Nella voce, il tormento del blues. Nelle corde, Nick Drake e John Fahey. Nel cuore, Tom Waits. Senza dimenticarsi degli amici. Vi raccontiamo la rivoluzione intimista della cantautrice texana Jolie Holland.

"Don't you see we're all hurt the same way / So get out, get out of your house" da "Springtime Can Kill You"
Fra le tante folk girls del panorama odierno (Cat Power, Neko Case, Beth Orton, Jana Hunter, Laura Veirs...), quello della texana Jolie Holland è un universo in cui la femminilità, così decisa e radicata nel profondo della sua poetica, si apre a una comunione d’intenti con il suo piccolo mondo, con la cerchia ristretta di affetti e amicizie. La sua, d’altronde, è una storia come tante: autodidatta, Jolie impara sin da piccola prima a suonare viola e violino; a quattordici anni imbraccia la chitarra per imparare le canzoni di Woody Guthrie e – sorpresa - Syd Barrett. Da allora la sua vicenda artistica e umana si svolge principalmente nella West Coast, in un percorso che da diverse esperienze sfocerà nell’esordio del 2003 per la Anti, label che tra gli altri ospita il suo idolo di sempre, Tom Waits. Catalpa è una raccolta di basement tapes in lo-fi in cui Jolie rivela uno spirito concreto e, con pochi ingredienti (una chitarra sorprendentemente vicina alla trascendenza di John Fahey, una voce sognante, qualche percussione e un fruscìo casalingo che non guasta), lascia la curiosità all’ascoltatore, qualche accenno di una malinconia tanto pura da togliere il fiato.
Le atmosfere color sepia del debutto si accentuano nel secondo e più maturo Escondida (sempre su Anti, 2004), un sunto di ciò che in potenza può dare una cantante folk con una voce piena di profondità jazz come Jolie. Arricchito dal passaggio in studio, il suo è un blues che viene direttamente dal fondo oscuro del cuore, come nelle migliori ballate di Bessie Smith, nei lamenti cupi del Nick Drake più epico o nelle funeral songs di Tom Waits. Jolie Holland canta dal profondo delle paludi dell’anima, si sporca gli stivali di fango e sprofonda in abissi interiori per aprirsi, per raccontare ciò che ha vissuto sulla sua pelle. I sogni di cui parla nel nuovo e definitivo Springtime Can Kill You (8 maggio 2006, Anti), non sono solo storie per riempire i versi di qualche canzone, sono cocciutamente “i suoi blues”. Un’evoluzione che porta verso quel modo catartico di fare musica, quasi scomparso dopo il disincanto degli anni ‘70.
Quest’album parla di sogni frustrati; penso che la miglior relazione con i sogni che si possa avere sia quella di usarli realmente. Ad esempio se sogni qualcosa di bello, ci puoi mettere dentro la tua energia e lo puoi realizzare; oppure puoi scomparire nel sogno e lo puoi vivere completamente, così non perdi niente, perché non c’è tristezza, non ci sono desideri non esauditi. La maggior parte dell’album parla di sogni che lasciano cose in sospeso, della frustrazione di non essere capaci di far niente eccetto che sognare.
Sì, ed è anche il tema generale di tutta la musica, cioè qualcosa cui la gente pensa, perché chiunque può capirlo.
Sono tutte storie vere, tutto quello che c’é nel disco sono storie vere.
Mi piacciono tantissimi tipi di musica e sono interessata a musica che viene da qualsiasi parte del mondo e ho sempre pensato a tecniche diverse, cantanti diversi dai posti più diversi, non tanto per capire cosa sta facendo il cantante, quanto per apprezzarlo. Molte volta basta saper apprezzare, e in un secondo momento la tecnica (il ‘cosa sta facendo’) mi arriva dentro.
Le persone di cui parlavi… Devendra Banhart, Cocorosie… queste ultime non mi piacciono per niente, penso che siano musicalmente noiose, niente di quello che dicono è in relazione con la mia vita… di Devendra invece apprezzo molto quello che ha fatto, è stato una specie di polarizzatore musicale per molte persone; Cat Power penso sia sorprendente, ma di tutte queste persone alla fine non possiedo nemmeno un disco, non ho bisogno di possedere nessuno dei loro dischi.
Nella maggior parte dei casi, ascolto i miei amici. Ascolto per la maggior parte musica che non è pubblicata. Per il resto, sono una grande fan di Tom Waits.
È Crazy Dream? [inizia a cantare i primi versi …]
È divertente, perché non ho scritto io quella canzone, ma la prima volta che l’ho sentita ho pensato che fosse di Tom Waits. In realtà l’ha scritta un mio amico e mi sono sorpresa perché ho pensato: ”Che bella canzone di Tom Waits, non l’ho mai sentita” e lui si è girato verso di me – lui è un genio – e mi ha detto: “Chi è Tom Waits?”
Tutti quelli che suonano nell’album sono miei amici, ma qualcuno di loro è stato un eroe prima di essere amico, come Freddy Price (canta in Crazy Dreams e suona anche il mellophone in You’re Not Satisfied): l’ho incontrato dieci anni fa e solo dopo dieci anni ho trovato il coraggio di chiedergli di suonare con me. Anche il batterista è un mio eroe: Dave Mihaly, uno stupendo interprete.

