però il nostro dalle secche orchestrali.
L’album conferma anche le personali, di tappe: la storia di un uomo e di un artista di culto e, se nel traditional Motherless Child, si possono auscultare lagne di psicopatologia autoreferenziale, in Curl avvertiamo un senso di familiarità pregressa. Una nostalgia. Un blues catartico alligna sopra un drumming solido e ingenuo, dronico.
Certi Skullflower tornano a ronzare alle orecchie, quantunque l’approccio fiorisca radicalmente diverso. Prendere un riff non è difficile; alterarlo, addizionarlo, sottrarlo, tenere un buon ritmo senza annoiare: questo non è tanto facile, come attesta un esagerato numero di albums tediosissimi troppo frettolosamente distribuiti.
L’anima di questi suoni, tuttavia, è morfinomane ma con un cuore diastolico che non crepa mai.
Lo si capisce fino alla fine, in quel dead end in cui si caccia per altri 12 epici minuti di circolarità a pelle, sanguigna, lavica di colate deltoidi. Pops riduce notevolmente le distanze, un melting pot senza gloria, e Sis immagina un’ipnotica ballata scheletrale, minimale e saltellante, una totentanz di krafterkiana pulsione.
Profondità dense e tremendamente entranti, perigliose; albeggi impressivi, brividi di futuro. Un avvenire evocato in backwards e in forwards, all’unisono.
Il tipo di suono affabulatorio, tintinnante, appestato: una musica che possiamo raccogliere in una notte di luna piena in qualche sperduto villaggio fantasma dell’Aspromonte, lontano dai bagliori del rumore e col classico wiskey stretto in mano.
Come nella Tavola degli Elementi, aperiodica però. (7.2/10)

Questo EP di 15 minuti buoni si incarica di ricordarci dell’esistenza di Jonathan Kane, una della prime vittime eccellenti del brutto carattere di Michael Gira, con il quale litigò furiosamente all’epoca della prima formazione degli Swans. “I’m leaving the band!” disse lui. “You’re already out of the band!” gli rispose Gira. Più o meno questo lo scambio finale tra i due. Ma questa è storia. Per venire all’attualità The Little Drummer Boy è un trascurabilissimo dischetto con un unico brano, che distilla il chitarrismo southern di Kane funzionando praticamente come un outtake dal suo primo disco solista, il February di due anni fa. Davvero poca cosa. Tra l’altro nel genere in oggetto si continua a preferire Chris Brokaw, più velvettiano e sexy del monolitico e monocorde Kane. (5.8/10)