Potrei; il mio primo disco l’ho suonato interamente da sola, ma adesso la casa discografica mi ha dato la struttura per fare questo disco; sono il produttore, voglio sentire i miei amici, la mia comunità, così ha più senso per me.
C’è un altro aspetto su cui pensare: il disco parla proprio di quello che ti può uccidere, l’isolamento. La canzone Springtime Can Kill You, il verso “we're all hurt the same way/ get out of your house”… avere tutti questi eroi nel mio disco mi fa ricordare che è sempre più importante connettersi con le persone.
La musica è importantissima per me, penso che a questo punto della mia vita quando sento una canzone in testa, significa davvero qualcosa… quando una canzone si fissa nella mia mente mi dice sempre qualcosa di quello che sta succedendo intorno a me, penso sia un modo di sognare quando sei sveglio.
È così che funziona per me, ed è tutto collegato alla mia analisi della vita, della mia vita. So che le canzoni hanno questa funzione anche per gli altri. Voglio rispettare il mio pubblico. So che la gente usa le mie canzoni in situazioni delicate. Un mio amico è stato lasciato in mezzo al deserto del Messico da due poliziotti antidroga. In paura per la sua vita, è riuscito a salvarsi grazie a una mia canzone che aveva in testa e che gli ha dato un po’ di pace. Questo è tutto quello che mi serve, tutto quello che mi serve sapere [ride].
Quando le canzoni sono importanti per qualcuno mi sento gratificata. Dopo, potete anche darmi il Grammy, non mi interessa. Penso che le canzoni possano spiegare la vita, penso che la poesia possa insegnare alla gente come capire le loro emozioni. Trovo che le mie canzoni mi insegnino molto.
Posso parlare per me stessa. Penso che l’ispirazione derivata dalla musica mi aiuti a tirarmi fuori da cattive situazioni.
Pensa a quello che ha fatto per il mondo John Lennon con Imagine…
Mi piacciono così tanti posti; adesso vivo a San Francisco e sto tentando di decidere dove trasferirmi, penso che andrò in giro vagabondando, in qualsiasi posto [ride]. Mi piacciono molto Vancouver, New York, San Francisco, Portland. Penso che starò in giro per un po’, perchè è un’opportunità molto interessante, non devo vivere in nessuna città in particolare. Posso andare a fare tour dove ne ho bisogno.
Non ne sono sicura, penso che il mio agente ci stia lavorando.

C’è una sottile linea rossa che lega certi protagonisti del folk rock, quella della non appartenenza: tra questi ci sono stati Nick Drake, Tim e Jeff Buckley, Captain Beefheart e pochi altri. Oggi Vincent Gallo, Devendra Banhart, Cat Power e Tom Waits proseguono la costruzione di un percorso alieno, fuori da ogni catalogazione.
Giunta al terzo album, con Springtime Can Kill You la cantautrice texana Jolie Holland si insinua in questa storia fatta di semplicità e di sogni mai realizzati, una malinconia costruttiva, il richiamo, traslato nel quotidiano, di quelle antiche lamentazioni sui campi di cotone.
Canzoni d’amore non corrisposto (Crush In The Ghetto), il sarcasmo di You’re Not Satisfied, sogni visionari conditi da vocalizzi in Crazy Dreams, il blues farcito di slide guitar di Stubborn Beast e altre visioni, regalano una musica che pesca nella migliore tradizione: una voce delicatissima che narra storie decadenti e tristissime, storie di abbandoni e di prese di coscienza del proprio essere donna, essere forte e debole allo stesso tempo.
Jolie Holland gioca con i morti e con gli angeli (Ghostly Girl), con gli spiriti, con l’amore (Moonshiner) e con l’amicizia, costruendo un mondo senza apparente discontinuità, un disco nel contempo delicatissimo e intimo, enigmatico, pieno di segreti che si svelano solo dopo molti ascolti, pieno di personaggi solitari, quasi mitici, divinità discese dall’olimpo del blues.
Se con Cat Power avevamo assistito alla dissoluzione esplosiva e quasi nichilista del classico folk-singer, qui i testi indicano invece un percorso diverso: la presa di coscienza che solo la consapevolezza, l’orgoglio e la propria appartenenza di diritto al blues - in quanto donna - può essere un punto di forza: costruire con la malinconia la bellezza, spiegare che solo in questo modo si può trovare una via d’uscita, una forma di salvezza. (7.2/10)